Latina TurnerL’unica volta che ho incontrato Tiziano Ferro e la polemica sestessista con Mara Maionchi

Credevo che il cantante non avesse detto d’esser gay fino al 2010 perché erano solo fatti suoi, ma ora i suoi fan dicono che la produttrice discografica gli impediva di rivelare la sua vera identità

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Quando hai un solo aneddoto su una persona famosa te lo tieni per quando morirà e dovrai far finta di essere sua amica, o per la polemichetta della settimana? Io Tiziano Ferro non lo conosco e sono ragionevolmente certa che morirò prima di lui, quindi eccoci qui con lo scandale du jour.

Che riassumo, perché magari qualche lettore ha pensato agli affari propri per trentasei ore e si è perso la gravissima questione di Mara Maionchi che, a seconda del secolo da cui la si guarda, è benefattrice di Tiziano Ferro o ne è carnefice.

Qualche giorno fa Maionchi viene intervistata da Francesca Fagnani, alla quale dice che le sembra che Ferro non abbia chiarissimo che, se è quel che è, è merito suo, suo della Maionchi, e del marito, che gli fecero incidere il primo disco (era talmente tanto tempo fa che esistevano i dischi).

Ferro prima risponde dicendo che come può, Mara, ritenerlo ingrato, ritenersi non ringraziata, ed ecco qui la foto dei ringraziamenti nei dischi, ed ecco qui un filmato d’un abbraccio in un qualche backstage, e come puoi aver equivocato il mio indiscusso amore (è una sintesi mia, non parole sue, ma lo spirito è quello).

Poi però riposta qualcuno che scrive che sappiamo tutti com’è andata: la Maionchi si è comprata l’anima di Ferro ingiungendogli di dimagrire e di non raccontare che era busone, il povero Tiziano da Mara mica è stato miracolato, ne è stato una vittima, per forza ce l’ha con lei. Se riposti con applausi un’interpretazione la condividi, no? E quindi perché poche ore prima giuravi fosse un equivoco e tu invece imperituramente devoto? Non si sa, ma non è certo questa la dissonanza principale.

Quando Tiziano Ferro pubblica il suo primo disco, le Torri gemelle sono state abbattute da sei settimane. Il che significa che chi adesso ha trent’anni era in seconda elementare, e soffre quindi di presentismo. Tutti gli altri non so bene che scusa abbiano; però, se il mondo è drasticamente cambiato negli ultimi decenni e sei un dodicenne (cioè un trentenne di questo secolo), hai diritto di pensare che tutto sia sempre stato com’è ora. E invece.

Fa particolarmente ridere che l’interpretazione secondo cui Mara Maionchi ha rovinato la vita a Ferro impedendogli d’essere sé stesso sestessamente circoli il primo maggio, quando il concerto dei sindacati è presentato da una tizia che sta su quel palco solo perché è grassa e lesbica. Tizia che tuttavia, in un secolo che ha deciso che ogni inadeguatezza è una virtù, fa comunque il discorsetto sul fatto che la sua generazione (la tizia è del 2000) è quella cui viene imposta la perfezione. Ma chi, ma dove, ma instagrammate lo smalto sbeccato in primo piano, negli anni Ottanta ci saremmo fatte chiudere in convento pur di non farci vedere con lo smalto sbeccato.

È normale che un pubblico con così poca contezza della realtà pensi che essere busone e obeso sia una quota di mercato e quindi sia stata crudeltà non permettere a Ferro il sestessismo, ma chiunque fosse vivo in quegli anni (Ferro compreso) sa che no, non diventavi un cantautore sentimentale facendo militanza di ricchionaggine (al massimo diventavi una popstar che vedeva il futuro: the victims we know so well, they shine in your eyes, when they kiss and tell).

Lucio Dalla ha scritto canzoni d’amore declinate al femminile tutta la vita: i ventenni di oggi direbbero che lo faceva perché non era sé stesso sestessamente, io dico che è perché aveva abbastanza talento da fottersene della militanza busona e sapere che in “Cara” ci saremmo immedesimate tutte e l’avremmo reso ricco.

Infine, prima di venire all’aneddoto, metterei a verbale che anche la quota obesa prima o poi si stufa d’essere tale: aspetto seduta sulla riva del fiume che la tizia del primo maggio decida che si è stufata di vedersi in foto e in tv con le carni debordanti dai vestiti, e perda trecento chili come già ha fatto Noemi, che conduceva con lei (a quel punto però diventi una le cui interviste sono tutte titolate sull’essere dimagrita: la fama è un inferno).

