È il settembre del 1988, e Irene Bignardi va a trovare Gore Vidal a Ravello. Il titolo dell’intervista, “Il lettore è una specie in estinzione”, viene da questa risposta qui: «La gente che legge i libri è sempre meno. Insomma, per dirla con Swift, stiamo parlando di Lilliputia. Moravia è stato il solo autore italiano a rimanere famoso per due o tre decenni; un po’ meno ora, in quelli che a me piace chiamare gli United States of Amnesia. Attorno ai primi anni Settanta ho cercato di far conoscere i libri di Calvino, ma Calvino è stato letto da una piccola cerchia, nulla più. Quando ho scritto un lungo pezzo sulla New York Review of Books parlando di tutta la sua opera, ha funzionato: all’improvviso Calvino è stato ristampato, all’improvviso è stato ridistribuito. A questo punto sono diventato troppo fiducioso in me stesso, e ho tentato di fare la stessa operazione con Sciascia, un altro scrittore che ammiro infinitamente. Anche lui era stato tradotto, ma era per così dire invisibile. Questa volta non ce l’ho fatta. Perché? Non lo so. Forse non ho scritto un pezzo altrettanto convincente. Oppure non era destino di Sciascia diventare popolare in America. È uno scrittore molto difficile, metà giallo e metà Pirandello. Ora, gli americani quelli colti non amano il giallo, non hanno mai preso sul serio Patricia Highsmith, non hanno mai preso sul serio Raymond Chandler. E così anche Sciascia non è stato ammesso nella letteratura». Tenete a mente i gialli, tenete a mente Vidal, tenete a mente Calvino: poi ci torniamo.
Eravamo diversi, nel 1988? Più intelligenti? Più morali? Più colti? Di migliori letture? Meno velleitari? Meno distratti? Meno mitomani? Più ricchi? Più poveri ma più attenti al valore delle cose? Ancorati alla realtà dal telefono a disco? Convinti che «democristiano» fosse un anatema e non un complimento? Non ancora costretti a rivalutare tutto ciò che ci era sembrato inaccettabile quarant’anni prima? Abbastanza lucidi da capire, qualora in terza liceo, che le ombre nella caverna sono un’allegoria, un’idea filosofica, non un fatto? (Quattro decenni prima di diventare adulti rimbecilliti che prendono qualunque speculazione filosofica, dall’inconscio all’identità di genere, per dato scientifico).
Cose che ricordo del 1988, un anno in cui ero quindicenne e i miei ricordi non hanno quindi gran peso, ma d’altra parte chi era adulto nel 1988 è perlopiù morto di vecchiaia e quindi dovete accontentarvi dell’album di ricordi di chi ancora campa.
Portai a settembre tutte le materie e, quando mi alzai dopo l’interrogazione di storia, l’insegnante mi fece segno di tornare a sedermi: doveva interrogarmi anche in educazione civica, una materia inesistente da ottobre a giugno ma che ti toccava se eri così fesso da finire agli esami di riparazione. «L’Italia è una repubblica fondata su?». Le dissi tutte, forse pure «gli spaghetti al dente», tutte tranne il lavoro. Possiamo onestamente dire che non avessi ragione io?
Andai a New York per la prima volta, e ne tornai indignata: non si potevano chiamare i taxi al telefono. Non andai al concerto di Amnesty a Torino, quello al quale il pubblico tirò le bottiglie a Baglioni perché voleva vedere Springsteen: avevo il biglietto, ma quando squillò la sveglia trovai inaccettabile l’idea di alzarmi prima di mezzogiorno in un giorno in cui non c’era scuola (una delle molte volte in cui si faceva la storia e io mi giravo dall’altra parte, abitudine che non ho mai perso, ma nell’88 mancavo la storia un giorno sì e uno no: non andai a vedere Dalla/Morandi, né il film con cui Bertolucci vinse l’Oscar, né lessi “Sodomie in corpo 11”).
