Pulizia etnicaLa discriminazione russa nei confronti del popolo Sami in Lapponia

Negli scorsi mesi, Mosca ha etichettato come terroristiche cinquantacinque organizzazioni indigene della regione europea del Nord. L’iniziativa è l’ultima di una serie di leggi che limitano i diritti di queste comunità

AP/Lapresse

A luglio il ministero della Giustizia di Mosca ha inserito in una lista di terroristi ed estremisti cinquantacinque organizzazioni dei Sami, una popolazione indigena della Lapponia. La misura rende ancora più severa la repressione condotta in questi anni dal Cremlino nei confronti della comunità: se in precedenza erano solamente gli attivisti a finire nel mirino di Vladimir Putin, da qualche mese chiunque faccia parte della comunità dei Sami rischia di essere condannato a diversi anni di carcere. Nascondere la propria identità è dunque un modo per sfuggire al controllo delle autorità del Cremlino. L’altro è lasciare la terra dei padri.

Unico popolo indigeno sopravvissuto in Europa, i Sami hanno abitato per oltre dodicimila anni nella regione del Sápmi (per noi la Lapponia), che comprende le aree settentrionali di Norvegia, Svezia, Finlandia e la penisola di Kola, in Russia. Fino all’inizio del ventesimo secolo, queste popolazioni erano libere di muoversi all’interno di questi territori, pescando sulle coste del mar Artico, cacciando nelle foreste e allevando renne nella tundra. Negli ultimi anni, invece, le comunità si sono frazionate in diversi gruppi su base nazionale, facenti però capo a un Consiglio dei Sami, un organo di cooperazione transfrontaliera, nato nel 1992, che riunisce le leadership Sami di tutte le aree del Sápmi.

La comunità russa dei Sami vive nei pressi di Lovozero, nella penisola di Kola, e conta circa millecinquecento membri. È uno dei quasi duecento gruppi etnici presenti in Russia, nei confronti dei quali Putin ha avviato politiche di “russificazione” e annullamento delle differenze culturali e linguistiche. L’obiettivo dell’autocrate del Cremlino è creare una versione aggiornata dell’homo sovieticus: obbediente, colonizzatore e acritico.

Da oltre due anni, con l’inizio dell’invasione dell’Ucraina, il Consiglio dei Sami ha sospeso le relazioni con due gruppi Sami russi, l’Associazione Kola Sami Association e l’Associazione Sami nell’Oblast di Murmansk. Il casus belli è stato una foto risalente al 10 aprile 2022 che ritraeva il vice presidente del Consiglio russo dei Sami, Ivan Matrekhin, nell’atto di suonare una chitarra con sopra una “Z” scritta in pennarello, il simbolo dei sostenitori della guerra del Cremlino.

La vicenda ha portato all’isolamento dei Sami di Russia dalle comunità dei Sami di Svezia, Norvegia e Finlandia. Una condizione aggravata, peraltro, dal blocco di internet, dalle sanzioni e dalla repressione politica a cui sono soggetti tutti i russi dal febbraio del 2022. Per i Sami di Russia si è trattato di un ritorno al passato sovietico, al periodo cioè tra il 1922 e i primi anni Novanta, quando la cultura di questo popolo indigeno subì una forte repressione delle autorità statali.

Sotto la guida di Iosif Stalin, in particolare, i Sami sono stati vittime di deportazioni e terrorismo di Stato, e le loro terre e gli allevamenti di renne soggetti alla collettivizzazione forzata. Inoltre, per via del loro legame con le comunità sorelle in Scandinavia, in Russia i Sami sono stati accusati di essere al servizio delle potenze occidentali e di complottare contro il governo di Mosca. Sorsero così teorie cospirative contro la comunità indigena, come quella che prese piede attorno al 1938 – nel periodo storico noto come Grande Terrore – che sosteneva che Sami di Russia stessero pianificando di raggiungere la capitale in groppa a delle renne, mettere fine al Politburo e ottenere l’indipendenza della penisola di Kola. Si trattava di una palese falsificazione della realtà, funzionale a giustificare l’arresto e l’esecuzione sommaria di decine di membri della comunità.

