BorderizationLa frontiera georgiana inventata dai russi cambia ogni giorno arbitrariamente

Dal 2009 il Cremlino mette in atto una politica di frontierizzazione in Ossezia del Sud che mira al completo isolamento della regione

Courtesy of Daro Sulakauri

Khurvaleti è un piccolo villaggio di contadini in Georgia settentrionale il cui nome appare da anni sulle più prestigiose testate giornalistiche al mondo, ma non per un merito culturale o economico. Il paesino è diventato famoso perché è diviso a metà da una recinzione di filo spinato lunga chilometri che divide il territorio controllato dalla Georgia da quello in cui de facto a governare sono i russi. Khurvaleti, come tanti altri insediamenti della regione, è diventato oggetto del contendere tra i due governi dopo la guerra dei cinque giorni scoppiata ad agosto 2008 nelle due repubbliche separatiste georgiane di Abcasia e Ossezia del Sud. 

Qui, da quasi quindici anni, il Cremlino occupa militarmente le due regioni violando l’accordo raggiunto alla fine della guerra con la Georgia. E attua una politica di borderization (frontierizzazione, in italiano) per cui i confini tra i due Stati vengono stabiliti arbitrariamente dalla Russia, che costruisce posti di blocco, punti di osservazione militari e linee di demarcazione che ovviamente non tengono in considerazione i confini già esistenti, siano essi case, campi coltivati, o infrastrutture. E, come se non bastasse, può capitare che l’esercito decida di modificare i nuovi confini, avanzando di qualche metro semplicemente per provocare Tbilisi. 

Il problema, oltre alla violazione della sovranità georgiana (che peraltro oggi arriva anche su un altro fronte, quello della legge sugli agenti stranieri modellata su un decreto russo), è che a causa di queste operazioni tantissime famiglie che abitano vicino alla frontiera possono letteralmente andare a dormire vivendo in Georgia e risvegliarsi in territorio russo con una recinzione di filo spinato che taglia a metà il proprio giardino. O magari quel filo spinato divide le case dai campi coltivati o dai sistemi di irrigazione, che passano sotto il controllo di Mosca, e così le persone non hanno più mezzi per sopravvivere.

È quello che è successo nel 2011 a Davit Vanishvili (conosciuto anche come «nonno Dato»), diventato un simbolo della resistenza al regime, tanto che nel 2021, dopo la sua morte, la presidente Salome Zourabichvili gli ha consegnato una medaglia d’onore postuma. Con lui e la moglie Valia viveva anche il nipote Malkhaz, che però è stato costretto a trasferirsi dal lato georgiano del filo spinato dopo essere stato arrestato più volte dagli agenti russi, che una volta lo hanno anche torturato, con l’accusa di aver oltrepassato illegalmente il confine.

Anche Dato negli anni è stato incarcerato più volte per lo stesso motivo, ma ha resistito, andando persino in Georgia per partecipare alle elezioni presidenziali del 2018, a ottantacinque anni: «Ho votato per vedere la rimozione del filo spinato e per poter coltivare il mio orto e smettere di vivere solo».

Tre anni dopo, a gennaio 2021, il nipote Malkhaz ha tentato il suicidio dopo che le forze dell’ordine russe gli avevano vietato di fare visita alla moglie incinta, Tatia Adikashvili, che vive ancora in territorio osseto. Malkhaz si è ripreso e oggi continua ad andare a trovare sua nonna Valia, che non vuole lasciare la sua casa per una promessa fatta al marito. Dato, sul letto di morte disse: «Non uscire di casa, non andare da nessuna parte, resta seduta vicino alla stufa, i georgiani ti aiuteranno». E ora vive secondo queste parole, sopravvivendo grazie alle sue due mucche e agli aiuti che arrivano attraverso il filo spinato dal nipote e dai vicini.

