
Era già passata la mezzanotte che separava l’undici e il dodici luglio, quando la rivolta nel carcere di Trieste si era placata. Dopo il caos, le coperte incendiate dai detenuti e il gas lacrimogeno adoperato dalla polizia, rimaneva un quarantottenne a terra nella propria cella. Overdose di metadone. La storia ricorda i numerosi episodi di rivolta nelle carceri a ridosso dell’emergenza Covid, con tredici vittime e settantadue casi di evasione.
Non è una storia recente, la questione della sostenibilità delle carceri italiane è una delle questioni più vecchie nel dibattito politico e non è necessario andare fino al “Dei delitti e delle pene” di Cesare Beccaria. Ancora il 24 Maggio 1901, in un commento su La Stampa adiacente alla notizia del suicidio (oggi considerato presunto) del regicida Gaetano Bresci, comparivano queste righe. «La dimora nel carcere cellulare peggiora queste influenze, sia provocando»… «il cosiddetto delirio carcerario» … «sia acuendo la tendenza suicida»…«Recentemente, l’illustre Canevalli, il direttore delle carceri italiane, ha con un dotto studio dimostrato l’immensa prevalenza della pazzia del suicidio o della pazzia nelle carceri cellulari in rapporto alle comuni».
Queste righe erano frutto della mente di Cesare Lombroso, non certo un garantista, le cui teorie sono state ampiamente smentite, e che nonostante tutto aveva individuato una caratteristica della detenzione ancora comune oggi, quella del disagio che contribuisce all’aumento dei suicidi. La questione entrerà nel vivo del confronto politico solo con l’avvento della Repubblica, e una delle prime ispezioni della Commissione Parlamentare apposita, istituita per volontà del liberale Giovanni Persico, conclude la sua relazione nel 1951, con l’auspicio di umanizzare la pena per i detenuti.
Non è una faccenda di facile risoluzione, perché fra la necessità di migliorare le condizioni di vita nelle carceri e la attuazione, si pongono in mezzo quesiti di natura etica, legale e politica: è difficile, se non impossibile, imbastire un dibattito sulla riforma carceraria quando una freccia all’arco di chi si oppone sono le condizioni di vita di numerosi italiani incensurati, ed è ancora più difficile in considerazione della presenza di organizzazioni mafiose ricche di risorse, spietate e che non si sono fatte remore nel dichiarare guerra allo stato, alla legalità e ai cittadini che la mettono in pratica.
Il perché questo dibattito assume costantemente rilevanza lo spiega Alessio Scandurra, coordinatore dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione per l’organizzazione non governativa Antigone: «Nei paesi democratici le persone non vanno in carcere perché sono cattive, nei paesi democratici non c’è infatti la polizia morale. Si va in carcere perché si sono violate le leggi, e proprio per questo è importantissimo che il carcere, struttura pericolosamente opaca, rispetti le proprie stesse leggi. Cosa già non facile, ma che da sola non basta». Poi si pone una serie di quesiti: «A cosa mirano queste leggi? Qual è in un certo ordinamento la funzione della pena, e in particolare della pena detentiva?»
Ogni tanto, in quelle redazioni che faticano a trovare contenuti originali e sono costrette a scartabellare i video più popolari su TikTok, riciccia fuori la storia della prigione di Halden, ovvero un carcere di alta sicurezza in Norvegia, la cui struttura è improntata al recupero dei detenuti, anche in virtù dell’assenza dell’ergastolo dal codice penale norvegese, circostanza che, almeno in teoria, potrebbe permettere al terrorista di estrema destra Anders Behring Breivik (responsabile di settantasette morti) di uscire di prigione nel 2032 a cinquantatré anni, e il fanatista islamico Zaniah Matapour (autore di due omicidi durante il Pride del 2022) nel 2052 a settantatré anni, in questo caso perché la pena massima per atti terroristici è stata aumentata da ventuno a trenta anni. In entrambi i casi, una commissione potrà disporre la prosecuzione del carcere qualora fosse evidente il rischio di reiterazione.
Al di là dei due casi più famosi, le carceri norvegesi, come quelle italiane e di buona parte del pianeta, sono caratterizzate dalla presenza di piccoli criminali, spesso con problemi di tossicodipendenza, con situazioni familiari borderline e senza molte risorse per poter uscire da questa spirale. Ma se le caratteristiche della popolazione carceraria sono simili, cosa rende diversa la Norvegia? Cosa permette a questo paese di poter fare a meno dell’istituto dell’ergastolo, e soprattutto quali sono le conseguenze di un sistema carcerario ritenuto a misura d’uomo?
Un motivo che spiega perché questo fenomeno sia interessante, sta nei numeri: secondo le statistiche delle Nazioni Unite per ogni centomila abitanti, la Norvegia ha una media di 0.55 omicidi all’anno (un dato simile a quello italiano), una trentina di aggressioni con lesioni gravi, un dato in calo costante da quasi due decenni (in Italia è un dato spesso superiore al centinaio), circa settanta detenuti (in Italia sono circa novanta) e una delegazione del Ministero della Giustizia Italiano, nel 2015, ha stimato il tasso di recidiva entro i quattro anni del trentacinque per cento (in Italia il dato complessivo è quasi il doppio).
Ancora Scandurra: «In Italia, in base all’art. 27 della Costituzione, le pene devono sempre tendere alla rieducazione del condannato. Una finalità che in pochi contestano, anche a tutela della sicurezza di tutti noi, ma i dati sulla recidiva di chi esce dal carcere citati sopra ci dicono come stanno effettivamente le cose. E su questo probabilmente il nostro paese ha molto da imparare da alcune esperienze straniere».
Per capire se questo sistema è applicabile all’Italia, e se può essere giustificato da elementi che vanno oltre la semplice vivibilità di un istituto penitenziario, è necessario verificare sul campo, e farlo, possibilmente, con chi conosce bene l’ambito in un paese, la Norvegia, che sta affrontando proprio in questo periodo un allarme legato alla criminalità organizzata gestita nei quartieri ad alta concentrazione di immigrati e spesso legata alla vicina di casa Svezia, dove il fenomeno è pressoché fuori controllo ed è già costato la vita a numerose persone innocenti.
Le tre puntate successive in questa serie di articoli coincideranno con lo stesso percorso ipotetico di un detenuto, partendo con l’attività criminale e la relativa condanna, la fase di detenzione e infine il riottenimento della libertà e le opportunità e le sfide che questa persona si potrebbe ritrovare ad affrontare una volta fuori dal carcere.
In queste puntate interverranno criminologi, volontari, funzionari delle organizzazioni di riferimento, detenuti ed ex detenuti. A fare compagnia, il sottofondo di un esperimento che va avanti ormai da sette anni, ovvero quello di una trasmissione radiofonica, oggi diventata podcast, che racconta il proprio quotidiano fra le mura di un carcere o di chi ci è appena passato e che è diventato uno strumento di grandissima importanza per misurare la qualità della vita sulla base di elementi a volte dati per scontati, come la presenza di un amico, di un partner, di un buon piatto o di posate per poterlo consumare.
Racconta di un luogo dove il tempo si ferma (è forse l’unico luogo al mondo dove hanno ancora senso di esistere le riviste pornografiche), e, quando arriva il momento di uscire, l’impatto con la realtà può essere straniante. A volte è una nuova tecnologia che non esisteva fino a qualche tempo prima, a volte può essere un’organizzazione di volontariato pronta all’accoglienza. E con il prezioso contributo di Alessio Scandurra, sarà possibile mettere di fronte la proposta norvegese al contesto italiano.