Io Kamala Harris la capisco. Intendo: capisco tutti i paletti che ha cercato di mettere a Joe Rogan. E non lo dico perché considero i podcast un mezzo di comunicazione per ritardati (mica si vince mirando all’elettorato più sveglio). E neanche perché insomma, sei il vicepresidente degli Stati Uniti nonché in campagna elettorale e magari tre ore (più il tragitto per arrivare in Texas) non ce le hai proprio. Io Kamala la capisco per la regola R.
La regola R l’ho elaborata sentendo, nell’unico podcast italiano che valga la pena ascoltare, uno scrittore che avevo ragione di ritenere persona brillante nonché autoironica. Solo che l’intervista è durata due ore, che sfiancherebbero anche l’oratore più brillante d’occidente, e il tapino ne è uscito come un trombone che si finge autoironico nonché come uno che ci mette dieci minuti a raccontare un aneddoto che si poteva raccontare in uno, e lo racconta pure in un modo che non fa ridere.
Appena sentito, avevo riferito le mie impressioni a un’amica che saggiamente mi aveva chiesto: «Beh, certo, ma chi è che sopravvive a due ore d’intervista senza sembrare un coglione? Umberto Eco?». La regola R è dunque: nessuno esce vivo da due ore di parlarsi addosso.
La conversazione tra Trump e Rogan è stata di due ore e cinquantanove minuti (che è una durata non smisurata rispetto alle conversazioni di Rogan: alcune durano persino di più), ma Trump è uno che non ha paura di uscire come un coglione da nulla: mica ha quella rovina della sinistra che è l’autentica autostima seriosa, malattia senile delle millanterie, della mitomania, di tutte le più sane sindromi da cui è appunto affetto Trump. Trump e la sua pseudologia fantastica non temono le tre ore, essendo convinti d’uscirne comunque da giganti.
Oltretutto, Trump aveva pure detto a Rogan che secondo lui Kamala si sarebbe messa a piangere se avesse dovuto fare il suo podcast, e lui aveva detto no, io vorrei parlarle come a un essere umano. Ed è vero, Rogan non mette mai in difficoltà nessuno, ma può un essere umano che deve parlare di sé per tre ore non finire per risultare un coglione?
Tra l’altro, per quel poco che ho visto di tv americana in queste settimane, Kamala mi sembra scarsissima in aneddotica. Sì, va bene, i pancake che preparava quando Biden l’ha chiamata per dirle che si ritirava, e Doug che non rispondeva al telefono, il pacchetto che si è rivenduta ogni volta come lo stesse svelando per la prima volta (ha fatto bene: nessuno guarda niente, nessuno ricorda niente, sempre rivendere tutto come esclusiva, non c’è niente di più inedito dell’edito).
Ma poi, quando alla Cnn le chiedono se ci sia una cosa che possa dire d’aver sbagliato in questi anni, non ha una cosa abbastanza piccola e innocua pronta da rivendersi come autocritica allegra, sembra una studentessa che sa solo l’argomento a piacere, dice che chiunque sia genitore sbaglia spesso (eh, ma te non lo sei), ride come Serena Dandini, è un disastro disastroso.
Insomma, secondo me Kamala non vuole proprio fare una conversazione lunga che non si sa dove vada a parare; ma, se anche fosse una con un repertorio di aneddoti, c’è sempre in agguato la regola R.
Fatto sta che, nella notte tra lunedì e martedì, Joe Rogan fa questo tweet (o come si chiamano ora): «Per la cronaca, Harris non ha rifiutato di fare il podcast. Lo staff della campagna elettorale aveva dato disponibilità per martedì, ma sarei dovuto andare io da lei e volevano fare solo un’ora. Credo fortemente che la cosa migliore sia farlo in studio a Austin. Il mio sincero desiderio è solo avere una bella conversazione e arrivare a conoscerla come essere umano. Spero che ci si riesca».
Poche ore dopo, ieri mattina, sul Washington Post apparirà la versione di Jeff, inteso come Bezos, sul mancato editoriale elettorale per cui tanto si stanno agitando gli americani e non solo. L’ha scritto per dire che gli editoriali che appoggiano un candidato non contribuiscono a far sembrare i giornali indipendenti, ma quella parte non è interessante. Quella che mi interessa è la parte sulla contrapposizione tra i mezzi di comunicazione del Novecento e i barbari. Ricopio degli stralci.
