
Ci sono due piccole vicende che illuminano un problema gigantesco – perché neppure più percepito come tale – rappresentato dalla legittimazione del pregiudizio antisemita, e di tutti i falsi di cui si corrobora e guarnisce, come paradigma esemplare del free speech e del libero pensiero democratico.
Si tratta di due vicende a prima vista lontane, ma che sono in realtà il positivo e il negativo della stessa fotografia morale.
La prima è stata raccontata in un articolo sul Foglio da Iuri Maria Prado e riguarda una decisione del Tribunale di Milano, che ha ritenuto perfettamente lecito accusare un cittadino di essere parte di un “potere sionista” che “controlla tutto” e di usare tale potere al fine di “coprire il genocidio” del popolo palestinese, giacché l’utilizzo diffamatorio di uno dei motivi più consunti della stereotipia antisemita – la manipolazione del sistema dell’informazione da parte degli ebrei – è giustificato proprio dalla sua diffusione.
Scrive infatti il giudice, dando torto al ricorrente, che «il controllo da parte dei “sionisti” dei mezzi di informazione» è «argomento notoriamente oggetto di un acceso dibattito che divide l’opinione pubblica» e quindi le accuse, a chiunque rivolte, di far parte di questo sistema di controllo, e di operarvi per giustificare il presunto genocidio, «si inseriscono in questo quadro generale».
Detta in altri termini, l’odio antisemita è scriminato dal suo incontrastato successo e il pregiudizio contro gli ebrei dalla diffusione della cattiva stampa che i perfidi giudei, anche dopo il tramonto del crisma liturgico, continuano a meritare per più laiche ragioni sulla stampa nazionale e internazionale.
La seconda vicenda riguarda una giovanissima studentessa e attivista social, Angelica Albi, che su X ha quasi quotidianamente documentato, per settimane, il ricorso da parte del quotidiano L’Unità alla panoplia del pregiudizio “antisionista”, cioè anti-ebraico e anti-israeliano, nella ricostruzione del conflitto a Gaza e delle responsabilità del “genocidio” palestinese.
“Genocidio” che, ci potrà spiegare domani un altro giudice sulla scorta dell’esempio milanese, si può tranquillamente dare per dimostrato, vista la straordinaria popolarità che questa qualificazione della reazione di Israele al pogrom del 7 ottobre ha guadagnato perfino sul palco nazional-popolare di Sanremo.
L’Unità e il suo direttore Piero Sansonetti non hanno mai risposto nel merito ai rilievi di Angelica Albi, se non per giustificare la fonte ebraica delle notizie e dei giudizi più duri sul genocidio riportati sulla testata. Che è una giustificazione più o meno pari a quella di chi volesse relativizzare la Shoah usando la parola dei sette rabbini ultraortodossi, che nel 2006 presenziarono al famoso convegno organizzato dal presidente iraniano Ahmadinejad a Teheran per contestare la realtà storica dell’Olocausto.
Questa tenzone social, che anche fuori dalla bolla “sionista” vedeva Sansonetti nettamente soccombente, è stata a un certo punto centrata da una bomba di precisione, con cui il direttore dell’Unità comunicava che, pur essendo egli contrario alle querele (noblesse oblige), “gli avvocati” del giornale avevano deciso – in singolare autonomia – di querelare Angelica Albi dopo un post in cui ella accusava L’Unità di aver eletto a “combattente per la libertà” (così il titolo dell’articolo) un non sospetto, ma autoproclamato militante della “Brigata Tulkarem”, organizzazione combattente e filiazione della ‘”Brigata dei martiri di al Aqsa”.
Non ho idea se chi dovrebbe firmare la procura “agli avvocati” di quella testata notoriamente garantista abbia idea di procedere davvero sulla strada minacciata, in sua vece, dal notoriamente garantista Sansonetti. Ma varrebbe la pena che, prima di procedere, riflettesse sui paradossi a cui rischia di prestarsi un’istanza di tutela anti-diffamatoria sostanzialmente fondata sulla insindacabilità della diffamazione anti-ebraica, a cui appartiene anche la nobilitazione resistenziale di un’organizzazione dedita alla lotta armata e all’esercizio della violenza contro i civili: cosa possibile, in Italia, solo con un gruppo che spara agli ebrei – e a nessun altro.
In ogni caso, resta la domanda: cosa significa essere un Paese in cui i Protocolli dei savi anziani di Sion possono essere smerciati come prova di giornalismo d’inchiesta d’essai, e la difesa dall’oltraggio antisemita essere rubricata come un esecrabile attentato alla libertà di parola e alla libera informazione? Lo scopriremo presto, anzi lo stiamo già scoprendo.