Nel frattempo, in Svezia, Norvegia e Finlandia i Sami portavano avanti collaborazioni politiche e culturali tra di loro, e guadagnavano riconoscimento istituzionale da parte degli Stati che li accoglievano. Con la caduta del Muro di Berlino, i fratelli russi vennero progressivamente integrati nella comunità internazionale dei Sami. In breve tempo, Mosca iniziò a concedere loro diritti (almeno formalmente) e consentì a diverse organizzazioni regionali di stanziare risorse per la salvaguardia della comunità indigena e dell’ambiente in cui viveva.

Ma il cambiamento non sopravvisse alla politica di Putin. Se la fine dell’Urss e i conseguenti processi di unificazione culturale dei Sami sembravano poter aprire una nuova fase della millenaria storia di questo popolo, l’invasione dell’Ucraina ha riportato indietro di decenni le lancette degli orologi dalle parti di Lovozero.

A partire da quell’evento, infatti, la Russia ha interrotto la partecipazione al Consiglio euro-artico di Barents e al Consiglio artico, due organismi che da oltre trent’anni favorivano lo sviluppo sostenibile e la tutela dei popoli della regione attraverso opere di cooperazione intergovernativa. Putin ha tagliato i ponti con gli omologhi scandinavi e ogni tavolo di lavoro condiviso è saltato. Il monitoraggio ambientale e le collaborazioni culturali sono in una pericolosa fase di stallo. La spinta per l’autodeterminazione dei Sami all’interno della Russia è stata duramente frenata dalla repressione del Cremlino, e la comunicazione tra le diverse comunità del Sápmi risulta oggi più difficile che in qualsiasi altro momento dalla caduta dell’Unione Sovietica.

L’integrazione tra i Sami, in particolare, era già stata minata nel 2012, con l’emanazione della legge contro gli “agenti stranieri”, che soffocò notevolmente i finanziamenti transfrontalieri tra le comunità dei Sami (una versione analoga è stata introdotta la scorsa primavera in Georgia per mettere a tacere le ong e le organizzazioni contrarie al governo filorusso di Sogno Georgiano). Poco più tardi, la Russia ordinò la chiusura delle diverse associazioni dei popoli indigeni, per poi riaprirla mettendoci a capo un membro del partito al governo. Di lì in avanti, oltre all’inibizione di libertà per la comunità, Mosca ha intrapreso iniziative totalmente noncuranti dell’ambiente delle terre natie dei Sami, come l’installazione di miniere a cielo aperto e oleodotti, aventi un impatto inquinante molto alto nella zona.  

L’invasione dell’Ucraina ha aggravato ulteriormente la condizione dei Sami russi, portando a divisioni interne alla comunità e vanificando (o quasi) la lotta per il riconoscimento dei loro diritti. In questi anni, alcune decine di indigeni hanno scelto di partecipare alla guerra sia perché erano disinformati su quanto accadeva – e ciò a causa della fake news propalate dai media vicini al Cremlino – sia per motivazioni socio-economiche – di fatto, i pescatori e i cacciatori Sami erano stati classificati dallo Stato come disoccupati. Inoltre, per tutta la durata del conflitto, i Sami russi hanno dovuto fare i conti con alcuni dei loro leader che hanno dato pieno sostegno alla politica di Putin.

Chi si oppone alla linea del Cremlino, lo fa dall’estero. Tre attivisti Sami hanno lasciato la Russia a causa della loro opposizione al regime e cercano di denunciare le violazioni commesse ai danni del loro popolo. Uno di loro è Andrei Danilov, cinquantatré anni, da qualche mese in un campo profughi norvegese in attesa dello status di rifugiato. Sa che se fosse rimasto a Lovozero, sarebbe stato facile preda delle autorità del Cremlino, soprattutto dopo le ultime misure legislative che mettono al bando tutti i Sami. Ha scelto l’esilio volontario per continuare a perorare la causa della sua comunità in uno dei momenti di maggiore difficoltà della sua storia.

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