L’analista del Georgian Institute of Politics (Gip) Levan Kakhishvili spiega a Linkiesta che la borderization dell’Ossezia del Sud, oltre a servire ai separatisti per dimostrare concretamente la loro indipendenza da Tbilisi, è uno strumento del Cremlino per destabilizzare l’intera regione: «Se la Russia avesse voluto semplicemente creare delle barriere fisiche sulla linea di occupazione lo avrebbe fatto velocemente. Ma evidentemente c’è un altro fine». E infatti, prosegue: «È un fenomeno che nella società georgiana scatena una forte reazione emotiva, e porta a muovere critiche al governo. Le persone vorrebbero che i politici facessero di più, anche se non è chiaro in che cosa dovrebbe consistere questo “di più”».

Daro Sulakauri, reporter per il New York Times e autrice del progetto Shifting Borders, spiega a Linkiesta che anche se il governo eroga già alcuni benefit per le persone che vivono vicino alla linea di occupazione, come borse di studio per tutti gli iscritti all’università, i cittadini della regione hanno bisogno di più: «Nella zona di Khurvaleti i giovani non hanno modo di prendere parte a eventi culturali, e gli adulti faticano a trovare lavoro». E aggiunge che «la situazione è diversa in ogni villaggio e anche molto sbilanciata: in certi paesi vedo che le persone stanno bene, ma quando ne visito altri mi chiedo come facciano a sopravvivere».

Il fatto che i confini non siano segnalati chiaramente in alcune zone è a sua volta un modo per l’esercito russo di arrestare chiunque si trovi vicino alla linea di occupazione, come è successo a Dato e Malkhaz. È un evento che si ripete periodicamente dal 2009, con l’ultimo caso registratosi il 29 aprile di quest’anno: le truppe degli invasori prelevano i cittadini georgiani che si trovano vicino alle loro case (e a volte nelle loro case), li incarcerano per alcuni giorni, a volte li torturano, e poi li rilasciano senza doversi preoccupare delle conseguenze. E ci sono stati anche casi più estremi, come per Tamaz Ginturi, che a novembre dello scorso anno è stato ucciso dai soldati russi mentre pregava nella chiesa del suo villaggio, Kirbali.

Sulakauri racconta che anche quando i confini sono demarcati con il filo spinato le persone non osano avvicinarsi troppo: «A Nikozi ho conosciuto una famiglia che possiede un terreno molto vasto che potrebbe essere coltivato. Ma a un certo punto questo terreno è tagliato dal filo spinato, e i contadini hanno troppa paura di avvicinarsi ed essere arrestati per lavorare».

In realtà, il governo di Tbilisi ha tentato, in passato, di convincere i Paesi occidentali a prendere provvedimenti verso gli agenti responsabili di questi crimini. A giugno del 2018 è stato rilasciato un elenco di trentatré nomi di chi ha rapito e torturato gli abitanti delle regioni occupate della Georgia. La lista, chiamata Otkhozoria-Tatunashvili in riferimento a due cittadini georgiani uccisi dai russi sulla linea di confine, aveva lo scopo di comminare sanzioni con l’aiuto dell’Occidente. La richiesta, però, non è andata a buon fine.

L’atmosfera di incertezza e di paura creata da Mosca nella zona ha anche innescato un meccanismo perverso per cui, come spiega Kakhishvili, «alcuni abitanti della regione sono arrivati a vedere la frontierizzazione come una cosa buona, perché aiuta a capire dove effettivamente si trovi la linea di confine. Non penso sia una giustificazione, ma dal loro punto di vista è un pensiero assolutamente razionale».

E poi alcune delle persone che vivono vicino al confine devono tutelare i loro cari, che in alcuni casi lavorano nell’esercito nemico: «I vicini di Valia Valishvili stanno cercando di mantenere un rapporto pacifico con i russi perché i loro parenti sono soldati e temono per la loro incolumità. Quando i giornalisti fanno visita a Valia loro corrono sempre a nascondersi e chiedono di non essere fotografati. Non dico che siano in buoni rapporti con Mosca, semplicemente stanno cercando di adattarsi alla situazione e di restare al sicuro».

