Crisi di astensioneL’orbanizzazione di Meloni che fa male all’Europa

All’inizio la premier è stata dialogante, lontana dall’omologo ungherese, ma ora, dopo il voto, c’è il rischio di destabilizzazione. Per superarlo, le forze europeiste devono coinvolgere i sovranisti nella discussione

Front fow left to right, European Parliament President Roberta Metsola, Hungary's Prime Minister Viktor Orban, Italy's Prime Minister Giorgia Meloni, Lithuania's President Gitanas Nauseda, Romania's President Klaus Werner Ioannis and Ukraine's President Volodymyr Zelenskyy during a group photo at an EU summit in Brussels, Thursday, June 27, 2024. European Union leaders are expected on Thursday to discuss the next EU top jobs, as well as the situation in the Middle East and Ukraine, security and defence and EU competitiveness. (AP Photo/Geert Vanden Wijngaert)

Il voto di Giorgia Meloni al Consiglio europeo del 28-29 giugno contro Kaja Kallas e Antonio Costa e la sua astensione su Ursula von der Leyen sono destinati ad avere un impatto potenzialmente destabilizzante sull’impianto politico-istituzionale europeo. Sembra infatti essersi avverata la profezia che circolava in Europa prima delle elezioni italiane del 2022: quella che preconizzava che l’Italia, con l’avvento di Giorgia Meloni alla guida del Paese e sulla scena politica europea, sarebbe diventata una seconda Ungheria.  

Ma ci sono due osservazioni da fare in merito. La prima è che l’“orbanizzazione” di Meloni è avvenuta in maniera molto diversa da come tanti osservatori europei pensavano due anni fa; la seconda, che la responsabilità è condivisa tra Meloni e il resto della leadership europea.

Sul primo punto, è innegabile che Giorgia Meloni all’inizio del suo mandato avesse scelto una strada pragmatica e dialogante con le istituzioni europee, non soltanto ponendosi in pima linea nella difesa a oltranza dell’Ucraina e dell’appoggio al governo di Volodymyr Zelensky, ma anche mostrando grande cautela sui conti pubblici e nella gestione del Piano nazionale di ripresa e resilienza e lavorando di sponda con la Presidente von der Leyen sul dossier migratorio.

Una linea ben diversa dunque da quella del suo omologo ungherese, considerato da tutti un paria per la sua posizione filo-russa e per aver tentato a più riprese di bloccare la reazione europea all’invasione dell’Ucraina, dagli aiuti militari alle sanzioni, oltre che per le sue aperture al rivale strategico cinese e alle gravi violazioni dello stato di diritto e della libertà di stampa in patria.

Tuttavia, l’approccio di Meloni ha subito una virata dopo le ultime elezioni europee e in particolare nella partita per le nomine, fino ad arrivare alla decisione di porsi dalla stessa parte di Orban e contro il resto della comunità dei leader contestando l’accordo finale. 

Se anche si trattasse di pura tattica politica e se pure portasse a risultati concreti nel breve termine, ad esempio con l’assegnazione all’Italia di una vicepresidenza con un portafoglio di peso nella prossima Commissione, questo cambio di passo potrebbe avere conseguenze assai deleterie sul futuro europeo. Segnala infatti lo sdoganamento di un metodo tradizionalmente estraneo ai consessi europei, dove la ricerca spasmodica del consenso ha garantito negli anni una sostanziale tenuta politico-istituzionale dell’Unione, sebbene abbia determinato non di rado risposte disfunzionali o tardive a questioni anche cruciali e urgenti. Le crepe del sistema avevano cominciato a farsi evidenti proprio con Victor Orbán, ma ha finora prevalso la convinzione che fosse una deviazione eccezionale e temporanea da raddrizzare con i metodi e gli strumenti di sempre.

Così vanno interpretati gli stratagemmi utilizzati nei mesi scorsi dai leader europei per neutralizzare i veti ungheresi sulle sanzioni alla Russia o l’avvio dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina. Nella stessa ottica va vista la determinazione di arrivare a un accordo sulle nomine tra le forze europeiste e moderate escludendo i rappresentanti delle nuove destre, che nel caso italiano però si trovano anche alla guida del governo di uno dei Paesi fondatori e seconda economia manifatturiera europea – come ha tenuto a precisare il vice premier Tajani. Il voto di Meloni ha fatto capire che i tempi sono cambiati e che non si possono più dare per scontati i rapporti di forza e le dinamiche del passato.

Il rischio conseguente alla modalità negoziale scelta dalla Presidente italiana, tuttavia, è quello di alimentare una logica di contrapposizione e di ridurre i negoziati europei a processi puramente transazionali, in cui la legittima difesa degli interessi nazionali non ha limiti e si spinge fino a minare le basi della costruzione comune europea. Il risultato, qualora una simile impostazione venisse adottata da diversi Stati membri, sarebbe la paralisi totale dell’Unione, o peggio ancora la sua frammentazione politica. 

Da questo punto di vista, Meloni e gli altri leader europei, Emmanuel Macron e Olaf Scholz in primis, hanno peccato per un misto di hybris e ingenuità e portano le responsabilità di un potenziale contagio, a maggior ragione con l’incognita Le Pen/Bardella in Francia. L’obiettivo di arginare le spinte nazionaliste ed estremiste a livello europeo è pienamente condivisibile. È necessario però da parte delle forze europeiste un approccio più razionale ed articolato, che sappia coinvolgere appieno nel gioco europeo quelle forze sovraniste che si dimostrano disponibili a rispettare le linee rosse invalicabili per la tenuta del sistema dell’Ue: il rispetto dello stato di diritto, della lettera e dello spirito dei Trattati.

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