«I giornali devono essere accurati, e devono essere credibili nella loro accuratezza: stiamo fallendo il secondo obiettivo […] La mancanza di credibilità non è un’esclusiva del Post. Hanno lo stesso problema giornali nostri fratelli. E non è un problema solo per i media, ma per la nazione. La gente opta per podcast a briglia sciolta, social imprecisi […] Il New York Times e il Washington Post vincono premi, ma sempre più parlano solo a una certa élite. Sempre di più, parliamo a noi stessi».
Bezos dice il vero, perché tra l’intrattenimento e la fatica vince l’intrattenimento, e leggere è una fatica, capire è una fatica, informarsi è una fatica, studiare è una fatica. Vuoi mettere dire «nessuno ne parla, non ce lo dicono, giornaloni», e avere la scusa per non legger mai niente senza sentirsi pigri ma anzi percependosi come quelli cui non-la-si-fa? Vuoi paragonare la non fatica di metter su quella fiaba della buonanotte chiamata podcast, anche con la funzione per spegnersi da solo se sai che entro mezz’ora t’addormenti?
Sei un americano medio, fai ore e ore in macchina per andare al lavoro, Joe Rogan ti fa compagnia, ti distrai, pensi ai fatti tuoi, alla fine non sai cos’abbia detto ma ti percepisci informato. A un certo punto della sua intervista con Rogan, Trump ha detto che la Cbs ha cambiato una risposta nell’intervista a Kamala Harris, era una risposta troppo scarsa e l’hanno rifatta, ma che tutti se ne sono accorti perché per sbaglio era stata caricata online l’intervista non rimontata. È vero o è la solita puttanata che s’inventa Trump? E io che ne so: quando il rumore di fondo è così tanto e così costante, è impossibile per un elettore sapere a chi credere, ed è assurdo chiedergli di metterci lui l’impegno per capire chi gli racconti scemenze e chi no.
Bezos dice il vero ma neanche Bezos, credo, s’immaginava che, mentre il suo editoriale arrivava in edicola, sui nostri telefoni arrivasse la scena di Maria Antonietta e madame du Barry che diede alle bambine degli anni Ottanta un’idea precisissima di cosa fossero i rapporti di potere.
In quella puntata Maria Antonietta, piccola moralista austriaca, appreso che il re aveva una favorita, ohibò che scandalo, si rifiutava di salutare la du Barry. Il cerimoniale di corte diceva che lei non poteva rivolgerle la parola per prima, e quindi la du Barry si lamentava col re. Il quale ingiungeva alla nuora di ricominciare a salutarla. E quindi, al successivo ricevimento di corte, quella di malavoglia si costringeva a dire qualcosa come: contessa du Barry, come sta? Se avete visto “Lady Oscar”, sapete come finisce la scena.
Se non l’avete visto, ora sapete che c’è un tizio non particolarmente alfabetizzato, non particolarmente autorevole, non particolarmente ben nato, che quindici anni fa s’inventa un podcast e quattro anni fa viene messo sotto contratto da Spotify per duecento milioni di dollari. Il contratto è stato rinnovato lo scorso febbraio per altri 250 milioni, ma questa volta senza esclusiva: Rogan può mettere le puntate anche su YouTube. Nei primi tre giorni su YouTube, nonostante i picchiatelli si lamentino che sia indicizzata male e quindi introvabile, la conversazione con Trump ha fatto trentotto milioni di visualizzazioni.
Non c’è bisogno d’aver visto Lady Oscar per riconoscere la polarità di forza e debolezza tra il tizio del podcast che dice alla candidata alla presidenza «o vieni a Austin te o niente», e la campagna democratica che un po’ se la fa sotto all’idea della regola R un po’ teme che rinunciare al pubblico di Rogan non sia saggio.
Te lo vedi Gazzoli che dice alla Meloni «o in studio da me o niente»? Te lo vedi Malcom Pagani che dice non dico a Mattarella ma anche solo a Cesare Cremonini «qui le condizioni le detto io»? Ma, quel che è più importante: te li vedi il New York Times o il Corriere dire a un intervistato appetibile «o si fa come diciamo noi o niente»? Chi chiede è sempre alla mercé di chi dà, il dato interessante è che nella catena alimentare non solo i giornali siano più in basso di tutti, ma un candidato alla presidenza sia più in basso d’un podcaster di successo.
Per chi negli anni Ottanta leggeva Coelho e non aveva la tv a colori, in quella puntata di cartone animato il cerimoniale di Versailles aveva regole su chi potesse parlare per prima, ma non sul dovere di rispondere garbatamente. Quindi la moglie dell’erede al trono chiede alla du Barry come stia e quella, come dimostrazione definitiva di potere, le ride in faccia. Secondo me Joe Rogan da piccolo guardava “Lady Oscar”.