Se da una parte, comprensibilmente, alcuni cittadini si stanno rassegnando alla situazione, altri sono sempre più decisi a resistere all’occupazione del Cremlino. Luda Salia è la fondatrice della casa di riposo Home Without Borders, una delle dieci case di riposo in tutta la Georgia, e odia la Russia. Da ben prima del 2008: è nata in Abcasia, ma nel 1992 è stata costretta a lasciare casa sua a causa dell’intervento di Mosca nella guerra civile nella regione. Si è sposata e si è trasferita a Khurvaleti, dove ha avuto di nuovo a che fare con le forze armate russe. Salia è scappata, ma nel 2015 ha deciso di tornare e ha aperto la sua casa di riposo. Oggi è un’attivista e un giorno ha deciso di mostrare il suo disprezzo per il filo spinato che passa per il suo villaggio, e armata di forbici ne ha tagliato un pezzo, conservandolo.

In un’altra occasione ha attaccato sulla recinzione una foto di Putin su cui aveva scritto Putin khuylo (Putin è uno stronzo), e con grande soddisfazione di Salia la fotografia non è stata toccata dai soldati russi, che avevano paura di portare un’immagine tanto blasfema nella loro base militare. Salia non è mai stata arrestata, ma è stata testimone del rapimento della cuoca della casa di riposo: «C’era un uomo anziano per terra. Lei è andata a vedere se avesse bisogno di aiuto, e lui è saltato in piedi e l’ha portata via».

Il governo georgiano si trova in un vicolo cieco. Non può rispondere direttamente ai crimini del Cremlino per paura di scatenare una nuova guerra, ma non può neppure subire passivamente. Nel 2019 sembrava aver trovato una buona via di mezzo, costruendo un posto di guardia della polizia vicino alla linea di confine nella zona di Chorchani. In questo modo Tbilisi sembrava aver iniziato una strategia di risposta per controbilanciare almeno parzialmente le ronde dei soldati di Mosca. Ma quello di Chorchana è stato un unicum. 

La ragione per cui il governo ha deciso di abbandonare questa nuova strategia difensiva è che «se Tbilisi agisce, ammette che esiste un confine, che esistono due Stati», spiega Kakhishvili. «Gli unici posti di guardia sono lontani dal confine, per non farli sembrare delle dogane. Così il governo non riconosce formalmente la linea di occupazione».

Chi come Salia non vuole piegarsi all’occupazione russa, però, vede questa scelta come un abbandono da parte del governo: «Lo Stato non ci ha mai aiutato, ha sempre fatto finta di niente. “Per caso volete la guerra?” ecco cosa ci dicono: “state zitti”», racconta.

Dallo scoppio della guerra in Ucraina, il processo di frontierizzazione il processo di frontierizzazione sembra essersi fermato, ma non gli arresti a esso collegati. Per Kakhisvhili, però, le due cose non sembrano essere correlate: «La borderization richiede una manodopera modesta, quindi, se Mosca vuole, anche con la maggior parte degli uomini al fronte il processo può andare avanti. Il fatto che si sia fermato non è nulla di nuovo: la frontierizzazione va avanti in diverse ondate che si manifestano in momenti imprevedibili, che non seguono degli schemi. E questo serve alla Russia per rafforzare l’instabilità – emotiva e politica – all’interno della regione».

Per chi vive in Ossezia del Sud, comunque, l’invasione dell’Ucraina da parte del Cremlino è motivo di solidarietà da una parte, e di speranza dall’altra. Luda Salia ha appeso, all’ingresso della sua casa di riposo, una bandiera ucraina di fianco a quella georgiana con le cinque croci e quella stellata dell’Unione europea: «La vittoria dell’Ucraina è la vittoria della Georgia. La chiave della nostra vittoria è a Kyjiv, ed è per questo che sventolo questa bandiera di fronte ai russi».

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