Quando a Robin Givhan fu consegnato il premio Pulitzer per il giornalismo di critica, nel 2006, le motivazioni del comitato per questo onore recitavano che il merito della cronista nativa di Detroit era quello di aver redatto pezzi che «sono saggi arguti e oculati che trasformano la critica di moda in critica culturale».
Sarà forse per questo che in America la critica di moda, soprattutto quando è accostata all’analisi del guardaroba del potere, è presa assai sul serio: ciò che non viene detto, ma viene mostrato, è in fondo una sottaciuta dichiarazione d’intenti. Meglio di tutti lo ha spiegato la fashion director del New York Times Vanessa Friedman, nel pezzo “Why we cover what politicians wear”, scritto nel 2020 all’alba della nomina di Kamala Harris come candidata a vicepresidente.
«C’è un motivo se usiamo espressioni come “palco nazionale” o “teatro della politica» spiega Friedman. «La pompa magna è sempre stata parte dell’esibizione del potere, a prescindere dal sistema. L’abbigliamento è una parte intrinseca di ogni spettacolo; è intessuto nel processo della creazione e della comunicazione di un personaggio. Un assunto che non è mai così vero come durante i momenti delle cerimonie pubbliche ufficiali; i congressi, le inaugurazioni, i dibattiti, lo Stato dell’Unione. In una certa misura, oggi viviamo tutti di fronte ad una videocamera. Di conseguenza formuliamo giudizi istantanei sugli altri sulla base delle immagini che vediamo. Fa parte dell’istinto umano, e parte del nostro processo decisionale sulla base del quale determiniamo se qualcuno è piacevole o credibile come leader, a prescindere dal genere. Un assunto che è vero da Cleopatra a Castro».
Proprio per questo, quotidiani statunitensi rilevanti come il New York Times o il Washington Post hanno accompagnato al racconto delle quattro giornate della Convention del partito democratico tenutasi a Chicago – tra discorsi dei politici più prominenti e apparizioni di celebrities hollywoodiane – un’altra narrazione, che scorreva parallela: cosa indossavano i protagonisti? E cosa, quei vestiti, volevano dire rispetto alle loro intenzioni future?

Molto si è parlato dell’apparizione a sorpresa di Harris già il primo giorno – secondo la liturgia classica della Convention, il candidato sale sul palco solo l’ultimo giorno, per dichiarare di aver accettato in maniera ufficiale la sua nomination. Sul palco, per ringraziare il lavoro svolto dal presidente Joe Biden, l’attuale vicepresidente è salita in un completo beige, che ha subito scatenato i cronisti dotati di una certa memoria.
L’ultima volta che un’alta carica dello Stato aveva indossato un completo beige a un evento ufficiale risale al 2014, fa notare la stessa Friedman nel pezzo “Kamala Harris’s tan suit surprise”. Il presidente in carica era Barack Obama, che, in occasione di una conferenza sull’Iraq e la Siria, aveva sfoggiato giacca e pantalone color avana, con camicia bianca e cravatta regimental. I commentatori politici americani avevano tuonato indignati: Lou Dobbs dell’emittente Fox news, ad esempio, aveva definito l’abbigliamento «unpresidential». Il vespaio di critiche che ne era seguito era stato talmente persistente che ad oggi Obama, maestro nell’arte dell’autoironia, lo cita spesso (lo fece anche in occasione della sua ultima conferenza da presidente).

