Questo è un uomoLa battaglia di Aseyev per far conoscere (e fermare) i crimini russi

Il giornalista e scrittore ucraino nel 2017 è stato rapito dai russi, e ha passato ventotto mesi di prigionia nella «Dachau di Donetsk». Dopo la sua liberazione, ha raccontato le sevizie nel libro “The Torture Camp on Paradise Street”, ora combatte per evitare che l’Ucraina diventi un campo di tortura a cielo aperto (ed è vivo per miracolo)

LaPresse

L’arrivo degli aiuti americani con un ritardo di sei mesi potrebbe finalmente cambiare la situazione al fronte della resistenza ucraina contro l’orda russa, ma mentre li impacchettano per spedirli, vari esperti militari avvertono sulla finestra che sarà sfruttata dai russi per avanzare. Nelle ultime settimane, i bombardamenti delle città meno protette come Kharkiv, Odesa e Lviv si sono intensificati, l’esercito russo lancia continui attacchi sul fronte dell’Ucraina orientale, nei pressi di Donetsk, per provare a sfondare la linea. A fortificare la resistenza ucraina sul fronte di Donetsk, sono stati mandati altri militari ucraini. Dal fronte ci giungono le testimonianze dei soldati con i profili più conosciuti.  

Il regista Oleh Sentsov, originario della Crimea, arrestato per la sua posizione filoucraina nel 2014, condannato a venti anni di colonia penale russa e liberato dopo quattro anni in uno scambio dei prigionieri, e poi arruolato volontario dopo l’invasione russa su larga scala, ha condiviso nella sua pagina Instagram la foto a Chasiv Yar, il punto caldo e strategico nei pressi di Bakhmut. Stanislav Aseyev, giornalista e scrittore, originario di Donetsk, rimasto a lavorare  sotto copertura dopo l’occupazione di Donetsk, rapito dagli occupanti russi nel 2017 e rimasto in campo di tortura per più di due anni, e poi scambiato anche lui, ha condiviso le foto delle giornate passate nelle postazioni vicino a Ocheretyne, nei pressi di Donetsk. In una foto del primo maggio comunica ai suoi follower di trovarsi in ospedale con una commozione celebrale, dopo aver perso la postazione e dopo aver subito l’impatto «dell’intera industria bellica russa che voleva ammazzarci». 

Due giovani ucraini, un regista cinematografico e un giornalista e scrittore, arruolati volontari dopo che i russi hanno sparato il primo colpo il 24 febbraio 2022, sanno bene, lo hanno vissuto sulla loro pelle, chi sono i russi e cosa fanno quando occupano le città ucraine e per questo sono al fronte, per non farlo succedere a Odesa, a Kyiv e a Lviv, a Zaporizhzhia e Kharkiv. Sentsov è impegnato nella sua postazione, Aseyev invece è all’ospedale a meravigliarsi di come sia sopravvissuto contro «tutte le leggi fisiche». Del possibile arruolamento dello scrittore più celebre ucraino Serhiy Zhadan abbiamo già scritto, rammentando come la cultura ucraina potrebbe subire un’ennesima pausa per colpa della Russia oggi o delle varie entità del passato come l’Impero russo o l’Unione sovietica. 

Stanislav Aseyev conosce i russi non solo a distanza della linea del fronte, ma da vicino. Ha subito sulla propria pelle quello che chiamano il russkiy mir, il mondo o la pace russa. Nel 2014, quando Donetsk fu occupata dai militari russi, Aseyev decise di rimanere in città per fare da testimone dell’occupazione. Da quel momento ha collaborato con varie testate ucraine sul territorio libero usando lo pseudonimo Stanislav Vasin. A giugno 2017, è stato scoperto e rapito dai russi. Fino allo scambio dei prigionieri del dicembre del 2019, Assyev è rimasto in prigione a Donetsk, passando ventotto mesi in Izolyatsiya (che una volta era un centro di arte moderna di cui ha scritto Kateryna Zarembo nel suo libro “Donbas è Ucraina”), successivamente trasformato in camera di tortura nel mezzo della grande città.  

Dopo la sua liberazione, Aseyev ha raccontato tutto quello che hanno subito lui e quelli che sono stati con lui nel libro “The Torture Camp on Paradise Street” (Il campo di tortura nella via del Paradiso) nominando Izolyatsiya «la Dachau di Donetsk». 

Non so se Stanislav Aseyev abbia mai letto “Se questo è un uomo” di Primo Levi, ma certamente ha provato quello che ha provato Primo Levi. Nei loro testi ci sono le stesse emozioni fuse nelle parole. Leggere il male di Auschwitz raccontato da Primo Levi è sconvolgente, lo è ancora oggi, quello raccontato da Aseyev è il male di oggi. L’oggi che è qui nel continente europeo con quel male che sveglia di notte, che picchia le persone, che attacca ai loro genitali la corrente elettrica, che li chiude in una bara, che li sotterra vivi, che fa portare i sacchi di immondizia in testa per mesi e mesi, che porta ad annientarti come persona moralmente e fisicamente.  “The Torture Camp on Paradise Street”  on è un libro di finzione, è un libro documentario, raccontato in prima persona.   

Il libro di Aseyev è il film “Venti giorni a Mariupol” di Chernov sono dei documenti diretti dei crimini contro l’umanità commessi da un paese che tuttora gioca un ruolo sulla scena internazionale, e che noi nel mondo libero non riusciamo a sconfiggere in modo da ottenere giustizia per i crimini che ha subìto Stanislav Aseyev. Stanislav Aseyev sta cercando la sua giustizia sul campo di battaglia, per evitare che l’Ucraina si trasformi in un gigantesco campo di tortura. La speranza, il senso di umanità, il mondo libero c’è nei territori ucraini non occupati dalla Russia, e lui farà tutto il possibile per proteggerli, perché li aveva persi e ritrovati, e ora non li vuole perdere mai più.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter