Visions of JohannaLa kefiah chic della generazione Z, e la rivoluzione con l’acqua degli altri

La dottoranda che chiede cibo per gli occupanti della Columbia forse è il punto in cui una buffonata torna a essere considerata una buffonata. Ma in realtà, come sempre, il problema sono gli adulti che si immedesimano nei loro puccettoni

LaPresse

«Io avevo una borsa di tela con su scritto Kattiva, con la kappa. Che vergogna». È la mattina presto del primo maggio, e io e M. stiamo parlando delle immagini pubblicate dal New York Times. Ci sono i poliziotti che identificano gli studenti alla Columbia, una delle università di New York: hanno spaccato vetri, occupato istituti, e ora come da normale dialettica democratica è arrivata la polizia, un rito di passaggio di tutte le occupazioni. Davanti a ogni poliziotto c’è uno studente, e ogni studente indossa la kefiah.

Fa molto ridere perché la kefiah, assieme alla Kelly di Hermès, è l’unico accessorio con la kappa che non sia passato di moda da quando andavo a scuola io (però le borse di Hermès non fanno più ben nata, ora che ce le ha qualunque arricchita di Instagram, mentre la kefiah fa ancora studentessa engagé).

Fa molto ridere perché la kefiah delle università americane nel 2024 è la stessa dei licei bolognesi negli anni Ottanta, con la differenza che ora te la procuri facilmente su Amazon, allora chissà che traffico comprarne una (io, inspiegabilmente, mai avuta; dovrei chiedere alle mie ex compagne dove si trovassero, forse al mercatino).

Fa molto ridere ma anche molta tenerezza. Ci diciamo ma certo, hanno vent’anni, sono scemi, è fisiologico, eravamo scemi pure noi. M. era kattiva con la kappa, le scemenze mie figuriamoci, certo non siamo nella posizione di ritenere questi ventenni più cretini di quanto lo fossimo noi. Però ci sono un paio di importanti differenze.

La prima è che non ci vedeva nessuno, noialtre scimunite di quando c’era la lira. Forse ogni tanto un tg faceva un servizio sulla Pantera (una giovinezza persa a pensare che il problema fosse la Falcucci, seguita da una vecchiaia a morire di nostalgia per la Dc: tutto sbagliato). Di sicuro gli adulti di allora non avevano in tasca telefoni coi quali guardarci e nel migliore dei casi ridere di noi.

Nel peggiore dei casi, ed è questa la differenza più importante, gli adulti di oggi si percepiranno coetanei dei ragazzini con la kefiah, o dei ragazzini con l’identità di genere, o dei ragazzini con qualsivoglia paturnia da ragazzini. Lo stesso NYT, due giorni prima, ha pubblicato una ventiquattrenne la cui kefiah sembrava uscita da un servizio di Vogue che ci spiegava che mondo con tormenti mai visti prima debba affrontare la generazione zeta.

Il tuo bisnonno veniva mandato in Europa a liberarla dai nazisti, tuo nonno si trovava il Vietnam tra i coglioni, tuo padre (quello che ora ti porta la pastasciutta durante l’occupazione) è cresciuto con la guerra fredda e la prima intifada, ma ehi, giovanotta, tu sei certamente la più traumatizzata delle generazioni, nonché l’unica con una telecamera nel telefono per dirci quanto siamo tenuti a prenderti sul serio. E noi ci adeguiamo: mica vogliamo rischiare che tu ci dia dei boomer.

Poi, è sempre sabato, arriva lei. Se non fossi quasi certa di venire smentita – nessuna previsione di cambio di direzione è sensata, in questo tempo sbandato ma anche incistato – direi che Johanna è il punto in cui una buffonata torna a essere considerata una buffonata e non una roba che gli adulti devono fingere di prendere sul serio per non venire ritenuti retrogradi dall’esercito del surf.

Johanna appare in un filmato fuori dalla Columbia, con la sua brava kefiah al collo, dietro di lei c’è uno che ha sì la kefiah ma anche la pancia di fuori e in una qualunque teocrazia sarebbe già in galera e qui invece sembra un ballerino di Britney Spears che nelle pause tra le prove occupa la facoltà. Dice ai giornalisti convenuti, Johanna, che se non lasciano che agli studenti occupanti venga consegnato cibo allora sarà emergenza umanitaria. Volete farli morire di fame e di disidratazione, chiede senza mettersi a ridere, volete rifiutar loro un bicchiere d’acqua? (Ai miei tempi si occupava per scopare, questa priorità del delivery dev’essere un sostituto della copula in un tempo sessuofobico).

