Presidente Meloni, venga, si sieda, prenda da bere, le devo parlare. Le devo parlare del 2021, l’anno in cui a quanto pare è successo tutto, io chissà dov’ero, forse stavo traslocando, ho sempre una buona scusa per non accorgermi della notizia pure se m’investe a bordo d’un tir.
A dicembre 2020 Roberto Saviano disse in tv che lei e Salvini eravate «bastardi»: non gli venne lessico più sofisticato, e nel 2021 lei ritenne di querelarlo. Nel 2021 successero però due altre cose, di nessuna delle quali mi ricordavo fino a ieri.
Riguardano entrambe una tizia che immagino nessun lettore abbia mai sentito nominare, Giulia Cortese, secondo la sua biografia su Twitter (o come si chiama adesso) «Giornalista freelance, mamma di Sara Nerea». A ottobre del 2021, Cortese pubblicò un fotomontaggio in cui nella libreria di casa Meloni, dietro di lei, c’era una foto di Mussolini, indicandolo come la sua vera matrice.
Lei su Facebook puntesclamativò «Reputo che questa foto falsificata, pubblicata da una giornalista iscritta all’ordine, sia di una gravità unica. Ho già dato mandato al mio avvocato per procedere legalmente contro questa ignobile mistificazione. A questo è arrivato certo giornalismo di sinistra?!».
Cortese si scusò, rimosse il tweet, poi disse che «una giornalista è una persona che, a meno che non viva in una dittatura, è anche libera di fare goliardia/satira», poi che «quella del giornalista è una veste che va indossata h24, in tutti gli ambiti della vita quotidiana? Dove sta scritto? Non mi risulta che le piattaforme social siano un quotidiano d’informazione» – insomma, la linea difensiva non era chiarissima, ma era evidente a tutti che il punto fosse un altro. Ci arriviamo dopo, prima mi urge parlare di me.
Ieri, scoprendo che testate straniere di quelle che con sciatto automatismo definiamo «autorevoli» – il New York Times, la Reuters, la Bbc – avevano riportato la condanna di Cortese a pagare cinquemila euro non per il fotomontaggio di Mussolini ma per avere in un tweet successivo detto «Non mi fai paura, @giorgiameloni. Oltretutto sei alta un metro e venti. Non ti vedo neanche», ho pensato varie cose.
La prima è stata: com’è possibile che Saviano in tv valga un quinto di Vongola75 sul suo social? Per quel «bastardi» detto su La7, a “Piazzapulita”, nel 2020, l’anno scorso il più famoso scrittore italiano è stato condannato a risarcirle mille euro.
Nel 2021 Cortese – che, tra «giornalista freelance» e «mamma di Sara Nerea» all’epoca indicava in bio «content creator» – aveva trentaquattromila follower, ma considerato che seguiva più di ventottomila persone possiamo ragionevolmente ipotizzare che molte persone avessero semplicemente ricambiato il follow e non s’interessassero a quel che scriveva. Insomma, va bene che nei tribunali italiani la diffamazione e i relativi risarcimenti funzionano completamente a casaccio, ma non c’è proporzione. (Il New York Times ieri diceva che la legge sulla diffamazione italiana non tiene conto della fama: non è vero, in questo caso mi pare non ne abbia tenuto conto il giudice, ma le tabelle dei risarcimenti tengono conto sia della fama di chi diffama che di chi è diffamato).
La seconda è stata: ma è una causa civile o penale? Mi pare d’aver capito penale, ma da nessun articolo si capiva, e l’avvocato della signora Cortese era irreperibile. Per un attimo ho pensato di chiedere a lei, ma prima ho cercato ciò che preferisco cercare – me stessa – nel suo profilo social.
Scoprendo quindi che la signora mi aveva già presa a quelle che riteneva male parole nel 2021 (gliel’avevo detto, presidente, che era l’anno in cui cominciava tutto), rispondendo a un articolo intitolato “Guia Soncini si è rotta i coglioni dell’internet e di noi” con la ficcante frase «e noi di lei»; e poi, nientemeno, svelando al mondo che non sono iscritta all’ordine dei giornalisti, ohibò.
