No surprisesIl G7 sull’ambiente e il clima non è andato oltre il compitino

L’accordo sull’uscita dal carbone entro il 2035 non è epocale, ma il minimo indispensabile di un vertice con luci e ombre. Sono stati ribaditi obiettivi ambiziosi, dando continuità ai risultati della Cop28. Ma nella dichiarazione finale, a discapito del senso d’urgenza, emergono i dogmi della neutralità tecnologica millantata dal governo Meloni

LaPresse/Alberto Gandolfo

Nessun colpo di scena, qualche compromesso e tante conferme – non per forza scontate – per dare continuità all’accordo raggiunto a Dubai al termine della Cop28. Il bilancio del G7 Clima, Ambiente ed Energia a guida italiana, in programma dal 28 al 30 aprile a Venaria Reale (Torino), è appena sufficiente. Pesano, come al solito, la scarsa ambizione dell’accordo finale e la mancata rottura di quei tabù che rappresentano il principale ostacolo alla lotta all’emergenza climatica: parliamo, per esempio, di un phase-out (eliminazione graduale) messo nero su bianco da tutte le fonti fossili, anche da un combustibile di transizione come il gas. 

Il risultato del vertice ministeriale piacerà a Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, che a Nicolas Lozito della Stampa, alla vigilia dell’evento, aveva confermato la sua ossessione per il nucleare e la sua fiducia non particolarmente solida verso le rinnovabili: «Non bastano. E non possiamo rovinare questo bel Paese con pale e pannelli ovunque». Per l’Italia, quindi, la riunione alle porte di Torino è stata l’occasione ideale per ribadire la sua posizione saldamente in linea con i principi della neutralità tecnologica. 

Il problema, però, è che questa carenza di senso d’urgenza sta condannando il nostro Pianeta a un futuro poco invitante. Secondo un recente studio di Climate Analytics, i Paesi del G7 dovrebbero ridurre le proprie emissioni del cinquantotto per cento entro il 2030 (rispetto ai livelli del 2019) per dare un contributo concreto nel limitare il riscaldamento globale a +1,5°C. Con le politiche attuali, però, entro la fine del decennio osserveremo un taglio delle emissioni pari al diciannove-trentatré per cento. Italia, Regno Unito, Canada, Francia, Germania, Stati Uniti e Giappone contribuiscono a circa il venticinque per cento delle emissioni globali e rappresentano il trentotto per cento del Pil mondiale: il loro ruolo climatico è cruciale sia direttamente, sia indirettamente (aiutando le economie meno sviluppate a partecipare concretamente alla transizione verde). 

Nucleare e biocarburanti
È stato un G7 sull’ambiente in cui il nucleare e i biocarburanti – l’Unione europea li ha esclusi, consentendo però i carburanti sintetici, dalla deroga sul divieto di vendita di auto e furgoni a motore termico dal 2035 – hanno avuto un peso rilevante a livello di agenda: nessuna sorpresa, essendo la guida del vertice in mano all’unico Paese Ue nella Global biofuel alliance. Già promossi dal G7 Trasporti di Milano, i carburanti biologici sono stati i protagonisti di un evento organizzato a ridosso del vertice ministeriale di Venaria, ossia il Forum internazionale di Torino sui Biocarburanti Sostenibili.

«I biocarburanti sostenibili possono e devono fornire un contributo fondamentale alla decarbonizzazione del settore trasporti a livello globale», ha spiegato Gilberto Pichetto Fratin. La dichiarazione finale del G7 Ambiente, Clima ed Energia ha conferito un ruolo ai biocarburanti, ridimensionando però la loro importanza: la «tecnologia chiave» per decarbonizzare i trasporti, stando al testo, rimane l’elettrico. Luca Bergamaschi, direttore e co-fondatore del think tank per il clima Ecco, ha definito «marginale» lo spazio riservato a questi combustibili, «in linea anche con quanto stabilito dalla Corte dei conti europea». 

Quanto al nucleare, che il governo presieduto da Giorgia Meloni vuole inserire nel mix energetico italiano dal 2030 al 2050, c’è un’apertura del G7 nel definirlo un tassello per la decarbonizzazione dei Paesi in cui esiste già (come la Francia), o in cui la ricerca sulle centrali di dimensione contenuta è in fase avanzata (non in Italia, quindi). Per chi sostiene il suo utilizzo, recita il testo, c’è un impegno a «promuovere il responsabile dispiegamento delle tecnologie per l’energia nucleare, compresi reattori avanzati, reattori modulari di piccole dimensioni e microreattori». Per quanto riguarda la fusione nucleare, invece, non sono stati stabiliti impegni in termini di investimenti e capacità, ma “solo” un gruppo di lavoro. 

