Uno dei talenti più invidiabili che esistano è quello per la facilità (anche apparente: mica vogliamo saperlo, se dietro c’è studio matto e disperatissimo) nel comporre grandi frasi. E uno dei talenti più luminosi in questo settore è quello di Zadie Smith.
Ma anche quello di Madonna non scherza. E quindi è successa, più o meno, quella cosa sintetizzata decenni fa da un altro grande compositore di frasi, Alessandro Baricco: «Accadono cose che sono come domande. Passa un minuto, oppure anni, e poi la vita risponde».
Più o meno, perché in realtà è successo al contrario. È successo che ieri il New Yorker ha pubblicato un articolo di Zadie Smith sulla tifoseria divisa in curve tra Israele e Palestina, ed è successo che le inevitabili polemiche sono state, se possibile, persino più stupide del solito.
È successo che me ne stavo lì a leggere gente che diceva che Zadie Smith non era poi così talentuosa, non poi così eccezionale, non poi così preparata. È successo che pensavo a tutto quel che avrei voluto rispondere, e poi mi sono resa conta che aveva risposto Madonna due giorni prima che l’articolo uscisse e la polemica ci fornisse la nostra dose di dopamina.
Sabato sera, a Rio de Janeiro, chiudendo il tour cominciato a ottobre a Londra, Madonna ha detto l’unica frase con cui sensatamente rispondere a chi è così poco lucido da ipotizzare che Zadie Smith non sia all’altezza della reputazione intellettuale di Zadie Smith, che sia diventata Zadie Smith per caso, per fortuna, per raccomandazione. Accadono cose che sono come domande, e Madonna ha già risposto. You can fuck your way to the middle, but you can’t fuck your way to the top.
Dandola via puoi farti strada fino a un certo punto, ma non puoi arrivare in cima. Vale per il darla via (che è una forma rispettabile di gavetta: ne parliamo come fosse una scorciatoia, ma oh, darla via è una brutta fatica), ma vale in generale per tutto ciò che ci piace liquidare come immeritevole. Le scorciatoie, le conoscenze, l’ereditarietà.
Martin Amis diceva che era l’unico romanziere ereditario d’Inghilterra. Lo diceva perché era intelligente (essere il figlio di Kingsley lì era come sarebbe stato essere, non so, il figlio di Moravia qui: meglio che ne faccia un vezzo tu, prima che si buttino a rinfacciartelo gli altri); lo diceva, soprattutto, perché era così sicuro del proprio talento da potersi con divertimento dire figlio di papà (in neolingua: nepo baby).
Essere figlio di papà ti dà dei vantaggi, ma non ti fa essere il migliore in nessun settore (che poi è la sinossi minima di “Succession”, e la ragione per cui le seconde generazioni di ricchi son quelle che sputtanano i patrimoni e le aziende: ognuno pensi agli esempi italiani che preferisce).
Martin Amis era insopportabile non per il suo successo o i suoi soldi, due cose che possiamo illuderci che presto o tardi otterremo anche noi (specie in quest’epoca in cui il gusto del pubblico premia la mediocrità); Zadie Smith è insopportabile per il suo talento, una cosa che siamo ragionevolmente certi che non avremo neanche tra cent’anni. Ci distraiamo con l’invidia delle ricchezze instagrammate, per non pensare all’invidia del genio non alla nostra portata.
«L’eguaglianza di ogni vita umana non è mai stata una verità ovvia nell’America della segregazione razziale. Non c’era un possibile esito “vittorioso” in Vietnam. Hamas non sarà “eliminata”. I più di sette milioni di esseri umani ebrei che vivono nello spazio tra il fiume e il mare non spariranno solo perché tu pensi che dovrebbero. È tutta solo retorica. Parole. Catartiche da cantilenare, magari, ma essenzialmente prive di senso». Nel pezzo del New Yorker (sul cui titolo, “Shibboleth”, lo stesso d’una puntata di “The West Wing”, potremmo intrattenerci a lungo, ma non oggi e non qui), Zadie Smith compone almeno un’altra grande frase.
