Il belpaese dei balocchiL’autobiografia immorale della nazione, e la guerra russa all’Occidente

Fa notizia la perdita di un caccia e non la morte del pilota ucraino che lo guidava perché voleva difendere il suo paese dall’invasore. E non ci accorgiamo che in Georgia sta per scoppiare una nuova Ucraina. Siamo un paese di pinocchi e di asini

AP/Lapresse

Siamo il paese che fa i titoli dei giornali sulla perdita di un caccia F16, non sulla morte del pilota ucraino che lo guidava perché voleva difendere il suo paese dall’aggressione imperialista russa. Che spreco di denaro pubblico, signora mia, il pilota ucraino non poteva morire da solo e senza sciupare le nostre costosissime armi? Anzi, meglio non dare più armi agli ucraini, tanto poi le sperperano. O, magari, non facciamogliele usare se non per difendersi, mi raccomando: con parsimonia, e giammai per colpire le postazioni missilistiche e i depositi d’armi russi nel territorio del nemico invasore.

Siamo il paese che spiega a reti unificate che chi punta deliberatamente e poi lancia missili di precisione sui quartieri residenziali di Kharkiv per massimizzare il numero delle vittime civili ucraine in realtà vuole la pace, la pace del nostro tempo.
Sento già l’obiezione acchiappalike: e i palestinesi? In effetti siamo anche il paese che si indigna per l’esercito israeliano che uccide i palestinesi dietro i quali si nascondono i macellai nazi-islamisti di Hamas, e non per i nazi-islamisti di Hamas (eterodiretti dall’Iran,
alleato di Putin) che usano i palestinesi come scudi umani.
Siamo il paese che crede a qualsiasi fregnaccia diffusa dal ministero della salute di Hamas, ma che ignora i responsabili del pogrom del 7 ottobre e chi tiene ancora in ostaggio gli ebrei. Siamo il paese che non si cura di Hezbollah
che lancia centinaia di missili per uccidere il numero più alto di civili israeliani, i quali però non muoiono perché sono coperti dallo scudo missilistico dello Stato ebraico, anziché essere esposti al martirio come succede a Gaza.  

Siamo l’unico paese europeo, assieme alla colonia moscovita d’Ungheria, che da Palazzo Chigi e dai salotti tv retequattristi, di La7 e della tv pubblica vuole dettare agli ucraini la strategia di difesa: lì potete sparare, lì no; per carità le nostre armi non usatele di là, ma solo di qua.

Siamo il paese che tra governo e opposizione ha almeno tre partiti sulla stessa lunghezza d’onda del Cremlino, più un altro concepito sul lettone di Putin. E con il partito più importante, Fratelli d’Italia, che ha cominciato il riallineamento sulla sua naturale posizione anti occidentale, come ai tempi in cui Meloni si congratulava per la vittoria elettorale del dittatore Putin, perché si prepara a un possibile successo di Donald Trump (e quindi di Putin) a novembre in America.

Il Pd resiste a fatica, ma è ancora dotato di un briciolo di decenza e di un pugno di deputati inappuntabili sui valori non neogoziabili come la libertà e la democrazia (Picierno, Sensi, Quartapelle), anche se la linea ufficiale sbanda paurosamente da quando il partito è guidato da un gruppo di liceali in assemblea d’istituto permanente.

Siamo il paese che a quasi tre anni dall’invasione totale russa dell’Ucraina non ha ancora capito il progetto del Cremlino, peraltro spiegato in ogni possibile occasione da Vladimir Putin con chiarezza cristallina e attuato a tappe fin dal 2013. Siamo il paese che guarda le figure anziché accorgersi di che cosa succede davanti ai suoi occhi, un paese che crede al complotto demo-pluto-giudaico-massonico contro la povera Grande Russia perché ha sbirciato le cartine in cirillico di Limes.

Siamo il paese che non ascolta i partner dell’Est, i paesi della Nuova Europa antifascista che sanno che cosa vuol dire vivere con gli scarponi chiodati di un paese straniero totalitario sul collo, gli amici che ci avvertono che stiamo proteggendo i missili russi più delle vite ucraine, e per questo ci invitano a non essere parte del problema che infesta l’Europa, a non essere complici di Putin.

Siamo il paese che non ha alcuna cognizione del fatto che a qualche ora di volo da Roma, in Georgia, si sta per consumare la stessa tragedia che dieci anni fa Putin ha orchestrato per l’Ucraina, e che aveva cominciato nel 2008 in Ossezia, cioè nel Caucaso georgiano, approfittando del solito momento di debolezza americana. Il 26 ottobre ci saranno le elezioni generali in Georgia, una nazione in attesa di entrare nell’Europa democratica, ma attualmente guidata da un partito filo russo che si chiama Sogno Georgiano, ma che in realtà è un incubo non solo georgiano ma anche europeo, a causa di leggi liberticide, della promessa di mettere fuorilegge l’opposizione subito dopo le elezioni, e della minaccia di non riconoscere il risultato delle urne se l’esito sarà sfavorevole al governo.

Siamo un paese chiuso per ferie di fronte al caos alle nostre porte, un paese che si appassiona ai gossip familiari della famiglia Meloni, un paese capace solo di fare da scendiletto oppure, a seconda della curva di appartenenza, la guerriglia mediatica ai potenti di turno, ma mai davvero per convinzione, piuttosto per qualche indecente posizionamento politico.

L’altro giorno abbiamo letto sul Foglio che Salvini in realtà non è il «Truce» tratteggiato con precisione per anni da Giuliano Ferrara, ma «un mix tra Giuliano Amato e Mario Draghi». Non era un articolo comico, almeno non lo era intenzionalmente, ma era la fotografia esatta del nostro paese dei balocchi, un paese senza capo né coda, apparentemente ideale per divertirsi, ma dove tutti gli abitanti prima o poi si trasformano in asini.

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