Il bello dell’ombra Il dibattito attorno alla resa agricola sotto i pannelli solari

L’agrivoltaico può favorire la crescita di pomodori, patate, broccoli e mais, garantendo al contempo un risparmio idrico. Spinaci e grano, invece, potrebbero risentirne, ma molto dipende dalla regione geografica e dalle modalità di progettazione dell’impianto

Wikimedia Commons

Sì ai pannelli fotovoltaici nei terreni agricoli, ma solo se sollevati da terra. È questo il compromesso raggiunto dal decreto agricoltura recentemente approvato dal consiglio dei Ministri. Nella bozza circolata a inizio maggio il ministero dell’Agricoltura guidato da Francesco Lollobrigida proponeva, venendo incontro soprattutto alle richieste di Coldiretti, di bloccare completamente l’installazione di nuovi impianti fotovoltaici nei terreni destinati a uso agricolo, sia coltivati sia incolti. 

Un divieto assoluto che sarebbe però stato incompatibile con lo sviluppo delle fonti rinnovabili. L’anno scorso in Italia la crescita delle rinnovabili ha segnato un +87 per cento rispetto al 2022: una quota record trainata tra l’altro proprio dal fotovoltaico, che rappresenta il novantadue per cento della potenza installata. Ma non è ancora abbastanza: come confermato recentemente al G7 Clima, Energia e Ambiente, l’Italia entro il 2030 deve triplicare la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili.

La successiva mediazione con il ministero dell’Ambiente guidato da Gilberto Pichetto Fratin ha dunque portato a un ammorbidimento del decreto agricoltura con l’introduzione di alcune deroghe. La più significativa riguarda l’agrivoltaico, pratica proposta per la prima volta negli anni Ottanta che consiste nell’uso di terreni agricoli sia per produrre energia fotovoltaica sia per attività agricole o di allevamento: un doppio utilizzo che diventa possibile se si installano pannelli fotovoltaici sopraelevati, sotto i quali il suolo resta quindi sfruttabile.

Il decreto agricoltura varato ufficialmente, dunque, stabilisce che nei terreni a uso agricolo è consentito installare impianti fotovoltaici ad almeno due metri di altezza ed è invece vietato il fotovoltaico a terra, riferendosi al quale il ministro Lollobrigida ha parlato di «installazione selvaggia». Una definizione che è stata ampiamente contestata, dal momento che a oggi in Italia il suolo destinato a coltivazioni agricole occupato da pannelli solari è lo 0,1 per cento del totale. 

I pro e i contro dell’agrivoltaico
La versione definitiva del decreto agricoltura è stata accolta con scetticismo da alcuni operatori del settore. Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, l’associazione degli operatori dell’elettricità aggregata a Confindustria, intervistato dal Sole 24 Ore ha spiegato che l’agrivoltaico ha alcuni svantaggi rispetto al fotovoltaico a terra: ad esempio è più costoso, è più complesso da installare e presenta maggiori problematiche in caso di vento. Inoltre, secondo Re Rebaudengo l’agrivoltaico non necessariamente aumenta il valore dei terreni, che in molti casi sono e restano non coltivati. 

Chi ha un terreno a uso agricolo incolto che vuole destinare solo alla produzione di energia solare, insomma, probabilmente avrebbe preferito optare per il fotovoltaico a terra. Obbligato a ricorrere al fotovoltaico sopraelevato, invece, dovrebbe preventivare un investimento maggiore e comunque considerare anche il costo di gestione del terreno sottostante. 

Gli esperti, infatti, sconsigliano sia di coprire il suolo con ghiaia o asfalto (può creare isole di calore e diminuire l’efficienza del fotovoltaico) sia di trattare l’erba con diserbanti (può causare problemi di erosione e drenaggio). In alternativa alla coltivazione, la soluzione preferibile è quindi lasciare crescere in modo controllato la vegetazione autoctona: promuove la biodiversità e la salute del suolo e in più contribuisce a raffrescare i pannelli.

Per chi vuole sia coltivare sia produrre energia, invece, l’agrivoltaico è una soluzione interessante e sempre più diffusa nel mondo: non solo riduce il consumo di suolo e ottimizza gli spazi, evitando che produzione alimentare ed energetica entrino in competizione, ma in più può aumentare la resa di alcune coltivazioni e diminuire il consumo idrico. 

Cosa si coltiva sotto i pannelli fotovoltaici
Secondo una revisione del 2022, che ha preso in esame novantotto studi condotti soprattutto in una decina di Paesi, c’è ancora un certo spazio di approfondimento sul tema dell’agrivoltaico: al momento, ad esempio, non sappiamo bene in che modo il pascolo di bestiame si integra con gli impianti di larga scala, perché per ora sono state condotte poche indagini su questo fronte. 

