Scusate se sposto l’incipit più avanti, ma non vorrei spaventare l’algoritmo. Quindi fingerò che l’incipit sia qualcosa tipo «Non me ne parlare, ero a Bracciano con una thailandese, m’era pure costata», che è una frase che sembra venire da un inedito di Roth, “Zuckerman nel Lazio”.
Giacché la domanda attorno alla quale è ruotato il sabato dei lavoratori culturali italiani, la domanda che se non fossi vile avrebbe fatto da incipit a questo articolo, è: è mai esistito un autore più berlusconiano di Philip Roth, con quella fissazione senile per la figa?
Sabato mattina, dunque, i lavoratori culturali di questa provincia dell’impero si sono trovati davanti due sorprese sconvolgenti. La prima era che le pagine culturali di Repubblica avessero una notizia. La seconda era che Andrew Wylie, agente dell’eredità Roth, il rinnovo ventennale dei diritti dei vecchi libri di Roth non l’aveva concordato con Einaudi: per i prossimi vent’anni, Roth sarà di Adelphi (sempre se Adelphi non finisce in bancarotta pagando uno sproposito Roth).
«A Roth vivo non sarebbe mai successo», sospirano in Einaudi, baloccandosi con l’idea di riprenderselo tra vent’anni, quando mica sarà vivo Wylie – quel cattivone ingrato e avido – per condurre la trattativa. A parte che non muore più nessuno e non vedo perché Wylie novantasettenne non dovrebbe essere lì a chiedere altri milioni di euro, ma poi: siamo sicuri che tra vent’anni esisteranno ancora le case editrici?
La mia prima reazione è stata: Silvio, torna, Silvio, senza di te casca tutto a pezzi. La prima risposta di qualcuno dell’Einaudi è stata: figurati, non sapeva neanche chi fosse (nessuno manca di poesia quanto gli editori).
Non importa se Silvio avesse letto o no “Il lamento di Portnoy”: importa solo che lui e Philip fossero gemelli spirituali. Importa solo che, se un dirigente Einaudi, alla mia richiesta circa le telefonate isteriche scatenate dall’articolo di Repubblica, avesse risposto «Non me ne parlare, ero a Bracciano con una thailandese, m’era pure costata, alle otto e venti ha chiamato l’amministratore delegato» – frase che ovviamente sto inventando perché sono fantasiosa quanto Silvio e quanto Philip – io l’avrei trovata la più rothiana delle frasi, e il segno ultimo che Einaudi era proprio l’editore giusto per lui.
Dicono dall’editore abbandonato che non si poteva rinnovare a quella cifra, si sarebbe sparsa la voce, tutti gli eredi di tutti avrebbero preteso altrettanto, tutt’un battere cassa dagli eredi Ginzburg a quelli Levi, le casse della casa editrice si sarebbero svuotate. Dicono: siamo sopravvissuti quando se n’è andato Calvino, sopravviveremo anche a Roth. Nota: l’eredità Calvino la rappresenta proprio Wylie; che – la vita è sceneggiatrice – rappresenta pure l’eredità Calasso, inteso come autore.
Dico io che mai s’era visto un abbandono così sconvolgente, non da quando Pippo Baudo se ne andò dalla Rai. Finì, lo dico per chi è smemorato o giovane, che Baudo alla Fininvest si trovò talmente male che pur di mollarla pagò la penale dando a Silvio un palazzo di sua proprietà.
Con Roth andrà meglio perché tutte noi arredatrici d’interni correremo a comprarlo, persino chi come me non l’aveva mai posseduto in edizione Einaudi perché ritiene che l’inglese tradotto in italiano sia inevitabilmente una schifezza; persino una povera scema come me non resisterà alle copertine pastellate.
Tra l’altro, i due unici viventi interessanti di Adelphi, Carrère e Reza, hanno avuto percorsi analoghi. “L’avversario” edito da Einaudi non se lo filò nessuno, fu Adelphi a far diventare Emmanuel Carrère l’autore che piace alla gente che piace, e a quel punto a comprarsi il catalogo (che in lingua editorialese significa: i diritti dei libri vecchi) e ristampare anche il suo miglior non-romanzo, “L’avversario”, per la gioia del ceto cromatico riflessivo.
Yasmina Reza vagò tra editori italiani passando anche da Einaudi, che pubblicò una delle sue cose migliori, “Arte”. Era stato impaginato con tale cura che – è una pièce teatrale – ogni tanto un personaggio parlava con sé stesso, avendo loro messo a caso i nomi dei parlanti. Posso immaginare quanto ne fosse deliziata l’autrice; fatto sta che poi arrivò Adelphi, arrivò “Felici i felici”, e anche lì: nuova cocca del ceto cromatico riflessivo. (Non ho ancora letto “James Brown si metteva i bigodini”, il nuovo Reza in uscita a fine mese, ma vorrei elevare vibranti proteste per il beige della copertina, neanche invece che Adelphi fosse Armani).
Quei due non sono certo gli unici a essersi avvalsi dei nostri complessi cromaticoculturali: Milan Kundera era un qualunque autore trascurato, prima dell’azzurradelphi (“L’insostenibile leggerezza dell’essere” fu il primo titolo della collana Fabula); e Simenon non era il giallista preferito degli ascoltatori di Paolo Conte, prima che quelle atmosfere uggiose venissero pastellate (in realtà pure Simenon ha molti beige: se là fuori c’è un giornalista, potrebbe intervistare l’armocromista in chief di Adelphi e chiedergli come decida se un autore è da color bruma o da sfilata Valentino?). Ah, è certamente una coincidenza, ma Simenon e Kundera (e Reza) sono rappresentati da Wylie.
Ora non ci resta che aspettare le copertine nuove di Roth, quelle delle edizioni economiche sono le sorelle bruttine del catalogo Einaudi e non sarà difficile fare di meglio (specie sul mio preferito, “Inganno”, che spero venga finalmente scoperto nella sua capolavoritudine con una copertina più decente: quella dell’edizione economica Einaudi pare una copertina Newton Compton, santo cielo; Adelphi, date retta a me: fatelo color “Carnage”).
In che ordine usciranno? Forse per primo “La macchia umana”, uno dei migliori Roth e uno dei più venduti, nonché d’attualità per una gamma di ragioni che va da “American Fiction” a “Aria di famiglia”, l’imminente romanzo di Alessandro Piperno? (Spero che Piperno sia più clemente di quanto sarei io e non voglia schiaffeggiarmi per aver dato dell’imminente a un romanzo).
Anche se il mio sogno proibito è che Adelphi cominci con un inedito. Un raccontino ritrovato nei cassetti di Roth, con un bigliettino che dicesse questo potete pubblicarlo, questo mi rappresenta. Comincia così: non me ne parlare, ero a Bracciano con una thailandese, m’era pure costata.