Carbone, un traguardo storico?
Proseguendo oltre, il G7 di Torino non verrà ricordato per l’inconsistente novità legata alla “Coalizione per l’Acqua”, ma per l’accordo sull’eliminazione graduale dell’energia elettrica prodotta dal carbone entro il 2035. Per la prima volta, quindi, esiste una data sull’abbandono della fonte fossile più impattante sul clima. È una notizia positiva che, se contestualizzata, assomiglia però al compitino, al minimo indispensabile. Fatta eccezione per Giappone e Germania, i Paesi del G7 hanno cominciato da tempo a staccarsi dal carbone, che nell’arco di dieci anni è diventato un combustibile obsoleto e incompatibile con i sistemi energetici delle economie più industrializzate: gli Stati più ricchi sono pronti (o quasi) ad abbandonarlo, e l’annuncio di ieri rappresenta un passo avanti non eccezionale. 

Oltretutto, il traguardo che in molti hanno etichettato come «storico» è stato oscurato dal punto numero 11 della dichiarazione finale, che lascia al gas la finestra eccessivamente aperta. «Nella circostanza eccezionale di accelerare la graduale eliminazione della nostra dipendenza dall’energia russa – si legge – gli investimenti finanziati con fondi pubblici nel settore del gas possono essere appropriati come risposta temporanea, soggetta a circostanze nazionali chiaramente definite». Il gas, insomma, non viene toccato, tantomeno il petrolio. 

È il caso di riproporre un virgolettato di Stefano Caserini, ingegnere ambientale e professore di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano, rilasciato a Linkiesta qualche mese fa: «Non c’è bisogno di alcun nuovo investimento in nuove infrastrutture per estrarre carbone, gas e petrolio. Con quello che abbiamo siamo in grado di estrarre tutti i combustibili che ci servono per lo scenario di mitigazione coerente con l’accordo di Parigi: se investiamo ancora, rischiamo di uscire dalla strada». 

Stoccaggio dell’energia e finanza climatica 
Al di là del ruolo del gas, è stato un vertice positivo per via della sua capacità di applicare a livello nazionale gli obiettivi raggiunti globalmente alla Cop28, nota per l’espressione «transitioning away» (allontanamento graduale da gas, petrolio e carbone) inserita nel suo testo finale. I Paesi del G7, stando all’accordo, dovranno impegnarsi a presentare i loro nuovi piani per la riduzione delle emissioni tra i nove e i dodici mesi prima della Cop30 del 2025. Per il Pniec (Piano nazionale integrato per l’energia e il clima) italiano, la deadline è fissata per il giugno 2024. Questi documenti dovranno prevedere una riduzione dei gas serra in tutti i settori economici, in linea con i target dell’accordo di Parigi. In più, è stato confermato l’obiettivo della Cop28 di triplicare la produzione di energia rinnovabile entro il 2030.

Il vertice ha inoltre reso più ambizioso l’obiettivo globale di stoccaggio dell’energia, così da ovviare ai problemi di intermittenza delle rinnovabili: millecinquecento gigawatt nel 2030, ossia un aumento di oltre sei unità rispetto ai duecentotrenta gigawatt del 2022. I Paesi del G7, stando all’accordo, devono impegnarsi collettivamente per tagliare del settantacinque per cento le emissioni globali di metano, «anche riducendo l’intensità delle emissioni di metano delle operazioni petrolifere e sul gas entro il 2030». 

Ultimo, ma non meno importante, l’avvertimento sulla finanza climatica, che approfondiremo nei prossimi giorni su questi canali. I cento miliardi di dollari di aiuti per i Paesi più vulnerabili sono stati giudicati insufficienti. La dichiarazione finale, infatti, riconosce la necessità di sbloccare finanziamenti per il clima nell’ordine di migliaia di miliardi. Si tratta di uno sforzo economico che dovrà essere al centro del G7 Finanze di Stresa (24-25 maggio) e del vertice dei leader di Borgo Egnazia (13-15 giugno), per non arrivare alla Cop29 di Baku (11-22 novembre) con un pugno di obiettivi fumosi. Per quanto riguarda il fondo Loss and damage da settecentonovantadue milioni di dollari, che punta a risarcire i Paesi più esposti al cambiamento climatico, l’impegno è debole: «Continuare a fornire un sostegno, su base volontaria, agli accordi di finanziamento». 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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