Deve esserci un futuroLa guerra per l’Europa che gli ucraini devono combattere tutti i giorni

La resistenza di Kyjiv è stata sottovalutata da molti all’inizio del conflitto, «ma chi è andato al fronte si è dimostrato valoroso oltre ogni aspettativa», dice Illia Ponomarenko, giornalista nato in Donbas e autore di “I Will Show You How It Was”, che racconta le prime fasi dell’invasione russa

AP/Lapresse

«Il giorno in cui la guerra finirà, l’Ucraina dovrà già essere pronta per quella successiva, perché con la Russia come vicino sarà molto difficile avere una pace duratura». Illia Ponomarenko parla dalla sua scrivania, in videochiamata con un centinaio di giornalisti da tutto il mondo. A trentadue anni è uno dei reporter ucraini più presenti sui fronti caldi del conflitto, vive a Bucha e si collega via Zoom per presentare il suo libro “I Will Show You How It Was”, in cui racconta i giorni precedenti al 24 febbraio 2022, e poi l’invasione su larga scala, la tragedia di una guerra «tra le più assurde, inutili e terribili della storia moderna».

Ponomarenko è cresciuto a Volnovakha, una città nell’Ucraina orientale. In casa si parlava russo e secondo la propaganda del Cremlino la sua sarebbe la tipica famiglia ucraina filorussa, di quelle che vogliono essere governate dal burattinaio di Mosca. Questo, semplicemente, non è al vero. E Ponomarenko ha sempre fatto di tutto per liberarsi da questo stigma. Già da adolescente aveva capito che lo studio e la conoscenza sarebbero stati il mezzo migliore per uscire dai luoghi (comuni e non) del Donbas: ha frequentato l’Università Statale di Mariupol, studiato Relazioni Internazionali, ha imparato l’inglese. Poi è diventato corrispondente di guerra e nel 2019 è andato in Africa orientale, raccontando vite alla periferia del mondo. Ma fare il reporter di guerra nel proprio Paese, dice lui, è un’esperienza diversa da tutte le altre.

Quando il 24 febbraio 2022 è iniziata l’invasione, Ponomarenko era nella sua casa di Kyjiv. Pensava che i soldati russi sarebbero entrati velocemente nella capitale, come d’altronde suggerivano molti osservatori europei e statunitensi. Poi però la storia è andata in un’altra direzione. E così anche il racconto della guerra da parte di chi era lì sul posto. Altri commentatori, invece, non riuscivano a mettere a fuoco quel che stava accadendo in quei gironi di febbraio: «Alcuni non avevano idea di cosa c’era in Ucraina, altri non conoscevano o sottovalutavano la Russia. Nella maggior parte dei casi, il grande problema dell’Occidente è stato considerare la Russia praticamente invincibile, seguendo la versione della propaganda di Mosca, cioè immaginavano una superpotenza con soldati preparatissimi e un esercito inarrestabile. Ma è una percezione sbagliata che nasceva dalla considerazione della Russia che c’è in molti Paesi, da molti anni», dice Ponomarenko.

All’inizio del 2023 il giornalista, ora freelance, si è trasferito a Bucha, la città diventata teatro di alcuni dei peggiori crimini di guerra russi. Al Guardian ha raccontato che da tempo aveva in mente di scrivere un libro sulla guerra, così ha proposto un sondaggio ai suoi 1,2 milioni di follower su Twitter. Dopo i feedback positivi ha iniziato a lavorarci senza sosta: ha terminato la prima bozza in due mesi e mezzo.

«È stato un lavoro certosino, in cui ho potuto sfruttare settimane di raccolte di dati, file accumulati nella memoria del computer e ricordi personali», dice. Il risultato è un lavoro di reportage diretto, non edulcorato, ma anche un racconto personale. «È un libro che parla di giorni in cui, in un modo che trovo assurdo, il nostro mondo fatto di Netflix, di app per ogni cosa e intelligenza artificiale è stato fermato da una guerra che sembra venire da un’epoca passata», dice Ponomarenko. Poi aggiunge: «Il mio libro riguarda soprattutto persone, emozioni, l’idea di sconfiggere il male scegliendo di stare dalla parte del giusto».

