On photography Trump, Spacey, Ferragni e l’inquadratura della società dello spettacolo

Quando il discorso pubblico decide qualcosa per te non c’è verso di cambiare la tua condizione. La foto all’ex presidente americano col pugno alzato e l’orecchio insanguinato ha prevalso su quella di lui a terra, e ha fatto per lui ciò che da solo non sarebbe mai stato in grado di fare

AP/Lapresse

«I traumi, le emergenze, rivelano qualcosa di noi, non necessariamente qualcosa di importante. […] Mi sarei aspettato che Trump si nascondesse dietro le altre persone e invece non l’ha fatto». L’ha detto ieri al Corriere Jonathan Safran Foer, spiegando bene come funziona la società dell’immagine.

Trump si ferma prima di scendere dal palco e alza il pugno. Mettendo in pericolo gli agenti della sicurezza, per i detrattori politici e caratteriali. Creando un’immagine perfetta e potentissima, secondo gli osservatori della società dello spettacolo.

L’altroieri Paolo Giordano scriveva, sempre sul Corriere, delle tre foto di quell’avvenimento. Oltre a quella a pugno alzato, quella in cui si vede il proiettile fischiare, certo. E la mia preferita, scattata da Anna Moneymaker per Getty: Trump con la faccia contro il pavimento, schiacciato dagli agenti che stavano cercando di capire da dove venissero le pallottole.

Se quando tutti noi a mezzanotte e mezza, cercando notizie, abbiamo aperto i giornali americani, e ci siamo trovati davanti la foto a pugno chiuso del vecchio vittorioso contro gli imprevisti, se ci fossimo invece trovati davanti l’immagine faccia a terra del vecchio accucciato e tremebondo, oggi la nostra percezione del peso di quell’attentato nella storia dei prossimi mesi sarebbe diversa?

«Non credo ci sia niente che avrei potuto dire che sarebbe andato bene». L’ha detto un mese fa Kevin Spacey a Piers Morgan, nell’intervista in cui ha pianto e ha raccontato che la sua casa stava per essere messa all’asta per pagare le spese legali accumulate in questi anni. Però io sono rimasta colpita soprattutto da quella frase.

L’aveva detta in risposta a Morgan che gli ricordava come a molti non fosse piaciuto il suo primo comunicato, nel 2017, ribattendo alle accuse di Anthony Rapp di essergli saltato addosso. Quello in cui diceva che non si ricordava questi fatti ma se era andata così si era comportato male, e ne approfittava per ufficializzare per la prima volta che era gay. Gli era stato rimproverato d’aver mescolato i due piani – il coming out e le scuse – ma la risposta di Spacey a Morgan era giusta: quando non gira, non gira. Quando il discorso pubblico decide che non ne stai uscendo bene, non ne stai uscendo bene.

Quando Chiara Ferragni è comparsa in angora grigia a dire che avrebbe dato un milione in beneficenza, io ho trovato che fosse stata inappuntabile. Il discorso pubblico ha deciso diversamente: sono passati sette mesi e ancora le vengono rinfacciati la tuta grigia, il trucco non professionale, i capelli raccolti, persino il milione di euro in beneficenza (e quando non li dà la volete morta perché non li dà, e quando li dà è una poco di buono perché li dà: eh ma siete incontentabili però).

C’è qualcosa che avrebbe potuto fare che sarebbe andato bene? No, probabilmente, perché in certe circostanze non c’è niente che tu possa fare per cambiare l’inquadratura che la società dello spettacolo ha scelto per te. Puoi solo metterti lì con santa pazienza ad aspettare che passi il momento in cui niente che tu dica o faccia può placare l’insofferenza dell’opinione pubblica nei tuoi confronti.

Se sei Kevin Spacey, quell’attesa è un problema per te e per noi: per te moltissime spese legali (d’ordine di grandezza americano, mica le poche migliaia di euro con cui se la cava un accusato italiano), per noi nessun film e nessun risarcimento possibile (incredibilmente, non è riconosciuto un diritto del pubblico a godere delle prestazioni del più bravo attore vivente).

Se sei Chiara Ferragni, quell’attesa è un problema solo per te, per il tuo commercialista, e forse per gli alberghi che si ostinano a invitarti a soggiornare da loro, e poi quando li tagghi vengono assaliti dalle contumelie dei passanti. Dico «forse» perché una parte di me crede che i commentatori «non soggiornerò mai più da voi dopo che avete ospitato la Ferragni» siano tali e quali a quelli che scrivono ai giornali che se essi pubblicano ancora Tizio allora loro non li compreranno più: gente che quei giornali non li ha mai comprati, gente che quegli alberghi non se li sarebbe comunque potuti permettere.

Se sei Donald Trump, non il passare del tempo ti soccorre ma la demenza del reale. Arriva uno che ti spara, è troppo pippa come cecchino per farti seriamente del male ma, con un solo goffo proiettile, ribalta ogni inquadratura che la società dello spettacolo aveva predisposto per te.

Non serve che tu dica o faccia la cosa finalmente giusta, quella che andrà bene per convincere chi ti considera(va) nel più blando dei casi un golpista. Non serve che tu dia dei soldi alla Moneymaker per ritirare dal commercio la foto in cui è evidente la tua debolezza: quella in cui è apparente una tua forza è già immensamente più popolare nei notiziari e nei motori di ricerca.

Mentre tutti vanno alla ricerca del complotto, del mistero dell’aspirante assassino senza social (un’informazione che viene trattata come se si fosse detto che non aveva l’acqua corrente), della mancata telefonata alla vedova dell’uomo ucciso al comizio, una sola cosa è chiara, dell’esito dei fatti di venerdì notte.

Che quello sparo al più controverso rappresentante della società dello spettacolo ha fatto ciò che lui non sarebbe mai stato in grado di fare da solo: disinnescare la retorica della controparte. Come possiamo dire che sei un pericolo per la democrazia, tu che della democrazia ora porti le ferite?

È il contrario del momento di disgrazia di Spacey e di Ferragni: un momento di grazia in cui non c’è quasi niente che il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti possa fare di sbagliato. Quasi niente: fossi un consigliere di Trump, quel cerotto all’orecchio gli direi di non toglierselo fino a novembre.

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