Forme fluide La mostra dedicata alle sperimentazioni più radicali con il vetro muranese

Fino al 24 novembre, negli spazi della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, più di cento capolavori ripercorrono le magie avvenute nelle fornaci di Murano tra il 1912 e il 1930, tra fantasie ittiche e tecniche di decorazione intramontabili

Piatti realizzati su indicazione di Hans Stoltenberg-Lerche, 1911 (courtesy of Le stanze del Vetro)

Il XX secolo è stato per molti versi un secolo sincopato, più simile al suono di una jam session che all’ordinata esecuzione di una suite di Bach. È quanto accaduto anche alla sua produzione artistica, dove ai manufatti provenienti dal regno delle arti maggiori se ne sono affiancati altri un tempo relegati al comparto delle arti “minori”. Per minori si intendevano in precedenza quelle forme di “decorazione” non assimilabili a pittura scultura e architettura: di queste ossificate gerarchie, tuttavia, il XX secolo ha fatto piazza pulita. 

La premessa era necessaria per comprendere il punto di partenza della raffinata mostra che ha preso il via sull’isola di San Giorgio Maggiore a Venezia parallelamente alla sessantesima Biennale in corso. Negli spazi de Le Stanze del Vetro di Fondazione Giorgio Cini, l’esposizione in corso allinea centotrentacinque piccoli capolavori prodotti dalle fornaci di Murano tra il 1912 e il 1930.

Veduta allestimento (courtesy of Le stanze del vetro)

Un artigianato proprio nel Novecento assurto a forma d’arte, che tutto il mondo ci invidia e prova a imitare. Basti pensare all’invasione senza freni dei vetri “cinesi” in corso. Proprio nei primi anni del Novecento il vetro soffiato di Murano si è aperto a sperimentazioni anche radicali, soprattutto grazie al contributo di artisti e designer di fama internazionale. Escluso dal regolamento della Biennale alla sua prima edizione (1895), questa straordinaria lavorazione della materia fa il suo esordio a fianco delle arti “maggiori” solo a partire dalla decima edizione, quella del 1912.

Accade grazie alla determinazione di Hans Stoltenberg-Lerche, scultore e di fama europea, nato in Germania da padre norvegese e residente a Roma. È lui che sceglie di presentare lavori in vetro eseguiti con la collaborazione dei Fratelli Toso. Non interessato a forme e tecniche tradizionali, Stoltenberg-Lerche mette a punto una tecnica di decorazione a caldo da cui ottiene forme fluide e policromie iridate che si sposano perfettamente con fantasie ittiche: tra le altre, granceole, stelle marine e scorfani tipici della fauna lagunare.

In primo piano, Piccone in vetro Primavera, Vetreria Artirstica Barovier, 1929-30 (ph. Enrico Fiores)

Sono opere che riscuotono subito un ampio consenso da parte della critica e del pubblico, e che continuano a stupire allineate nelle vetrine della prima sezione di questa esposizione. In realtà tutte le sezioni presenti sono di grande interesse tecnico per gli specialisti, ma restituiscono un fascino gioioso per chiunque si trovi a transitare qui.

Oltre quella iniziale dedicata ai manufatti elaborati da Hans Stoltenberg-Lerche vale la pena di  segnalare proprio l’ultima qui disposta in ordine cronologico. Vi appaiono manufatti degli anni Trenta, ancora più straordinari perché – a detta dei suoi stessi creatori – sono frutto di un caso irripetibile. 

Alla XVII Biennale, la Vetreria Artistica Barovier presenta per la prima volta manufatti in un vetro battezzato col nome di “Primavera”: si tratta un tessuto vitreo costituito da gelatina di bromuro e carta dall’aspetto craquelé, frutto delle sperimentazioni portate avanti da Ercole Barovier (1889-1974). 

Portacandele e vasi realizzati da Ercole Barovier, 1930 (ph. Enrico Fiorese)

Tra loro spicca la figura di un piccione con occhi, piccolo becco e zampe piumate in pasta nera: un uccello immaginario, eseguito in una materia a sua volta immaginaria. Si tratta di un oggetto alto solo ventinove centimetri (del resto la celeberrima tabacchiera di Cellini ne raggiunge a malapena trentatré), ma che risulta una vera apparizione ancor più formidabile perché ispirata a una specie tra le più comuni della fauna veneziana. Per la sua eleganza venne subito considerato il simbolo dell’intera serie presentata dai Barovier a questa Biennale. La sua straordinaria sintesi formale si coniuga con l’unicità del tessuto vitreo bianco lattiginoso, battezzato “vetro Primavera”.

Il contrasto tra la trasparenza del corpo e i profili neri lo apparenta ad altri oggetti presentati in quell’occasione: vasi candelabri, coppe e vasi tra cui spicca quello mono-fiore modellato come un cavalluccio marino. Oggetti anche questi che suscitarono subito grande entusiasmo e che sono ancora attualmente ambiti da qualsiasi museo del mondo. Anche perché si tratta di una serie davvero irripetibile: l’effetto lattiginoso della miscela vitrea con la quale vennero eseguiti era frutto del caso, e pertanto è rimasto unico.

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