E poi, in ordine sparso: “Ricordati di me” (la canzone, no il film); il primo “Die Hard”; il Cacao Meravigliao; LouLou, le noveau parfum de Cacharel; “Una donna in carriera” (tra i miei amici c’è dibattito: fu quella la prima volta in cui sentimmo una canzone di Carly Simon?); “La tv delle ragazze” (Cinzia Leone che fa Raissa Gorbaciova in visone: pensa oggi); un Sanremo con “Dopo la tempesta” e “Perdere l’amore”, “Andamento lento” e “Quando nasce un amore” (se somigliate un pochino a me, questo è il punto in cui smettete di leggere perché dovete correre a riascoltarle). Lo so, non ho elencato neanche un libro.
Ancora Vidal a Bignardi, ancora 1988: «Non si è accorta che in tutti i paesi la gente colta, gli intellettuali, gli intelligenti non vogliono parlare di libri ma solo di film, e di film in televisione? Anche quelli che hanno il buon gusto di non guardarla. Nessuno legge più. La televisione ha portato nelle vite umane una dimensione di cui ancora non ci si rende conto. Nella mia generazione, cresciuta con la stampa, la gente legge sempre; ma legge sempre peggio. E se a quattordici anni un ragazzo non ha ancora incominciato a leggere, è completamente perduto per il mondo della lettura. Gli unici paesi in cui la lettura è ancora viva, almeno per ora, sono i paesi dell’Est. Per fortuna: perché, dopotutto, l’Urss è il secondo paese del mondo. Là i libri sono ancora molto importanti. Mettono gli scrittori in prigione perché pensano che gli scrittori siano importanti. Nessuno si sognerebbe di farlo in Italia, tantomeno in America, ahimé».
Lo spunto dell’intervista è che quell’anno per la prima volta la fiera del libro di Francoforte avrà un paese ospite, e quel paese sarà l’Italia (andrà a parlare Andreotti, che nell’88 era l’incarnazione del male e ora è un grande statista da rimpiangere e una-volta-sì-che). Non è tra i fatti culturali che ricordiamo, così come non ricordiamo che nell’88 a Torino ci fu il primo Salone del libro, perché non eravamo ancora così smaniosi e semicolti da fingere che le fiere editoriali fossero interessanti per i lettori.
L’incipit dell’articolo di Natalia Aspesi su Francoforte, «Federico Fellini non ci sarà: e non ci saranno neppure Alberto Moravia ed Enzo Biagi», sarebbe diventato un dibattito di mesi, se il 1988 fosse stato il 2024. E invece gli italiani nell’autunno ’88 erano impegnati a leggere “Il pendolo di Foucault”, mica a commentare una fiera.
D’altra parte nell’88 Franca Valeri riceveva Syusy Blady a letto e ci sembrava un genio, oggi Paolo Sorrentino parla con le tiktoker e ci chiediamo come possa essere così disperato; nell’88 il vescovo di Reggio Emilia invitava al digiuno televisivo per la Quaresima e ci pareva ridicolo, oggi se qualcuno proponesse una dieta social diremmo che non è affatto una brutta idea. Siamo diventati più tromboni, e non è neanche il più grave dei nostri difetti.
Qualche settimana fa ha cominciato a girare per i telefoni dei lavoratori culturali una classifica comparata elaborata dall’Associazione Italiana Editori, i libri più venduti in Italia nell’88 e nel 2023. Le reazioni erano prevedibili: mettici davanti una classifica che ha in cima Calvino e Kundera e Bufalino, e quella di trentacinque anni dopo che in cima ha il principe Harry e la Murgia e Vannacci, e perché dovremmo astenerci dal commentare circa il declino delle élite?
Sospendiamo immediatamente l’incredulità e il senso del ridicolo, e fingiamo tutti assieme chiudendo gli occhi fortissimo che il decennio di “Quelli della notte” e di “Drive In”, dei Righeira e di Sandy Marton, di De Michelis in discoteca e di Patsy Kensit a Sanremo, del cruciverbone di Boncompagni la domenica d’inverno e degli Harmony in edicola come principale lettura estiva, degli instant book coi nanetti di Scasazza e del memoir di Marina Ripa di Meana, che quello lì sia stato un decennio che ora ricordiamo per la sua cultura alta e sofisticata.
