Cortina di vetroIn Europa c’è un muro invisibile più insidioso di quello di Berlino

La Russia vuole diventare la nuova patria di tutti i cittadini occidentali stanchi delle democrazie liberali. E in qualche modo è sempre più facile vedere il mondo diviso in due come ai tempi della Guerra Fredda, anche se stavolta non ci sono mattoni e filo spinato a dividere le due parti

AP/Lapresse

A Vladimir Putin non piace il liberalismo, come già ci aveva spiegato nella famosa intervista al Financial Times del 27 giugno 2019. Ma temendo che l’invasione dell’Ucraina non fosse stata abbastanza chiara sul punto, torna a dircelo con un atto formale che spalanca le porte della Russia a tutti coloro i quali si sentono in fuga dai cattivoni dell’Occidente. Quelli, per capirci, come il rapper danese che Giovanni Boggero ha sarcasticamente raccontato su Il Foglio del 23 agosto e che si è trovato senza chitarra e con il fucile in mano in guerra in pochi mesi (pur senza una canzone di Morandi a celebrarlo). Il decreto si rivolge agli individui che vogliano esprimere concretamente una “mancata accettazione” delle politiche degli Stati che “impongono ideologie neoliberiste”. L’atto scava dentro il rapporto tra individuo e apparato istituzionale, si insinua dentro il patto civile e politico delle nostre democrazie liberali.

Le vittime del terribile liberalismo hanno finalmente una patria. Sì, pare assurdo ma è così, esistono vittime di quel pensiero che ammette tutti i pensieri, che protegge dal potere assoluto di qualcuno ogni minoranza e che garantisce diritti e doveri nello Stato di diritto assistito dall’invenzione, statunitense ed europea, del costituzionalismo. Suona come il proprietario di uno zoo che mette un annuncio per dare asilo ai leoni stufi di dover correre più della gazzella nella savana e per arruolare i lemuri stanchi di saltellare qua e là liberamente tra gli alberi. Vedremo in quanti risponderanno felici al richiamo della gabbia abbandonando quello della foresta.

La cosa farebbe sorridere se non fosse tremendamente seria nella sua capacità di far iniziare una storia nuova dopo che “una storia” (e non “la storia” come suggeriva Francis Fukuyama) era finita con la caduta del muro di Berlino. Che tratti ha la nuova storia è presto detto. Da un lato le democrazie liberali che si reggono su competizione e pluralismo: nessuno può avere un potere troppo forte tale da escludere gli altri che con lui condividono le sorti della comunità. Vale per la politica (elezioni libere e cambio di classe dirigente scelta dal popolo tra offerte diverse) e vale per l’economia (libero mercato, concorrenza e mutevole sorte delle imprese e dei professionisti nelle dinamiche dei bisogni umani). Tutto questo, con oltre duecento anni di consuntivo, ha prodotto protezione progressiva dai bisogni di sopravvivenza, progresso sociale, culturale e scientifico, maggiore ricchezza da distribuire a tutti.

Si badi bene, non senza crisi drammatiche e fasi terribili, come l’avvento delle dittature che hanno avuto l’effetto – con un costo umano drammatico – di rafforzare le democrazie rendendole un po’ meno vulnerabili.

Ora però, a quanto pare, nel seno di questi sistemi alcuni lamentano la crisi dei valori, sarebbero le vittime delle fatiche del liberalismo. Almeno così crede Putin che con il suo decreto (lo stiamo ritraducendo dal russo rispetto al testo ufficiale che circola tradotto in italiano… a presto per nuove riflessioni) farebbe riferimento agli “ideali distruttivi neoliberali”. Distruttivi certo. Distruttivi di ogni ordine non legittimato dal libero consenso dei consociati, distruttivi della rendita di posizione che hanno oligarchi in possesso di pezzi di Stato fintamente privatizzati e distruttivi di una classe dirigente che non ammette ricambio. Distruttivi di modelli che sono imposti come “normalità” a tutti escludendo ogni “diverso” proprio perché questi cattivoni liberali sono in grado di aprire alla pluralità dei modelli ammessi: tutti leciti se scelti dagli individui e se non contrastano con il bene comune deciso dalle leggi votate in Parlamenti eletti liberamente.

Il liberalismo è senza dubbio distruttivo, ma lo è di tutto quello che Putin rappresenta, tanto che, come il monarca assoluto sconfitto dal costituzionalismo, il Presidente “semi-eterno” alza la difesa di un mondo che si regge sull’autorità senza libera legittimazione. Come il Re voluto da Dio, come l’imperatore mandato dal destino (replicato dai vari Duce, Führer, Caudillo e giù con gli epiteti). Tanto che i rapporti di Putin con i pochi Paesi al mondo che non lo condannano si reggono sulla necessità di approvvigionare armi e di vendere gas oltre che su altri affari e bisogni bilaterali.