Molti studi pubblicati, invece, si sono focalizzati sulle scelte che possono rendere più efficienti e vantaggiose sia la produzione energetica da fotovoltaico sia la produzione agricola, nel momento in cui le due vengono gestite in contemporanea. La resa delle coltivazioni al di sotto dei pannelli fotovoltaici, insomma, è superiore, inferiore o almeno paragonabile a quella dei campi “a cielo aperto”? La risposta dipende da tanti fattori: da che cosa si coltiva, prima di tutto, ma anche dai pannelli fotovoltaici installati (densità, efficienza, materiale, inclinazione, ecc.), dalla zona geografica e dalle condizioni meteo-climatiche. 

La caratteristica principale dei pannelli fotovoltaici abbinati all’agricoltura, infatti, è che proiettano ombra. Tale circostanza può contribuire quando fa freddo a creare un microclima più mite; quando fa caldo a limitare l’evaporazione di acqua dal terreno e a ridurre la temperatura al suolo. Per quest’ultimo motivo, l’agrivoltaico è considerato una tecnologia potenzialmente alleata di una migliore resa agricola soprattutto nelle zone aride e siccitose.

Certe coltivazioni, suggeriscono alcuni studi, potrebbero trarre beneficio dal maggiore ombreggiamento dei pannelli fotovoltaici: è il caso, ad esempio, di pomodori, patate, broccoli e mais. Anche una ricerca di AgriSolar Clearinghouse ha confermato che nelle regioni aride i tetti fotovoltaici semitrasparenti si possono integrare bene con la coltivazione di pomodori. 

Interpellato dal New York Times, il direttore ad interim dell’Ufficio per le tecnologie per l’energia solare del dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti Garrett Nilsen ha dichiarato che in un sito agrivoltaico in Arizona, proprio grazie all’ombra proiettata dai pannelli, sono stati registrati «un aumento di tre volte dei rendimenti dei raccolti» e «una riduzione fino al cinquanta per cento del fabbisogno idrico».

A uscire danneggiate dal maggiore ombreggiamento causato dai pannelli solari potrebbero essere invece altre coltivazioni, come spinaci e grano. Ma, ancora una volta, bisogna considerare anche altri fattori, ad esempio la regione geografica e come viene progettato il sito. Una ricerca del 2010 ad esempio ha preso in esame due parchi agrivoltaici sotto i quali si coltivava grano duro. 

A parità di tecnologia fotovoltaica, inclinazione e altezza, nel primo caso i pannelli erano a un metro e mezzo uno dall’altro e consentivano il passaggio di circa la metà della radiazione solare disponibile; nel secondo la distanza era di tre metri e la radiazione solare pari al settanta per cento. Nel primo caso la resa del grano è diminuita del ventinove per cento e nel secondo dell’undici per cento, ma entrambi i siti sono comunque stati valutati come più efficienti rispetto a una coltivazione tradizionale, cioè non abbinata al fotovoltaico.

Per valutare l’efficienza di un sito agrivoltaico può anche essere utile considerare quale tipo di gestione richiede la coltivazione scelta. Recenti ricerche su piccola scala condotte nello stato di New York, ad esempio, hanno scoperto che la lavanda è una scelta particolarmente vantaggiosa per l’agrivoltaico, perché la coltivazione e la raccolta non richiedono in ogni caso macchinari pesanti o ingombranti.

Agrivoltaico: la situazione italiana
Secondo la mappa interattiva di SolarPower Europe, in Europa al momento ci sono più di duecento impianti fotovoltaici abbinati ad attività agricole distribuiti in dieci Paesi (Svizzera, Francia, Paesi Bassi, Lituania, Germania, Spagna, Italia, Belgio, Austria e Regno Unito), per una potenza complessiva che supera i quindici gigawatt. Il dato include sia il fotovoltaico a terra sia l’agrivoltaico, ma anche i pannelli installati su tetti di aziende agricole e le serre solari.

Fanno parte di questa mappa tre impianti italiani attivi: uno in Piemonte (dieci kilowatt di pannelli fotovoltaici sotto i quali ci sono coltivazioni di mirtilli) e due in Sicilia, a Mazara del Vallo e a Paternò, dove i pannelli (nel primo caso con una potenza di 66,1 megawatt, nel secondo di 37,7 megawatt) sono integrati con coltivazioni di uva, fieno e aromi. 

Sempre in Sicilia è in programma un nuovo, grande impianto agrivoltaico a Ramacca, in provincia di Catania: esteso per sessantotto ettari, sarà integrato con coltivazioni di verdure e cereali. Tra gli altri, in Italia sono in fase di realizzazione anche un impianto da dieci megawatt in Basilicata, da integrare con coltivazioni varie, apicoltura e pascolo di ovini; e un impianto da quarantacinque megawatt in Puglia, sotto il quale si prevede di coltivare pomodori, cereali e legumi.

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