Friedman suggerisce che, di conseguenza, la scelta di Kamala Harris non può essere stata casuale, e con lei sono d’accordo molti commentatori politici e anche più genericamente i frequentatori del web. Il completo di Harris, in questo caso, è di Chloé, nome che già di per sé costituisce un’assoluta novità per la prossemica ufficiale della politica statunitense, secondo la quale è buona abitudine indossare brand nazionali. Un costume al quale dovette adeguarsi anche Jackie Kennedy nei suoi anni come first lady alla Casa Bianca: accusata di esterofilia per la sua passione per le griffe francesi, all’epoca la coniuge di JFK assunse Oleg Cassini, sarto di origine nobile (suo padre Alexander Loiewski, diplomatico russo, sposò l’italiana Margherita Cassini de’ Capizucchi, contessa bolognese) ma poi naturalizzato americano. Cassini creò quello che divenne noto come “Jackie Look”, abiti dalla linea ad A in nuance pastellate, modellati sul gusto europeo che la signora Kennedy amava.
Cassini venne poi da lei stessa affettuosamente definito “il segretario dello stile”, riconoscendone i meriti, e subito vennero messe a tacere le critiche di chi l’accusava di aver troppo poco amor di patria. Da allora molte first lady, ma anche celeb che si presentano alle cerimonie di Stato, indossano brand statunitensi, così da ribadire la loro devozione alla bandiera.
Qualche esempio sparso, tra i partecipanti alla Convention: Jill Biden ha indossato un vestito in paillettes blu, colore simbolo del partito democratico, firmato da Ralph Lauren; l’attrice Mindy Kaling era in un abito blu notte in pizzo di Monique Lhuillier, brand principalmente dedito alla creazione di vestiti da sposa, ma orgogliosamente statunitense; Jack Schlossberg, nipote di John Fitzgerald Kennedy e da poco nominato corrispondente politico per Vogue, indossava un completo blu di Ralph Lauren; Oprah Winfrey ha scelto un abito firmato dal designer americano Christian Siriano dal colore viola, che, essendo il risultato della combinazione del rosso simbolo dei repubblicani e del blu dei democratici, nel linguaggio politico americano simboleggia un invito all’unità; Gwen Walz, moglie di Tim Walz, candidato alla vicepresidenza, ha indossato, tra gli altri, un abito blu di Carolina Herrera, brand che sfila a New York e ha vestito molte first lady, da Jackie Kennedy a Lauren Bush passando per Michelle Obama e Melania Trump.

Infine Peggy Flanagan, vice governatrice del Minnesota, sfoggiava un blazer stampato e un vestito firmati da Jenny Okuma, artista e designer nativa americana. Una scelta assai simbolica considerato che la stessa Flanagan viene dalla tribù degli Ojibway. Sul palco, dal quale ha parlato per sostenere la candidatura di Harris e quella di Walz, ha specificato la sua provenienza, e il significato del suo nome originale nella lingua Ojibway, ossia «donna che parla a voce alta e con chiarezza». Attualmente, secondo il sito ufficiale dello stato del Minnesota, è la donna nativa americana che ha raggiunto la più alta carica governativa del Paese. Se il partito democratico vincesse le elezioni, e Walz dovesse lasciare la sua posizione di governatore del Minnesota per divenire vicepresidente, a prenderne il posto alla guida dello stato sarebbe lei, entrando nella storia come prima governatrice nativa americana della storia degli Stati Uniti.

Insomma: vestirsi, scegliere un brand piuttosto che un altro, per gli americani in politica, non è mai stata solo una questione di gusti personali, ma piuttosto una dichiarazione di intenti. Per questo la scelta di Harris di indossare un brand francese risulta ancora più inaspettata. Una direzione che ha ribadito anche quando è apparsa l’ultima giornata, per il suo discorso ufficiale: Harris, infatti, indossava un completo blu e una blusa lavallière in seta, sempre firmati da Chloé. La maison fondata da Gaby Aghion nel 1952 ha di recente avviato un rilancio grazie alla sua nuova direttrice creativa Chemena Kamali: nel passato recente, è stato il simbolo di certe it girl avvantaggiate geneticamente, come Sienna Miller e Alexa Chung, e ha incarnato un’estetica bohémien, che guardava ai vestiti morbidi con stampe floreali degli anni Settanta, un immaginario che deve molto alle rivoluzioni giovanili della decade, e ai festival musicali passati alla storia, Woodstock su tutti.