Nel 2023, invece, si era concentrata sulla psicologia spicciola: «Lei è la classica frustrata sul piano della femminilità che porta rancore verso donne che le toccano, forse sul piano estetico, qualche tasto dolente». Credo mi stesse accusando d’essere invidiosa delle sopracciglia da “Temptation Island” che esibisce nelle foto, ma quando l’ho ipotizzato mi è stato detto che era «tipico delle rosicone» utilizzare «insulti su parti del corpo». Neanche le avessi detto che era un metro e venti.
La ragione per cui nel 2023 io e la signora Cortese ci eravamo incrociate in quel troiaio che sono i social, presidente Meloni, è che allora ella aveva postato una foto di Salvini e lei e Berlusconi con le tre didascalie «Matteo Missina Denaro». Capito il gioco di parole? Insomma, su: querela una che fa i meme. Un Luca Bottura a basso reddito.
La ragione per cui ci eravamo incrociate è che io non resisto alla tentazione di irridere chi vedo pubblicare cose da querela, specie se chi le pubblica è il genere che poi se lo querelano frigna. Però penso anche che debba esserci una soglia non tanto di continenza espressiva, quanto di chiara fama del diffamatore.
Lo so che della libertà d’espressione ci siamo tutti rotti i coglioni e ci vien voglia di sorvegliare e punire, ma credo che la cosa più importante che debba fare una persona con un qualche grado di visibilità sia scegliere sotto che soglia non intasare i tribunali.
Non perché pensi che sia importante che le Cortese del mondo possano fare i meme, anzi sono abbastanza certa che un mondo senza meme sarebbe meno scemo (lo sarebbe anche un mondo senza turismo di massa, ma non è che mi metto a querelare quelli che comprano i biglietti di Ryan Air: al massimo iniziamo a pensare a una causa contro Ryan Air stessa). Per una ragione più seria: che uno non vale uno.
A gennaio del 2014 Cortese linka un proprio articolo con queste parole: «Con questo mio articolo ho battuto il record di diffusioni. Oltre 1000. #Soddisfazioni». È una giornalista da mille lettori il peso massimo le cui contumelie le sembra urgente arginare?
Che in assoluto non si debba fare causa per diffamazione in nome del diritto di critica è una scemenza: se uno si sente diffamato cosa diamine deve fare, sfidarti a duello? Ma, per percepirsi diffamati, bisogna che chi si esprime abbia un minimo di potenza di fuoco. Saviano che inveisce in tv capisco che sia considerato qualcosa, Carneade che ti dice «donna nana» è proprio niente.
(Altra cosa che non sono riuscita a capire: dalla stampa straniera sembra che la Cortese sia stata assolta per il fotomontaggio con Mussolini e condannata per il tweet in cui le attribuiva «un metro e venti» di altezza. Spero sia l’ennesima prova che non ci si può più fidare neanche dei grandi giornali, anche perché non vorrei trovarmi a dover risarcire tutti gli amici e conoscenti cui do dei nani con una certa frequenza).
Insomma, presidente Meloni, sia magnanima, sia istituzionale, sia la voce della ragione in questo troiaio che è la libertà d’espressione nel tempo delle connessioni dati a poco prezzo, e rinunci al risarcimento. Una volta, ero piuttosto giovane, lo fece per me un signore molto ricco al quale un tribunale aveva stabilito dovessi dare un sacco di soldi per averlo irriso.
A lui, che è fantastiliardario, non cambiò niente, così come non cambierebbe a lei rinunciare a quei cinquemila (che il suo avvocato ha già annunciato andrebbero in beneficenza). In compenso io a quel signore sarò grata in eterno, e tutti quelli ai quali da decenni racconto quella storia prendono a stimare moltissimo la sua benevolenza. È un guadagno reputazionale non dico pari a quello che le è venuto dal separarsi da Bellicapelli, ma comunque notevole. Ci pensi.