Chi fornisce armi alla Russia per continuare l’aggressione alla Ucraina? Due Paesi illiberali, o meglio: una teocrazia, l’Iran, dove muoiono donne in ragione di come si vestono, e un regime dittatoriale dove il nonno del Capo-baracca è “Presidente eterno”, la Corea del Nord. Da un lato l’Occidente (evocato come “il nemico” nei messaggi dei politici putiniani) e dall’altro un agglomerato di relazioni tra soggetti che in presenza del liberalismo semplicemente non esisterebbero.

Un muro insidioso perché non visibile, come era invece quello di Berlino, non palpabile come i blocchi di cemento e le linee di filo spinato per saltare i quali si rischiava di morire pur di correre dall’altra parte. E anche se non c’è un muro davanti al quale un presidente liberamente eletto possa urlare «Ich bin ein Berliner» vi è una cortina invisibile che divide il mondo. E far finta di non vederla non ha alcun senso.

Se questo “nuovo muro” si sta ergendo nelle relazioni internazionali, dunque, ci si chiede quali effetti possa avere per le dinamiche degli Stati: dividerà il mondo come già fece quello di Berlino assunto a simbolo della contrapposizione tra i blocchi della Guerra Fredda? Certo che potrebbe farlo, potrebbe – come fece la “cortina di ferro” tra Nato e Patto di Varsavia – non solamente dividere gli Stati tra loro per sfera di adesione o di influenza, ma potrebbe anche avere effetti nelle stesse democrazie liberali e sul loro pluralismo interno.

I nostri liberi Paesi dovranno ammettere che nel libero gioco democratico accedano (magari al governo…) forze politiche legate agli Stati del “fronte illiberale” o si profila la necessità storica di una nuova conventio ad excludendum? La maggioranza che ha sostenuto la presidente Ursula von der Leyen ha volutamente o meno tenuto fuori alcuni partiti; alcuni dei quali, peraltro, dialoganti con Mosca. In Francia il doppio turno e un patto politico hanno evitato che la destra di Marine Le Pen non accedesse al potere. Cosa accadrebbe in Italia se il divisore politico diventasse, come decenni fa, l’adesione o meno al fronte liberale occidentale nuovamente unito dall’attivismo russo piuttosto che terroristico o cinese?

Il sistema politico farebbe la stessa cosa di allora (la crisi del 1947) sconvolgendo le attuali dinamiche centro-destra/centro-sinistra per allontanare gli estremi e i filo-putiniani che spuntano ogni tanto qua e là?

Non sappiamo la risposta, ma in vista della eventuale nascita di un partito che metta in discussione il liberalismo, magari è il caso di iniziare gli studi di fattibilità, chissà. Anche se non vedo un De Gasperi in tv o sui social; anche se non vedo in giro abbastanza Berlinguer pronti a superare le dinamiche partiche nazionali e rispondere “mi sento più sicuro stando di qua” riferendosi alla Nato; anche se, a dire il vero, non vedo oggi neppure abbastanza Giampaolo Pansa da fare domande così intelligenti alle persone giuste forse qualcosa in difesa della democrazia liberale accadrebbe.

Certo è che, sarà una coincidenza, si parla proprio adesso di una presunta debolezza del Governo Meloni ossia dopo il voto contrario di due dei partiti di maggioranza alla Presidente della Commissione europea e quando emerge la vicinanza a Putin di alcuni esponenti della politica italiana.

La presidente Giorgia Meloni ha fortunatamente tenuto una linea filoccidentale in questi quasi due anni, con uno sforzo di politica estera del tutto coerente con la collocazione storica del Paese al fianco delle grandi democrazie mondiali. Uno sforzo avrebbe dovuto farlo senza dubbio anche un eventuale governo di centrosinistra vista la presenza anche in quel campo di figure che propongono un dialogo con Putin o che vogliono sapere quanti armi, di che modello e colore, abbiamo dato all’Ucraina e dove vengono usate, magari per tracciare una linea sul terreno di battaglia superata la quale gli ucraini dovrebbero chiedere una pausa per cambiare i mezzi.

Se un giorno si ponesse il tema di costruire una maggioranza politica saldamente filooccidentale, le sue componenti sarebbero sparse nelle due coalizioni del Paese e sarebbero più che ampiamente maggioritarie. Si potrebbero unire? Può essere di sì. Tanto ormai per chi si sentisse escluso non ci sarebbe solo il ruolo di opposizione, ma anche l’opzione di partire per Mosca alla ricerca di una sana, imperturbabile e duratura stabilità dei modelli definiti “normali”. Stando attenti a non donare un rublo a un’associazione che aiuta emigrati, malati e senzatetto nei Paesi illiberali, perché si rischiano decenni di galera. Senza illusioni di correre per le elezioni contro il partito di Putin. Ma forse questo lo troveranno scritto nel “vademecum dei nuovi russi” distribuito appena sbarcati sul suolo della nuova gloriosa patria degli illiberali. Magari nella versione in italiano troveranno anche i versi di Trilussa che gli ricorderanno «che qui la poi pensà liberamente come te pare a te, ma a condizione che t’associ a l’idee der presidente e a le proposte de la commissione!». E pensare, diranno, che da dove sono fuggito mi facevano pure votare nonostante fossi terrapiattista e avessi un profilo social davvero terribile.

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