Incredibilmente nessuno dei giornalisti convenuti domanda se di acqua non possano bere quella dei rubinetti dentro al campus: evidentemente sanno quant’è basilare a woman’s right to her Evian. Però se ne sente uno che le obietta: sembra che stiate dicendo «vogliamo fare la rivoluzione, vogliamo occupare questo edificio, e ora per favore portateci da mangiare». Mi torna in mente proprio M., che una volta disse di certe femministe dell’Instagram «vogliono fare la rivoluzione e hanno paura dei rumori del frigo», espressione abbastanza entrata nel mio lessico famigliare da non avere io avuto bisogno, mercoledì, di dire altro che «rumori del frigo» a coloro con cui volevo commentare Johanna.

Johanna che ha una grave responsabilità: mi ha fatto ridere di un meme. Io per chi fa i meme vorrei l’ergastolo ostativo, eppure ho riso quando ho visto una fotogramma di “Die hard” con Alan Rickman terrorista, e la didascalia «Chiediamo hamburger vegani con pane senza glutine e cappuccini di soia o moriremo di fame. Niente bagel».

«Niente bagel» è preso direttamente dalla lista di richieste degli occupanti dell’Ucla, l’università di Los Angeles, che nell’elenco dei cibi con cui bisognava salvarli dalla carestia hanno specificato niente bagel né noci né caffè né banane. Quando si è saputo che una delle occupanti aveva una grave allergia alle banane, i contromanifestanti proisraeliani si sono presentati al campus agitando delle banane. Si può sempre contare sulla maturità intellettuale ed emotiva dei militanti di tutte le fazioni. Per fortuna poi l’Ucla l’ha sgomberata la polizia, fatta probabilmente di coetanei degli studenti costretti però a comportarsi da adulti. Ma torniamo a Columbia. 

Neanch’io quando il fattorino di Glovo si rifiuta di salire e mi fa perdere cinque minuti per ristabilire il mio diritto costituzionale alla pizza la metto giù drammatica quanto Johanna con dietro il queer for Palestine con l’ombelico da tuca tuca. Neanche i monologhi dolenti in pessima dizione del primo maggio romano riescono a distrarmi da Johanna. 

La vedo ovunque, anche nel nuovo libro di Edoardo Camurri (esce la settimana prossima, s’intitola “Introduzione alla realtà”). «Una delle caratteristiche universali della Realtà è la forza di gravità. Ora, c’è qualcosa di più narcisistico della forza di gravità? Per quale motivo noi e tutto ciò che c’è dovremmo subire e soffrire questa forza?»: che differenza c’è tra questa frase scritta da un filosofo adulto e detta da una studentessa letteralista? Beh, quella che scopro verso sera: che Johanna non è, come abbiamo creduto tutto il giorno giustificandola, una studentessa a stento maggiorenne.

È una dottoranda, ha trentatré anni, ha lavorato nelle pr per uno studio di comunicazione che ha tra i clienti Bloomberg Media e la Samsung. Che una divenuta famosa per aver detto che gli studenti moriranno di carestia se non gli recapitano il cibo a domicilio nel college occupato sia una professionista della comunicazione fa di quello in cui viviamo un mondo in cui vale tutto, e io potrei essere étoile della Scala.

Dice Johanna che le interessa la poesia vista attraverso una lente marxista, qualunque cosa significhi. Diceva nel 2013, in un articolo che scrisse per Vice, che «quando hai ventitré anni e sei on line, parli con le voci degli altri». Forse non ha mai smesso. Forse, quando dice che non hanno acqua, parla con le voci dei suoi bisnonni che non avevano l’acqua corrente in casa; o con quelle di chi oggi, a Gaza o in altre emergenze umanitarie meno fantasiose di quella di Manhattan, davvero non ne ha di potabile.

Forse siamo così abituati a sentir parlare gli adulti con voci da liceali in assemblea d’istituto, a sentire i miei coetanei annuire gravemente mentre sostengono che nessuna generazione è mai stata oppressa e traumatizzata quanto i giovani di questo secolo, talmente abituati a sentire solo stronzate che neanche riconosciamo un’adulta, se ci si presenta davanti travestita da ginnasiale, con gli accessori kattivi con la kappa.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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