Carta stracciaI passaporti russi non li vuole più nessuno (e valgono sempre meno)

Dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina sono sempre di meno le persone che hanno fatto richiesta spontanea di cittadinanza a Mosca. Nelle regioni occupate dall’esercito del Cremlino, invece, il documento d’identità è imposto e chi si ribella rischia l’arresto o la deportazione

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Nella Russia che da oltre due anni e mezzo conduce barbaramente l’invasione dei territori ucraini nel Donbas sembra esserci una lievissima ombra di crisi che però, a ben guardare, nasconde un fenomeno di dimensioni rilevanti. I nuovi russi sono sempre di meno. Non un calo delle nascite, bensì un drastico crollo delle richieste di cittadinanza russa: nel 2023 sono stati trecentosettantottomila i passaporti erogati dal Ministero degli Interni, tre volte meno di quelli rilasciati prima dell’invasione dell’Ucraina.

Le tensioni con Kyjiv segnano uno spartiacque decisivo: come specificato da fonti ministeriali del Cremlino, a partire dal 2022 le statistiche ufficiali non tengono più conto dei passaporti erogati nel Donbas e nelle altre aree occupate. Un dato significativo, dal momento che nel periodo 2019-2022 oltre un milione e mezzo di “nuovi russi” proveniva proprio dalle regioni ucraine.

Dallo scoppio del conflitto la procedura per l’acquisizione della cittadinanza russa è stata sostituita da una nuova pratica che consiste in un giuramento: la realtà, però, racconta di un vero e proprio obbligo per la popolazione delle aree di Luhansk e Donetsk, come previsto dalla legge sull’ammissione nella Federazione Russa.

Con l’ingresso dell’esercito di Mosca nelle zone del Donbas, la popolazione è stata costretta a consegnare il passaporto ucraino alle forze occupanti, che provvedono con solerzia a bruciarlo o distruggerlo davanti ai loro nuovi connazionali. E chi rifiuta, nel tentativo di mantenere intatta la propria identità ucraina ancora per un po’, va incontro a un’escalation di violenze, vessazioni e ritorsioni che possono arrivare fino all’arresto o alla deportazione.

I nuovi russi, però, non provengono (o provenivano) solo dall’Ucraina. I dati sul cosiddetto “programma di reinsediamento” destinato alle popolazioni delle ex repubbliche sovietiche riflettono una realtà evidente: in due anni le richieste di cittadinanza russa avanzate da uomini in età militare (fra i diciotto e i trent’anni) sono arrivate ai minimi storici, toccando quota tremilacinquecento.

Nella prima metà del 2024, soltanto il 5,9 per cento di coloro che hanno aderito al programma rientra nella fascia under 30. Un crollo strettamente connesso all’invasione dell’Ucraina, con lo spettro della leva obbligatoria e le ripercussioni economiche a frenare quello che un tempo era un flusso di dimensioni considerevoli. Complessivamente, si stima che nel 2023 i trasferimenti in Russia siano diminuiti del quarantatré per cento rispetto all’era pre-bellica, con cali rilevanti per quanto riguarda i cittadini di Bielorussia, Armenia e Kazakistan, ridotti quasi della metà.

Nonostante i numeri in netta diminuzione, la cittadinanza russa continua a costituire una necessità quasi vitale per molte persone provenienti dalle aree più povere dell’ex Unione Sovietica. Fra queste Tagikistan e Kirghizistan, che hanno sfiorato i centomila passaporti erogati solo nella prima metà del 2023: una cifra enorme, motivata dalle gravi crisi economica e umanitaria che affligge i due Paesi, con un prodotto interno tra i più miseri della regione.

Fra le testimonianze della cosiddetta manodopera migrante riportate dal portale d’informazione Verstka c’è la storia di Aigerim, insegnante di inglese che per lavorare è stata costretta a trasferirsi a Tver, lungo la direttrice che collega Mosca a San Pietroburgo. Quattromila chilometri lontano da casa per lavorare non bastano tuttavia a garantirle una vita serena, o comunque priva di tensioni. L’aspettativa di un’occupazione, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi viene quasi subito controbilanciata da un costo ben più alto, fatto di ritorsioni e discriminazioni continue. 

Lo scorso marzo, a seguito dell’attacco terroristico al Crocus City Hall di Mosca rivendicato dall’Isis e che ha visto coinvolti alcuni cittadini di nazionalità tagika, in tutta la Russia si è scatenata un’ondata di violenze che, nei casi più gravi, assunse le sembianze di una vera e propria caccia all’uomo e di una fobia per lo straniero, per il diverso.

Segno, evidentemente, di un’integrazione mai veramente realizzata e, anzi, molto più simile a una forma di sfruttamento nei confronti di popolazioni provenienti da contesti fortemente disagiati e al di sotto persino degli standard alimentari stabiliti dall’Onu, come nel caso specifico di Tagikistan e Kirghizistan. Per non parlare dell’astio diffuso nei confronti di queste popolazioni per via della loro fede islamica. Della serie: “Tu chiamala, se vuoi, integrazione”.

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