È scritto in piccolo sotto, come nei contratti di Paperone: la classifica dell’88 è parziale (sono solo centocinquanta librerie, sono solo i primi sette mesi dell’anno); e infatti non c’è “Il pendolo di Foucault”, “L’insostenibile leggerezza dell’essere” è secondo solo perché è uscito il film, e sì, “Lezioni americane” era postumo come trentacinque anni dopo lo sarebbe stato “Tre ciotole” e ogni decennio culturale ha il ricatto del morto che si merita, ma i dettagli su cui concentrarsi mi paiono altri rispetto all’ovvia constatazione che una volta avevamo Bufalino e adesso hanno Massini.
Per esempio il declino del gusto delle liceali: la classifica dell’88 contiene molte delle mie letture di quegli anni, delle letture di quegli anni di chi aveva la mia età. “Memorie di Adriano”, “Siddharta”, “Il bar sotto il mare”. Anche in quella del 2023 ci sono libri per ragazzine, però quei libri non li scrivono più Benni e Yourcenar: ci sono “La portalettere” e “Dammi mille baci” e Felicia Kingsley e Erin Doom e un paio di Murgia. Lette (tutte donne: traetene la conclusione che preferite) dalle quindicenni di ogni età, come allora. Solo che noi leggevamo libri scritti per i quarantenni, e i quarantenni di oggi leggono libri scritti per le quindicenni.
Va tuttavia notato che il mio lamento di oggi non si discosta granché da quello di Vidal nell’88: «Non parliamo certo di cultura. Gli editori stanno cercando una nuova Judith Krantz, un nuovo Clavell che scriva una nuova “Dynasty”. Niente altro. Non stanno certo cercando un nuovo Calvino». La mia valle era sempre più verde prima, e il presente è sempre inadeguato.
Ieri mi è passato davanti, su Instagram, un accrocco di penzierini postato da tal Il nemico (sottotitolo, poiché senso del ridicolo l’è morto, “Rivista di delegittimazione culturale”). La prima delle slide (sono il pubblico medio: sfoglio il carosello, mica clicco sull’articolo) dice: «Chiudete Adelphi prima che sia troppo tardi». Nel resto degli stralci ci si duole del declino Adelphi iniziato con le sportine di stoffa e finito con l’acquisizione di quote da parte di Feltrinelli e poi di Mondadori.
Mica perché la vendita a editori diversi indica che gli azionisti Adelphi si odiano e non si mettono d’accordo e come si fa a mandare avanti un’azienda così, macché: perché vuoi mettere com’erano sofisticati una volta (cioè: quand’erano di Rizzoli), mica quest’abbrutimento.
«Solo Adelphi significava qualità assicurata», dice l’estensore dell’articolo, evidentemente non nato o non ricettivo nei sofisticati anni Ottanta, quando Adelphi prese un giallista belga qualunque (che finché era in Mondadori non avevamo preso sul serio, proprio come il pubblico americano descritto da Vidal) e lo trasformò in culto per semicolti con un solo tocco di copertine pastello; o negli anni Novanta, quando vendette a tutte noi velleitarie un Harmony come non fosse tale (sto parlando di Cathleen Schine, se non siete smemorati come i delegittimatori di mestiere già lo sapete); o in questo secolo, quando ho solo due parole da dire a chi pensa che il pubblico di Adelphi fossero gli intellettuali austeri e non le sciampiste con velleità: “Zia Mame”.
L’articolo ricorda tantissimo quelli che si stracciano le vesti ogni volta che qualche vivente reputato non all’altezza viene contrattualizzato da Einaudi, e che sospirano «ah, il catalogo Einaudi» con una voluttà che fa capire che non lo sfogliano da quand’era vivo Pavese. «Per quale motivo la cultura deve morire nel tentativo di farsi intrattenimento?», chiede il tapino delegittimatore, e io non so come dirgli che gli ha già risposto Gore Vidal, trentasei anni fa.