Prologo. Sabato scorso, compare su Instagram una foto di Niccolò Ammaniti, Emanuele Trevi e Francesco Piccolo. Sono stupendamente ciancicati ma in situazione pubblica, dove mai una donna si presenterebbe non tirata a lucido, e questo è forse l’ultimo vantaggio rimasto ai maschi.
Il sabato mattina ricevo (e invio) questa foto da (e a) innumerevoli insospettabili signore, sempre con commenti irripetibili. Se fossero state tre scrittrici, i lettori medi riflessivi si sarebbero sentiti superficiali a commentarne la sdraiabilità. Noialtre, invece.
Che momento straordinario, per approfittarsene, essendo donna. Ci penso ogni volta che un’amica offre da bere perché in qualche modo i gettoni dei consigli d’amministrazione in cui l’hanno messa perché ci-serve-una-donna deve pur spenderli.
Ci penso ogni volta che per lo stesso lavoro per cui qualcuna sarebbe stata pagata X viene pagata X2 perché ha buttato lì «mica vorrete darmi meno perché non sono un uomo», la frase più terrorizzante per qualsivoglia ufficio del personale.
Ci pensavo mercoledì, quando Nature, rivista scientifica americana, ha pubblicato i risultati di una ricerca definendoli «sorprendenti». Dice la ricerca che, nell’ambito accademico americano, in particolare nelle facoltà di Biologia, tra chi si candida a una posizione di ricercatore le donne ricevono più offerte di lavoro anche se gli uomini hanno più pubblicazioni. Ma sorprendente per chi? Per uno entrato in coma dieci anni fa, forse.
E ci avevo pensato ieri mattina, giuro, prima dell’ora di pranzo, mentre guardavo il video di Elly Schlein sul palco con J Ax, e chiedevo a varie persone «ma se ne scrivo sparo sulla Croce Rossa?», e tutte mi rispondevano «eh, un po’ sì», e mai mai mai ci saremmo fatte venire uno scrupolo del genere se fosse stato Salvini, o anche solo Enrico Letta, ma neppure mai ci saremmo fatte venire in mente, qualche anno fa, che fosse possibile la realizzazione di questo sogno: diventare persone di potere eppure riuscire ancora a venderci come sesso debole, come quelle che se le sbeffeggi sei crudele, come quelle che vanno trattate come porcellane stando in posti nei quali i loro omologhi maschi vengono trattati come punching ball.
Per dire, il pomeriggio prima, mercoledì, tutti avevano preso alla lettera una battuta di Emmanuel Macron. Variety, che è una rivista che si occupa di industria dello spettacolo, l’ha intervistato, e ovviamente gli ha fatto domande di settore, dall’impatto dei concerti di Taylor Swift sull’economia francese a Lady Gaga che ha cantato in francese alle Olimpiadi. Gli hanno chiesto anche di “Emily in Paris” e delle puntate romane.
Quello ha risposto scherzosamente, che altro doveva fare, ha detto che avrebbero lottato fortissimamente per riportarla in Francia, Variety gli ha messo pure il punto esclamativo perché si capisse l’enfasi ironica, ma niente: i giornali italiani, parlandone da vivi, l’hanno tutti preso alla lettera, persino il sindaco di Roma gli ha indirizzato un tweet (o come si chiamano ora). «Emily a Roma sta benissimo. E poi al cuor non si comanda: facciamo scegliere lei». A discolpa di Roberto Gualtieri: ha aggiunto una faccetta ammiccante, quindi forse almeno lui ha capito che non era una cosa seria.
Tuttavia, io ho preso in considerazione di scriverne, di questa cosa che tutti si occupano solo di cazzate e nessuno coglie un tono mai (una combinazione letale), e non ho esitato pensando «ma forse sparo sulla Croce Rossa» (sì, penso in frasifattese), e la ragione per cui non mi ero fatta scrupoli era solo una: Gualtieri è un uomo. Si dà per scontato che gli uomini abbiano le spalle larghe e li si possa sbeffeggiare, mica come noi che siamo tutte Cosetta dei “Miserabili”, pure se comandiamo un’industria o una città o un partito.
