Bruxelles, Kyjiv, Tbilisi I riformisti degli Stati Uniti d’Europa credono in una Ue forte e democratica

Le istituzioni europee non hanno voce sui più importanti dossier internazionali, a partire dall’invasione russa dell’Ucraina. Per questo, spiega Raffaella Paita, alle elezioni sarà importante votare per i candidati che si batteranno per un’Unione protagonista. Oggi Renzi al Dal Verme di Milano

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Quando abbiamo accettato di impegnarci per la creazione della lista per gli Stati Uniti d’Europa tra i motivi principali c’era quello di contribuire a vitalizzare e realizzare finalmente una politica estera davvero comunitaria, condivisa e soprattutto effettiva.

Motivazione che oggi vale ancora più di ieri. Se ci guardiamo attorno, infatti, all’orizzonte si staglia uno scenario drammatico che lega tra loro l’invasione dell’Ucraina e l’espansionismo aggressivo della Russia, l’interventismo internazionale della Cina che combina politiche commerciali, soft power e manifestazioni muscolari, la gravissima crisi mediorientale.

A mancare è la voce, forte e autorevole, del nostro continente, che dovrebbe invece recitare un ruolo da protagonista nello scacchiere internazionale.

Questa assenza, unitamente a egoismi nazionali che frantumano la potenza di una voce comune europea e che finiscono del pari con il generare un caotico rumore di fondo, relega l’Unione europea a un ruolo meramente secondario, recessivo, ancillare, con le sorti del pianeta che vengono fattualmente decise ad altre latitudini.

L’Unione e i Paesi che la compongono rischiano di essere meri spettatori di politiche che vengono decise altrove.

Mai come in questi ultimi mesi abbiamo sentito tornare in auge la geopolitica, la politica e le relazioni internazionali, con Stati Uniti e Cina che si sono confrontati e ancora oggi si confrontano, relegando il vecchio continente a una posizione inerte e quasi museale.

Proprio per questo abbiamo parlato di Stati Uniti d’Europa; nomina sunt consequentia rerum, e non si tratta di un mero scimmiottamento della forma istituzionale di quello che è il nostro storico e naturale alleato, ma della consapevolezza di come solo una vera unione – pur nelle differenze – possa generare una voce comune.

Una voce forte, autorevole, che veicoli attraverso un Alto Rappresentante e una diplomazia energica e consapevole il ruolo che compete all’Europa e che di certo non può essere quello di spettatrice sugli spalti mentre la storia si consuma davanti ai nostri occhi.

Ne parleremo certamente oggi alle 20.30 al Teatro Dal Verme di Milano, lanciando la candidatura di Matteo Renzi.

Va rimarcato come i due principali leader che hanno dato vita alla proposta degli Stati Uniti d’Europa siano due persone, Emma Bonino e Matteo Renzi, che a livello internazionale hanno giocato molto bene ruoli di primo piano.

A Milano lanceremo le nostre proposte su temi fondamentali per il futuro nostro e, soprattutto, dei nostri figli. E una cosa deve essere chiara sin da subito, il nostro impegno nel Parlamento europeo sarà concreto, effettivo e del tutto consapevole.

Il momento storico, drammatico per molti aspetti, esige serietà assoluta. Non possiamo accettare che le elezioni Europee diventino un mero riflesso di piccole beghe nazionali o un metodo per pesare il proprio gradimento a livello di politica interna: i nostri candidati sono stati scelti e selezionati per fare fronte a queste epocali sfide, sono prime scelte che se elette siederanno nel Parlamento europeo, non riserve o seconde linee come invece hanno lasciato intendere leader come Giorgia Meloni, Elly Schlein, Carlo Calenda illustrando le loro candidature…

Andremo a Bruxelles anche per ribadire con forza che la guerra in Ucraina deve finire; deve cessare l’invasione e l’aggressione che la Russia di Vladimir Putin ha operato ai danni di uno Stato sovrano.

Lo diremo con forza e con la consapevolezza che, accanto a un sostegno che non può venir meno al popolo ucraino, devono trovare spazio anche la diplomazia e l’attività negoziale.

Da tempo sosteniamo che un inviato speciale dell’Unione europea dovrebbe accompagnare lo sforzo militare con una politica diplomatica rigorosa.

E invece anche in questo caso l’Europa è totalmente assente. E dire che potrebbe spendere il carisma di figure autorevoli come Angela Merkel, Tony Blair, François Hollande, persone che conoscono le parti in causa e che, senza mai obliare le ragioni di un Paese brutalmente invaso e che ha subito atrocità come l’Ucraina, cerchino di elaborare una soluzione politico-diplomatica.

Potrebbero rappresentare un valore aggiunto e rappresentare le persone capaci di sbrogliare una matassa tanto intricata quanto pericolosa. È inutile far finta di niente: il rischio di un’escalation è dietro l’angolo.

Putin, in questo frangente, parla apertamente di esercitazioni nucleari. Il silenzio dell’Europa, il suo essere frammentata, litigiosa, incerta, aumenta la percezione di debolezza da parte dell’autocrate del Cremlino. L’odore della paura rischia di renderci facili prede di mire espansionistiche.

L’Europa deve incarnare davvero la chiave per individuare una via di pace e benessere diffuso, un elemento, questo, che paradossalmente hanno compreso meglio quelle nazioni che non fanno parte dell’Unione e che però aspirano a entrarci o, comunque, a non essere separate dalla nostra realtà.

Penso alle migliaia di georgiani scesi in piazza contro un governo che vorrebbe riportarli sotto il tallone della Russia di Putin.

Che emozione vedere le bandiere della nostra Europa usate come simbolo di speranza e di libertà! In Italia invece i nostri avversari non riescono a prendere le distanze da Putin, oppure fanno fatica a dire che le nostre armi servono alla resistenza degli ucraini; un pacifismo da salotto buono per i talk show ma che sarebbe devastante se trovasse applicazione nella politica reale.

Così come quell’antisemitismo che riemerge e che porta addirittura a riconoscere una qualche legittimità a una realtà terroristica quale è Hamas: un pacifismo untuoso, peloso, strumentale, utile solo per poter attaccare Israele e il suo popolo, in virtù di un’analisi che ancora una volta confonde, vigliaccamente, l’aggredito con l’aggressore.

Il mondo sta vivendo una fase complessa e terribile, i rischi sono elevatissimi, per questo c’è bisogno di portare a compimento il sogno dei nostri padri e dare al mondo un soggetto istituzionale e politico che sia autorevole e competente.

Chi verrà a Milano capirà perfettamente la differenza che c’è tra noi che ci candidiamo per realizzare un sogno e chi furbescamente prova a ingannare gli elettori per regolare qualche bega interna al proprio partito o per misurare il grado del proprio consenso.

Vorrei concludere citando il verso di un artista che amo, Ivano Fossati: «Sarà il futuro che viene a darci fiato».

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