Oggi, secondo Friedman, questa scelta inaspettata potrebbe voler dire che rispetto al suo guardaroba, così come rispetto alle sue scelte politiche, Kamala Harris ha intenzione di non farsi dettare i programmi da nessuno. Più ironicamente, Rachel Tashjian, redattrice del Washington Post, nel pezzo “Fashion is back in politics” ha sottolineato come la gradazione del completo indossato da Harris la prima sera sia definito sul sito ufficiale della maison, come “coconut brown”, un riferimento – forse – a quel “coconut tree”, raccontato dalla stessa Harris, divenuto poi meme sui social.
Per chi non avesse social a cui affidarsi, durante una conferenza organizzata diversi mesi fa alla Casa Bianca, Harris voleva sottolineare l’importanza del contesto in cui si vive (l’evento voleva promuovere le opportunità scolastiche per la comunità ispanica). Per questo ha ricordato di quando sua madre, di origini indiane, le disse: «Non capisco cosa non vada in voi giovani: pensate di essere caduti da una palma da cocco? Esistete nel contesto di tutto quello che vi circonda e che è venuto prima di voi». Un aneddoto concluso da una sincera e divertita risata, che, senza alcun motivo apparente, è riemerso sul web di recente.
Un discorso a parte è necessario invece per l’ex first lady Michelle Obama, che ha sempre dimostrato attraverso i suoi abiti il desiderio di promuovere non solo il mercato interno, ma anche il cambio generazionale, affidandosi anche a nomi di designer americani meno noti o provenienti dalla comunità nera: nel 2009, al suo debutto come first lady, indossò un abito di Jason Wu, taiwanese che vive e lavora negli States; nel 2008, alla convention democratica, sfoggiò un abito della designer nativa di Chicago Maria Pinto; alla cerimonia inaugurale della presidenza Biden, nel 2021, la scelta ricadde su un completo color melanzana firmato dal designer nero Sergio Hudson. Una lunga lista di nomi, storie, e solo in ultima analisi, abiti, che sottolineano il divario enorme che corre tra la politica americana e quella nostrana, quando si tratta di consapevolezza del potere degli abiti, e degli abiti del potere.
In Italia le scelte di stile, quando vengono fatte con un certo grado di consapevolezza, si concentrano su brand nostrani in grado di trasmettere sicurezza e autorevolezza, Giorgio Armani su tutti: è impensabile immaginare una first lady, coniuge del presidente del Consiglio, che, per promuovere anche all’estero il nostro talento creativo e le sue più giovani espressioni, indossi le creazioni raffinate, ad esempio, di Quira, brand fondato dalla romana Veronica Leoni, qualche mese fa nominata direttrice creativa di Calvin Klein.
Tornando a Chicago, però, in occasione della convention di quest’anno, Michelle Obama ha optato per un completo blu, realizzato dal brand Monse, costituito da un pantalone e da una giacca senza maniche, con cintura in vita e un collo costruito in maniera complessa, «quasi militaresca, a sottolineare come queste elezioni saranno una battaglia», ha sostenuto Friedman nel pezzo “Michelle Obama suits the moment”. Importante quanto o più dell’estetica è l’etica che ha probabilmente guidato la scelta. Monse è un brand indipendente, fondato da Fernando Garcia e Laura Kim: i due sono anche dietro la direzione creativa di Oscar de la Renta, storico brand di riferimento delle first lady, e simbolo primigenio dell’American Dream (il fondatore de la Renta, scomparso nel 2014, era di origine dominicana, lavorò anche in Francia come direttore creativo di Balmain, dal 1993 al 2002, ma l’America è stata sempre la sua casa e il Paese che gli ha regalato il maggior successo).