«È nella natura di ciò che è politico che non ci si possa occupare di imperativi morali finché non si sappia la posizione politica di chiunque stia parlando (stai con Israele o con la Palestina?). In questi costrutti narrativi, ci sono sempre una serie di shibboleth, che sono frasi indicibili o, al contrario, frasi che bisogna dire. Una volta che queste parole o frasi sono state pronunciate (dal fiume al mare, minaccia esistenziale, diritto di difendersi, uno stato, due stati, sionista, colonialista, imperialista, terrorista) e il posizionamento di quel qualcuno sarà stato stabilito, allora e solo allora si presterà attenzione agli aspetti etici della questione (o li si ignorerà completamente)».
Il valore intellettuale di qualcuno io lo misuro da quanto mi dà soddisfazione non essere d’accordo con quel qualcuno, e Zadie Smith dà moltissima soddisfazione. Credo d’aver già detto che uno dei migliori saggi di critica culturale che abbia letto negli ultimi anni era il suo su “Tár”, pubblicato sulla New York Review of Books: non ero praticamente d’accordo con neanche una riga.
Anche in questo articolo dice molte cose con cui non sono d’accordo; in particolare dà, come sempre fa, troppissimo credito ai giovani. Ha un po’ la mistica della gioventù, credo sia perché ha delle figlie e nessuno che abbia figli può permettersi il lusso di ricordarsi quanto si sia fisiologicamente imbecilli da giovani.
Ma, poiché è Zadie Smith, mica Vongola75 o un qualunque editorialista italiano, si guarda bene dal tifare. Dal dire chi ha sbagliato più forte. Dal prendere posto in curva. Ragiona sul meccanismo, che è quello cui servono gli intellettuali (o anche solo gli artisti: mica sai se Omero tifasse per i greci o per i troiani).
L’internet le risponde che si mette il turbante per sembrare nera, ma in realtà si capisce da come ragiona che è una schifosa liberal bianca (Smith è di madre giamaicana, casomai v’interessasse l’essenzialismo razziale). E che a Cambridge devi fingerti apolitica per sembrare bianca ed essere accettata dalle élite (ma dirvi che siete tutti scemi e che avete sostituito ai ragionamenti gli slogan, scusate se cito una cantante nera, it’s fucking political). E che difende il sistema perché il sistema le ha permesso di diventare ricca e influente a neppure venticinque anni (il sistema, però, è come le mutande dell’uomo importante: ti porta to the middle, mica to the top).
Ma i miei tweet preferiti sono quelli che le rinfacciano cose assurde, quel che disse nel 2016 dell’Irlanda del Nord, o che Claire Denis non si sia trovata bene a scrivere un film con lei – il che, se di cinema non sai nientissimo, non ti pare una cosa che succede trecento volte al giorno, ma chissà quale dirompente notizia: dovevano fare un film insieme e invece no, puntesclamativo. L’hai trovata su Google, quindi dev’essere un’informazione preziosa, e ora puoi usare l’internet per rinfacciargliela, a quella stronza.
Zadie Smith non usa i social, dice che siamo tutti scemi a usarli, e io ogni giorno più volte al giorno penso che non abbia tutti i torti; e che tuttavia, come Vongola75 ha bisogno della dopamina che le viene dal prendere cuoricini per avergliele cantate a Zadie Smith, io ho bisogno della serotonina che mi viene dal leggere Vongola75 e sentirmi a confronto un genio del purissimo presente.
Zadie Smith non usa i social perché, quando sei non mediamente figa ma in cima alla figaggine mondiale, al tuo buonumore provvedi da te. E anche perché, quando sei intellettualmente lucida, conosci ognuno dei pretesti in nome dei quali s’irriteranno per quel che scrivi prima ancora di pubblicarlo: mica ti servono le notifiche.