C’è un concetto, una parola chiave su cui Ponomarenko insiste e si sofferma. “Casa”. Non sono soltanto gli edifici distrutti o alle persone costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Ponomarenko parla del sentimento di protezione e di calore familiare che gli ucraini si sono trasmessi l’un l’altro nei giorni immediatamente precedenti al conflitto, e durante le prime ore della guerra. Nel momento di maggiore difficoltà umana e psicologica.

Una forma di espressionismo che in Ponomarenko si nota soprattutto quando parla della capitale, quando dice che il suo libro è anche una lettera d’amore a Kyjiv, ai suoi bar, alle sue strade, alla sua vita. Una lettera d’amore sublimata nella battaglia per la resistenza della prima città del Paese: «Quel momento per noi ucraini, e nello sviluppo della guerra, è stato un turning point morale e psicologico. Soprattutto perché penso che nell’ultimo decennio, da Euromadian in poi, noi ucraini ci siamo sentiti molto diversi, come nazione, come Paese, politicamente, spiritualmente, mentalmente. Prima eravamo considerati una brutta copia della Russia, adesso siamo noi stessi, siamo unici, siamo indipendenti, riconoscibili culturalmente, linguisticamente, e siamo praticamente l’opposto della Russia. Siamo un Paese che ama essere indipendente».

A fine aprile, su Kyiv Independent, il giornalista ha lanciato un appello a tutto l’Occidente, rivolgendosi a chi non crede – e non ha mai creduto – alle possibilità della resistenza ucraina, agli utili idioti di Vladimir Putin e altri soggetti improbabili pagati dal Cremlino, ma anche a chi vorrebbe fare il possibile e forse di più per aiutare l’Ucraina. «I demagoghi di tutto il mondo continuano a fare il giullare sulle nostre sconfitte, chiedendo la nostra resa», ha scritto. «I nostri alleati – prosegue l’articolo – stanno suonando l’allarme, cercando di svegliare l’Occidente per dire loro cosa c’è in gioco in caso di sconfitta ucraina. Non mentirò, molte persone in questo momento possono sentirsi vicine alla disperazione e un po’ di speranza è proprio ciò di cui abbiamo bisogno».

La necessità di guardare al futuro con speranza e ottimismo è una delle chiavi di lettura più importanti per capire cosa muove la resistenza, cosa permette a chi è al fronte di farsi coraggio nonostante le difficoltà, le carenze negli aiuti occidentali e i traumi della guerra.

La verità è che gli ucraini al fronte, dice Ponomarenko, hanno mostrato un «valore folle». E ricorda che quel che fanno gli ucraini non è solo spirito di sopravvivenza, un sentimento ancestrale, istintivo che appartiene a ogni essere umano e vivente. «Non è che siamo testardi o stupidi nel non voler cedere un pezzo di territorio per fermare la guerra», dice. «Gli ucraini conoscono i russi, sanno che non vogliono un villaggio, una città o un oblast’. Vogliono l’Ucraina, e poi vogliono andare oltre Kyjiv fino alla Polonia e alle porte dell’Europa centrale». Allora salvare l’Ucraina vuol dire salvare l’Europa. Ed è per questo che Kyjiv deve avvicinarsi a Bruxelles, all’Unione europea, perché lì trova una casa e un luogo in cui poter esprimere i suoi valori, la sua identità, la sua cultura senza il timore di essere sopraffatta dall’imperialismo russo.

Nonostante gli sforzi della resistenza, però, la Russia non è stata ricacciata indietro. Anzi, le cronache parlano di una nuova avanzata da Nord-Est. E quindi anche il lavoro di Ponomarenko non può essere finito qui. Lui trova il tempo di scherzare quando gli chiedono di guardare al futuro – «Al momento sono un freelance, quindi se qualcuno vuole assumermi sono felice» – e poi confessa che ha un obiettivo chiaro in mente, un obiettivo professionale e personale: «Vorrei scrivere un libro sull’annientamento di Mariupol, per raccontare uno dei più grandi crimini di quest’epoca».

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