E poi è arrivato il Nobel. Quello per la Letteratura, che oltretutto è arrivato mentre leggevo incredula le rimostranze di Nature (sempre loro), sui Nobel scientifici che quest’anno sono andati a tutti uomini. Ripubblicavano un loro articolo del 2018, in cui stigmatizzavano che i Nobel non «incoraggiassero» la diversity. Ma il Nobel è il premio che dice che sei il migliore al mondo in qualcosa, mica la medaglia di consolazione che dai al bambino di otto anni arrivato quarto alla gara di nuoto (unica medaglia ch’io abbia mai ricevuto, per inciso). Il Nobel non dovrebbe incoraggiare: dovrebbe sancire.
È anche un premio in denaro (vale più o meno 970mila euro), e quindi non arrivo a dire che riterrei umiliante riceverlo e restare col dubbio che me l’avessero dato non perché ero la migliore al mondo ma perché avevo i gameti giusti: se vogliono darmi dei soldi per i gameti io li prendo, vengano da un consiglio d’amministrazione o dall’Accademia di Svezia, ma insomma non facciamo finta che sia sensato, ecco.
Avranno dato il Nobel per la Matematica a un uomo perché una donna che abbia fatto qualcosa di anche vagamente premiabile non ci sarà stata. Come faccio a saperlo? Come faccio a sapere che l’Accademia di Svezia farebbe i salti mortali per premiare donne? Perché li fa dove può, cioè nel settore meno misurabile oggettivamente che esista: la letteratura.
Quando Adelphi ha scippato a Einaudi Philip Roth, dicevano che Einaudi fosse molto preoccupata per i diritti di De Lillo, e io ho pensato: ma tanto mica gli danno il Nobel, il premio che moltiplica le vendite presso il ceto medio complessato che è cliente di Einaudi e di Adelphi. Mica premiano Don De Lillo, un maschio bianco del Novecento e pure di New York, su. Sì, l’anno scorso hanno premiato un norvegese, ma siamo seri: l’anno prima, pur di premiare una donna, hanno dato il Nobel ad Annie Ernaux. Se non è un «purché sia donna» quello, se non è un manifesto quello.
Quando nel 2019 diedero il Nobel per il 2018 in ritardo (l’anno prima non l’avevano assegnato) a Olga Tokarczuk, lo diedero anche, per il 2019, a quell’orridamente maschio bianco di Peter Handke. Una pensatrice italiana si chiese senz’alcuna ironia «Darlo solo a una donna era troppo poco?», e benché io da cinque anni rida di quel penzierino, so che esso è un luminoso esempio dello Zeitgeist di cui sopra: riusciamo a spacciare le donne per vittime anche allorché vincitrici di Nobel (per inciso, poche cose, forse nessuna, sono meno femministe che dare per scontato che una sia comunque vittima, se portatrice di gameti femminili).
Ieri all’ora di pranzo, mentre ancora mi chiedevo se si potesse essere contemporaneamente segretarie di partito e tapine fragili su cui mica ci si può accanire, l’Accademia di Svezia ha comunicato che il Nobel per la Letteratura andava ad Han Kang. La-prima-donna-asiatica-a-prendere-il-Nobel-per-la-Letteratura (ormai il Nobel è un incoraggiamento alla cliccabilità delle definizioni), nonché una che Adelphi non deve incomodarsi a scippare a Einaudi perché è già sua.
Intanto, sull’Instagram di Elly Schlein, c’è un’interessante panoramica di egualmente picchiatelli: quelli che difendono il diritto della segretaria a salire sul palco del cantante che le piace, e quelli che le ricordano i guai del mondo. Solo che alla prima curva appartiene gente che scrive, a una segretaria di partito che dovrebbe, boh, proporre delle leggi per salvare questo disgraziato paese da sé stesso, cose così: «Una bimba felice con il proprio idolo» (seguono cuoricini e inviti a essere, ettepareva, sempre sé stessa).
Compreresti un partito usato da una che definisci con le stesse parole con cui descrivi tua figlia quando la porti al concerto di Taylor Swift? Affideresti le sorti del paese a una che ha il vantaggio di corrispondere alla caratteristica principale di quei gruppi di mamme su Facebook in cui ci s’incoraggia dicendosi «Siamo donne, possiamo tutto»? Ma, soprattutto, non trovi che l’autobiografia di Elly sia un’ipoteca sul Nobel 2025 per la Letteratura?