Oggi, Garcia e Kim sembrano seguire la stessa traiettoria: lui è proprio di origine dominicana, ma cresciuto a New York, mentre lei è asio-americana, e tra l’altro tra i fondatori di Slaysians, gruppo di designer che condivide le origini e combatte contro l’odio razziale verso gli asiatici. Una scelta assai simbolica – se paragonata alle proposte politiche repubblicane, che non nascondono il desiderio di dividere, invece che unire – e che ha anche una ricaduta effettiva sugli acquisti: la newsletter di Puck, sito giornalistico indipendente che segue le vicende di Washington, ma anche quelle di Hollywood e della Silicon Valley, ha riportato, secondo fonti interne al brand, che, dopo il discorso di Michelle Obama, sul sito di Monse sono stati registrati più di ottocento pre-ordini della giacca da lei indossata (venduta a 1.690 dollari) e più di cinquecento ordini relativi ai pantaloni abbinati (al costo di 890 dollari).
Con un calcolo rigorosamente spannometrico, considerata anche la miriade di acquisti correlati – gli acquisti che sono stati realizzati perché l’utente è arrivato sul sito guidato dall’apparizione di Michelle Obama di martedì, ma poi ha scelto di comprare altri articoli rispetto a quelli indossati dall’ex first lady –, Puck stima che Monse chiuderà questa settimana con delle vendite pari a due milioni di dollari. Per un brand che genera dieci milioni di dollari l’anno è un risultato straordinario.
Il discorso per quanto riguarda gli uomini protagonisti della Convention, è totalmente diverso e segue altri binari, che non vedono nelle occasioni ufficiali delle particolari opportunità: è ovvio che dietro ci siano anche motivazioni pratiche, legate al dato che gli uomini hanno nel loro guardaroba una minore possibilità di scelta (quando si tratta di presenziare agli eventi formali). Il candidato alla vice presidenza Tim Walz indossava un completo blu classico, ma – come suggerisce Rachel Tashjian nel pezzo del Washington Post “For Tim Walz, a dad in plaid, dressing down is leveling up” – la strategia del partito democratico è quella di sottolineare la sua autenticità, soprattutto attraverso il guardaroba che sfoggia nella vita di tutti i giorni.

Lo stesso Barack Obama, sottolinea Tashjian, ha detto, parlando di Walz quando è apparso sul palco della convention, che «puoi star certo che quelle camicie in flanella che indossa non sono quelle di un consulente politico. Vengono dal suo armadio, e ne hanno viste». L’obiettivo, appunto, è quello di utilizzare il cv personale e professionale di Walz (per anni insegnante, che ha affrontato con sua moglie Gwen il processo della fertilizzazione in vitro per poter avere i suoi due figli) per raccontarcelo, anche attraverso gli abiti, come uomo vicino alla classe media americana.
Un racconto che finora ha funzionato perché autentico: anche prima della nomination come candidato alla vice presidenza, le foto di Walz raccontano di un uomo che predilige un guardaroba da padre di famiglia con un gusto casual. Cappelli con stampa camouflage, t-shirt, pantaloni cargo e giacche quattro tasche firmate da brand sinonimo dell’abbigliamento da lavoro come Carhartt o LL Bean sono in effetti quanto di più lontano possibile esista dallo stereotipo del burocrate o dell’avvocato istruito in un’università dell’Ivy League, che poco può empatizzare con le problematiche quotidiane dell’americano medio.

Quello stereotipo ha sempre colpito maggiormente l’ala democratica della politica Americana, accusata di essere, sostanzialmente, un ricettacolo di “radical chic” o, come li definiscono negli Stati Uniti, rappresentanti di quella coastal elite, gli affluenti politici e intellettuali di varia specie che vivono sulle due coste del Paese, e che nulla sanno di come se la passano tutti gli altri. In questa campagna, insomma, Walz ha il compito di sconfessare questo stereotipo: se ci riuscirà, sarà stato (anche) merito degli abiti che ha scelto e dei messaggi che ha implicitamente mandato. Con buona pace di chi, in Italia, si accapiglia ancora sull’armocromista.