ForzalavoroDue anni di Meloni e Calderone, tra dati e propaganda sul lavoro

La presidente del Consiglio ha pubblicato delle slide sul sito del governo, intestandosi il record di occupati e altri risultati che poco hanno a che fare con l’azione dell’esecutivo, ma soprattutto dimenticando di contestualizzare i numeri. Iscriviti alla newsletter di Lidia Baratta!

(Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

L’illusione di ogni governo è di creare posti di lavoro per decreto. Per cui basterebbe una nuova norma, o la cancellazione di quella precedente, per convincere le imprese ad assumere. Lo hanno fatto tutti. Ovviamente non è così. Ecco perché le celebrazioni dei risultati dei due anni dall’insediamento del governo Meloni sul fronte dell’occupazione lasciano il tempo che trovano.

Slide economy Dopo aver cancellato la conferenza stampa con le domande dei giornalisti, la presidente del Consiglio ha pubblicato delle slide sul sito del governo, celebrando i successi e intestandosi risultati che – come spiega Lavoce.info – poco hanno a che fare con l’azione dell’esecutivo ma sono più legati a tendenze economiche internazionali e più di lungo periodo, come il record degli occupati e la partecipazione delle donne al mercato del lavoro appunto.

Nelle due slide iniziali, dal titolo “Una Repubblica fondata sul lavoro”, viene riportato che ad agosto 2024 è stato raggiunto sia il record degli occupati, oltre 24 milioni, sia il record del tasso di occupazione, al 62,3 per cento. Tutto vero. I dati sono corretti, ma non vengono contestualizzati. E questo è il problema.

Uno. Il tasso di occupazione italiano resta il più basso d’Europa.

Due. Il mercato del lavoro non funziona per automatismi e risponde a logiche proprie. Una delle variabili è certamente il buon andamento dell’economia, che anche in questo caso non ha a che fare solo con l’azione del governo, ma che è legato più alla ripresa post-pandemia. Dal 2019 a oggi si contano circa 1,3 milioni di occupati in più.

Per giunta, l’aumento dell’occupazione sembra anche slegato dalla stessa crescita, visto che mentre il Pil rallentava l’Italia ha continuato a macinare nuovi record di occupati.

Tre. Oltre al dato sull’occupazione, bisogna guardare anche altre cifre. Gli ultimi dati Istat (riferiti ad agosto 2024) dicono che in un anno si contano 494mila occupati in più e 355mila disoccupati in meno. Il che è una buona notizia. Ma registriamo anche 106mila inattivi in più, cioè quelli che un lavoro non ce l’hanno e non lo cercano. E questa non è una buona notizia.

Il governo celebra la riduzione del tasso di disoccupazione generale e quello giovanile. Ma non dice che in un anno, tra gli under 35, gli inattivi in più sono 166mila, di cui 74mila tra i 25 e i 34 anni. A fronte di soli 59mila occupati in più.

Sul fronte femminile, le slide di Meloni dicono che l’Italia è andata «oltre il tetto di cristallo». Il 53,5 per cento di donne che lavorano certo (dieci milioni) certo è il massimo da quando esistono le serie storiche, ma anche questa percentuale record resta pur sempre la più bassa d’Europa. E il tasso di inattività femminile nel frattempo è cresciuto al 42,3 per cento. Sui 106mila inattivi in più in un anno, 92mila sono donne. Tra aprile e agosto 2024 abbiamo avuto 120mila disoccupate in meno e 117mila inattive in più, a fronte di sole 50mila occupate in più.

Quattro. Le slide parlano di 800mila contratti stabili in più, intestandosi la riduzione del precariato. Tra 2023 e 2024, l’Istat ha contato 516mila contratti a tempo indeterminato in più. Anche questa, però, è una tendenza cominciata ben prima dell’insediamento del governo Meloni, che invece tra le prime cose fatt aveva eliminato paletti sui contratti a termine del “decreto dignità”, mentre il mercato del lavoro si spostava già verso il posto fisso. La crescita costante dei contratti a tempo indeterminato è un fenomeno a cui si assiste da tempo. E non è dovuto certo né agli esoneri contributivi, né alla famosa super deduzione al 120 per cento, né allo slogan «più assumi meno paghi». È una tendenza dovuta sia agli effetti della riforma Fornero sia alla scarsità di persone in età da lavoro, che avrebbe portato le imprese – soprattutto in un momento di rimbalzo economico e facile passaggio da un datore di lavoro all’altro – a utilizzare anche il contratto a tempo indeterminato per attrarre e trattenere i lavoratori (trasformando i contratti termine in stabili). Dal periodo pre-Covid, infatti, le ore lavorate sono cresciute di circa il 2,2 per cento.

