Da Chicago a RomaLa lezione dei dem americani che i dem italiani devono seguire per diventare adulti

Kamala Harris è la candidata di un partito capace di attrarre elettori diversi, una grande tenda con tanti talenti della politica. È quello che dovrebbe fare Schlein con il suo Pd, ricreando un partito unitario, plurale, a vocazione maggioritaria

AP/Lapresse

Nelle sue cronache da Chicago, il direttore de Linkiesta Christian Rocca ha scritto queste parole: «Il partito democratico è una grande tenda con tanti talenti, ciascuno dei quali capace di attrarre elettori diversi, quelli che amano Obama, i nostalgici di Biden e di Clinton, i socialisti di Sanders, i nuovi socialdemocratici di Ocasio-Cortez, i liberal, i conservatori, i repubblicani delusi dalla trasformazione del loro partito in un culto».

Scrisse anni fa Vittorio Zucconi che il partito democratico americano «non sarebbe il partito più longevo se avesse aderito a una linea. Se non si fosse fatto la “grande tenda” sotto la quale ogni viandante può fermarsi e rifocillarsi, senza presentare tessere o sottoporsi a test di purezza. Se non fosse stato capace di non essere niente, e di diventare tutto».

Rocca e Zucconi parlano del Partito democratico americano, ma sono tutte parole che potrebbero calzare perfettamente per il Partito democratico italiano nato nell’ottobre del 2007, «una grande forza popolare, intorno alla quale si stanno raccogliendo le tradizioni culturali e politiche riformatrici del Paese, si pone il compito di mobilitare le energie e i valori del nostro popolo per rimettere questo Paese in cammino», si leggeva nel Manifesto redatto quasi vent’anni fa.

Fu infatti definito, il Partito democratico del Lingotto, un partito all’americana, e naturalmente era vero e non era vero e, com’è noto, presto fu nei fatti liquidato – «un amalgama non riuscito» – e all’ansia unitaria subentrò subito il cannibalismo correntizio che impedì la sua crescita verso una dimensione potenzialmente maggioritaria (con l’eccezione, dovuta però ad altre ragioni, del quaranta per cento che era di Matteo Renzi più che del Partito democratico).

Chicago insomma rilancia le ragioni di un partito unitario, plurale, a vocazione maggioritaria. Un partito, intanto, e non un comitato d’affari o una combriccola di personaggi in cerca d’autore. Con un gruppo dirigente largo e fortissimo perché luogo di direzione politica in grado di ritrovare l’unità nei momenti decisivi. Con una leadership autorevole, senza la quale le diverse culture si scontrerebbero senza fare sintesi e diventare progetto.

Chicago ripropone dunque il vocabolario della politica vera contro quell’antipolitica che negli Stati Uniti assume il volto codardo e la pratica insurrezionale di Donald Trump, e da noi, esauritosi il populismo circense di Beppe Grillo, va ad incastonarsi nelle politiche reazionarie della destra.

Bisogna chiedersi se il Partito democratico di casa nostra sia oggi in grado di fare quello che i democratici americani stanno realizzando. Se sia cioè capace di guardare il Paese negli occhi e proporgli qualcosa di nuovo, e soprattutto se è consapevole che deve aprirsi a tutte le istanze di rinnovamento, conquistando il ruolo del soggetto politico che dovrà battere questa destra. Una grande tenda, appunto. Sotto la quale possono trovarsi la sinistra classica e i riformisti, i socialisti e i liberali, a farla breve.

D’altronde le due scissioni, quella di Pier Luigi Bersani (LeU, Mdp, Articolo Uno) e quella di Matteo Renzi con Italia Viva sono entrambe fallite. Vorrà pur dire qualcosa. In effetti sia da parte dei socialisti che da parte di Renzi è mancata sinora una seria analisi di questo duplice insuccesso mentre il Partito democratico tra (pochi) alti e (molti) bassi è rimasto in piedi, e non è escluso che bisognerà fare qualche autocritica in più e darsele di santa ragione un po’ di meno.

Allora, non è che extra ecclesiam nulla salus. È che dopo la post-politica frammentata e inconcludente di questi anni servono soggetti forti, e forti leader. Kamala Harris, anche sorprendendo molti, sembra proprio una leader vera. Donna, come Elly Schlein, che malgrado una evidente crescita personale deve ancora dimostrare di essere leader. Tra Chicago e Roma la distanza geografica è enorme. Quella politica forse un po’ meno. La lezione che viene dalla convention dei democratici americani dà un senso all’avvenire della politica, anche a quella italiana.

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