Profondo rossoLa controtendenza dei Paesi nordici alle elezioni Europee

Se la maggior parte degli Stati membri ha registrato un’avanzata degli ultranazionalisti, in Danimarca, Finlandia e Svezia l’impopolarità degli attuali governi ha polarizzato il dibattito e favorito l’ascesa della sinistra radicale

AP / La Presse

Dovevano deciderla le periferie, ma ad andare a votare sono stati soprattutto i residenti nei centri urbani. Dovevano colorarsi del rosso dei socialdemocratici, invece il rosso è quello profondo, con sfumature verdi, della sinistra radicale.

Le previsioni sono fatte per essere smentite, e non potrebbe essere più vero per quanto sembrava emergere dai sondaggi pre-elettorali, smentiti su tutta la linea nel Nord Europa.

Perché, sì, c’è un successo della sinistra, ma quella che doveva essere una vittoria dei socialdemocratici in tutti e tre i paesi nordici aderenti all’Ue, si è trasformata, invece, in un’onda rossa che seppellisce sia l’estrema destra che la sinistra di governo.

Ci si aspettava un duello fra i socialdemocratici contro i principali contendenti di centro-destra, invece in Danimarca questi hanno ottenuto il peggior risultato degli ultimi centoventi anni, mentre il primo partito è stato quello dei Socialisti Popolari di Pia Olsen Dyhr, ex Ministra delle Infrastrutture che, se possibile, ricalca le stesse posizioni di Mette Frederiksen in chiave ancora più radicale sull’immigrazione, ma è avvantaggiata dal fatto di non partecipare alla grande coalizione di governo che la premier ha messo in piedi con Moderati e Liberali. In Finlandia, la rincorsa di Antti Lindtman nei confronti del partito di governo, Coalizione Nazionale, è stata arrestata dall’ottimo risultato della “Lega delle Sinistre” di Li Andersson.

Solo in Svezia i Socialdemocratici non solo hanno retto l’urto, ma, anzi, hanno aumentato i consensi, ciò però è avvenuto in misura minore rispetto a quanto pronosticavano i sondaggi: l’ex premier Magdalena Andersson partiva dal 23,5 per cento ed è arrivata al venticinque per cento, ma ambiva ad un risultato superiore al trenta. Nel suo caso, è stato decisivo lo straordinario risultato del Partito della Sinistra, che lanciava come capolista il suo ex leader storico Jonas Sjöstedt, e dei Verdi che da anni boccheggiavano dopo numerosi scandali interni (ad esempio l’infiltrazione di simpatizzanti nazionalisti turchi) e invece hanno migliorato il risultato di cinque anni fa.

Il motivo dietro a questo exploit della sinistra radicale non è poi così diverso rispetto a quello che ha contraddistinto l’avanzata degli ultranazionalisti nell’Europa Centrale: i governi in carica sono impopolari, e la polarizzazione del confronto contribuisce a portare acqua agli estremi. A differenza del resto del continente, il Nord Europa sta vivendo, o ha già vissuto come nel caso della Danimarca, l’esperienza di avere un partito di destra radicale al governo.

E che l’ultradestra abbia stancato l’elettorato del Nord Europa lo testimonia anche il voto delle Europee, dove gli alleati di Giorgia Meloni (SD, PS e DD) sono andati decisamente al di sotto delle aspettative, e solo uno sprint durante gli ultimi giorni della campagna elettorale ha permesso al Partito del Popolo Danese (membro di ID) di salvare l’unico seggio. Tutto questo mentre la sinistra radicale, negli ultimi mesi, ha potuto rinserrare le fila anche su temi a lei tradizionalmente cari, come la costante protesta contro la Guerra in Medio Oriente e la difesa del Green Deal. E se c’era ragione di credere che la stagione dei Fridays for Future fosse finita, il voto di domenica può aprire un sequel.

Dicevamo, centri urbani: la svolta è arrivata dai quartieri hipster, più che dalle periferie. A Vesterbro, zona di tendenza della capitale danese, feudo della giovane ambientalista Kira Marie Peter-Hansen, Sinistra Popolare e Lista Unitaria mettono assieme quasi il sessanta per cento dei voti. La Ztl rosso-verde si è rivelata decisiva anche a Helsinki (Sinistra+Verdi al settanta per cento a Kallio) e nello storico quartiere operaio-pop di Stoccolma (Verdi primo partito a Södermalm-Enskede).

L’altra grande protagonista a sinistra è stata Li Andersson, trentasette anni e già ministra dell’Educazione nel governo dell’ormai baby-pensionata Sanna Marin: leader del partito più a sinistra nel parlamento finlandese, Andersson ha battuto ogni record di preferenze alle elezioni europee nel suo paese (nonostante solo il quaranta per cento si sia degnato di andare alle urne) e ha respinto al mittente ogni allusione a un potenziale indebolimento del sostegno all’Ucraina, dichiarando, in un’intervista alla tv di Stato, che continuerà a contribuire agli sforzi di guerra necessari a Kyjiv. La Lega della Sinistra è stato l’unico partito con una fronda interna contraria all’adesione alla Nato, altrimenti accettata da buona parte dei suoi esponenti.

La partita delle commissioni, a questo punto, sarà probabile appannaggio dei partiti aderenti al Ppe in Svezia e Finlandia, dove governa il centro-destra, mentre in Danimarca il tracollo inaspettato di Frederiksen potrebbe aprire le porte agli alleati di governo liberali, che pure sono usciti malconci dal voto. Per Mette Frederiksen, la scommessa lanciata due anni fa alla nascita del suo governo di larghe intese, rischia di trasformarsi in un boomerang: dato per scontato che avrebbe perso voti verso sinistra, non aveva forse messo in conto un possibile sorpasso, e questo è un campanello d’allarme per gli ultimi due anni di legislatura.

 

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