Senza dimenticare che, a fronte del calo dei contratti a termine (meno 144mila in un anno), si registra anche un aumento del lavoro autonomo (più 123mila). Un dato che non è necessariamente un buon segnale, visto che il mancato rinnovo dei contratti a termine potrebbe nascondere anche una nuova impennata delle finte partite Iva.

Cinque. Tra i successi celebrati da Meloni, c’è anche l’abolizione del reddito di cittadinanza. Ma l’aumento dell’occupazione non è certo dovuto alla presunta rivoluzione delle politiche attive di cui ha parlato durante il G7 di Cagliari la ministra del Lavoro Marina Calderone. Anche perché mancano i dati su quanti dei famosi “occupabili” hanno trovato lavoro. L’Anpal, soppressa dalla ministra, non pubblica più le sue relazioni. Le anticipazioni trapelate dall’Inps dicono che circa trentamila hanno trovato lavoro tramite la nuova piattaforma Siisl. Le vacancy caricate sono ancora poche e le persone coinvolte sono solo circa centoquarantamila, meno della metà della platea prevista.

E in effetti, l’aumento degli inattivi, secondo alcuni studiosi, potrebbe esser dovuto anche a quelli che hanno perso il reddito di cittadinanza e, tra inghippi burocratici e piattaforme che non funzionano, sono scoraggiati nella ricerca di un nuovo lavoro.

Senza dimenticare l’andamento disastroso del programma “Garanzia di occupabilità dei lavoratori” del Pnrr, che rischia di sprecare oltre 5 miliardi di risorse europee.

Sei. Nelle slide, il governo celebra anche i presunti successi sul fronte della sicurezza sul lavoro, con l’assunzione dei 1.600 ispettori del lavoro e la patente a punti nell’edilizia. I sindacati però già da tempo ricordano che i concorsi che hanno portato all’ingresso di circa 800 ispettori del lavoro e circa 600 ispettori tecnici sono il frutto del lavoro del governo Draghi. Come scrive Marco Leonardi sul Foglio, poi, l’Ispettorato nazionale del lavoro nell’ultimo concorso ha assunto solo la metà dei posti disponibili. E il tema dell’unificazione di tutti i tipi di ispezioni (salute, sicurezza ed evasione contributiva) e delle banche dati non è mai stato risolto. Nel Pnrr c’è un programma che punta ad aumentare le ispezioni e a ridurre il lavoro sommerso, ma è fermo.

Sette. Le slide di Meloni sottolineano poi come l’occupazione al Sud sia cresciuta più della media nazionale, rendendolo la «locomotiva d’Italia». I dati Istat confermano sì una crescita del tasso di occupazione al Sud più alto rispetto al resto del Paese. Ma gli squilibri territoriali rimangono forti: il tasso di occupazione, nel secondo trimestre del 2024, nel Mezzogiorno era del 49,3 per cento, mentre al Centro e Nord Italia era del 67,2 e del 69,8 per cento. Venti punti percentuali di differenza. E la decontribuzione per il Sud risale alla legge di bilancio del 2021, mentre il governo Meloni ha ottenuto da Bruxelles una proroga di soli sei mesi fino a fine anno, e solo per chi era già stato assunto.

Otto. Meloni dimentica di dire che, anche se il lavoro cresce, siamo più poveri. Il paradosso è che nel 2023 la povertà è diminuita tra i disoccupati e cresciuta tra gli occupati. Oltre all’incidenza dell’inflazione sui salari mediamente bassi, una possibile spiegazione è che l’aumento dei posti di lavoro si è concentrato tra i settori a bassa produttività e quindi con attività poco qualificate e stipendi bassi, come i servizi e le costruzioni.

Anzi, i bassi salari spingerebbero le aziende italiane, anche piccole, ad aumentare le assunzioni, perché è più economico del fare investimenti in macchinari, tecnologie, ricerca e sviluppo. Come scrive la Banca d’Italia, dal 2022 c’è stata «una ricomposizione della produzione a favore delle imprese a maggiore intensità di lavoro, che ha sostenuto l’espansione delle ore lavorate ma ha contemporaneamente ridotto la produttività media». 

Ma tutto questo nelle slide non ci entrava.

 

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