L’unica volta in cui ho incontrato Tiziano Ferro, lui era in quel momento di grazia professionale a metà tra il disco in cui c’erano “Ti scatterò una foto” e “Ed ero contentissimo” e quello in cui ci sarebbero state “Alla mia età” e “Fotografie della mia assenza” (la mia canzone di Tiziano Ferro preferita, so che ci tenevate a saperlo). All’epoca Ferro faceva ancora finta di essere etero; o, come si dice in neolingua, non aveva ancora fatto coming out.

“Non me lo so spiegare” era la canzone con cui Laura Pausini lanciava il suo disco di duetti, e andai a intervistare i due in un pomeriggio del quale racconterò un’altra volta, perché l’eleonoradusismo della Pausini rispetto a quell’intervista merita una novella tutta sua. Qui dirò solo che – col senno di poi capisco il complesso da cui era sopraffatta, di fronte all’unico cantautore talentuoso della sua generazione – la Pausini continuava a ripetermi «Tanto lo so che sei qui solo per Tiziano».

Lui parlava pochissimo, sembrava molto mite e per nulla caratterizzato dalla perfidia isterica con cui me l’avrebbe descritto chiunque negli anni successivi. D’altra parte di diva in ogni contesto può essercene solo una, e quel giorno non era il turno di Ferro.

A un certo punto dell’intervista gli riferii che tutti i busoni che conoscevo lo chiamavano Latina Turner. Lui disse che non lo sapeva. Tempo dopo diede un’intervista a un mensile in cui riferì in toni non amichevoli di quella stronza che si era inventata una cosa del genere e l’aveva pure scritta in un articolo, come si era permessa, lui era saldamente etero.

Era il Tiziano Ferro del 2008 (quando rivendicò l’eteritudine al mensile) nella posizione di forza necessaria a dire a Mara Maionchi (che non era neanche più la sua discografica, credo) o a chiunque che non aveva più voglia di fingersi etero? Temo di sì. Poi perché e quando uno dica o non dica le cose (tutte le cose, non è che la sessualità sia quella sfumatura specialissima che facciamo tutti finta che sia) sono fatti suoi, ragioni sue (che spesso non sa neanche lui stesso, figuriamoci noialtri).

Però ecco, fa un po’ ridere pensare che il segreto fosse imposto al Tiziano Ferro ormai cantautore con taluni anni di carriera e capolavori in saccoccia, e ormai senza rivali; e ancora più ridere che nel 2001 l’industria discografica potesse ritenere una buona idea lanciare uno che oltre a essere cesso cantava pure di relazioni tra uomini: le ragazzine di oggi, per cui dirsi queer fa punteggio, non ci potranno credere, ma noialtre cresciute coi poster di Miguel Bosé e di George Michael eravamo saldamente etero. (Certo che nel 2001 io avevo ventinove anni, ma le canzonette sentimentali vengono squarciagolate ben più dalle zitelle trentenni che dalle adolescenti irrequiete: ero io, il pubblico di Ferro).

Francamente, fino allo sbrocco di questi giorni, alla povera Maionchi costretta a scrivere su Instagram «Qualcuno ha odiosamente avanzato l’ipotesi che ti abbia impedito di essere te stesso: sorrido perché la mia storia di vicinanza a questo argomento parla per me» (spero di morire prima di diventare ottantatreenne terrorizzata di venire rinnegata come icona gay), finora avevo creduto che Ferro non avesse detto fino al 2010 d’essere gay perché, come in quella pubblicità, erano solo fatti suoi.

O perché nel 2010 gli davano una copertina se lo diceva, e prima no. O per quel verso gucciniano che mi pare definisca l’unico rapporto sano con la fama: voi che siete capaci fate bene, a aver le tasche piene, e non solo i coglioni.

O perché la felicità non funziona creativamente – sarà vero? Esisterà una regola? L’equazione del successo può essere davvero così semplice? E se ne esistesse una, di equazione, non si produrrebbero solo successi? – e da quando ha smesso di essere «un grande falso mentre fingo l’allegria» Ferro non ha più inciso una canzone memorabile che sia una. Nel dubbio, io proverei a intitolare la prossima “Latina Turner”.

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