L’impegno attivo della ristorazione a tutti i livelli nella lotta contro la fame o la malnutrizione è da sempre importante: a partire dal progetto Ristoranti contro la Fame, la più grande campagna solidale della ristorazione, giunta in Italia nel 2015 dopo il grande successo riscosso in Inghilterra e in Spagna. Il movimento contribuisce a sostenere i progetti di Azione contro la Fame, l’organizzazione umanitaria internazionale nata in Francia nel 1979 e oggi impegnata a eliminare le cause strutturali e le conseguenze della fame in cinquantasei Paesi, assicurando ogni anno nutrimento a ventuno milioni di persone a livello globale.
Anche per questa edizione, a essere coinvolti saranno centinaia di ristoranti in tutto il Paese che, insieme ai molti chef ambassador pronti a prestare la propria immagine per promuovere la campagna, saranno protagonisti, fino al 31 dicembre, di una serie di cene-evento (alcune delle quali animate dai conduttori di Radio Deejay) pensate per sostenere i progetti sociali di lungo periodo promossi dall’organizzazione.
In queste particolari occasioni gli amanti del buon cibo potranno degustare menu solidali firmati da grandi artisti della cucina, per i quali i ristoranti aderenti devolveranno ad Azione contro la Fame due euro per ogni piatto, 0,50 euro per ogni pizza e 0,50 euro per ogni bottiglia d’acqua acquistati nel contesto dell’iniziativa. In questo modo lo scorso anno sono stati raccolti duecentomila euro, e nel 2024 si punta a replicare il risultato, grazie alla partecipazione non solo di indirizzi stellati e altri templi della ristorazione gourmet, ma anche di catene come Levità, Bomaki, Wiener Haus, Bomaki, Bun Burgers, Ci Sta, Greeat, Macha, Mannarino, Maui Hawaiian Restaurant, NIMA Sushi, Poké Factory, Pokéria by NIMA, Poke House, This Is Not a Sushi Bar.
In questo progetto di ristorazione solidale al servizio della comunità si colloca anche “Grandi Cuochi all’Opera”, uno degli appuntamenti promossi da Opera San Francesco per i Poveri nel mese di ottobre (nel contesto dell’evento “Insieme a San Francesco oggi”, dal 3 al 26), per conoscere da vicino le attività di OSF, presente a Milano dal 1959. Nata dalla dedizione e dall’impegno di fra Cecilio Cortinovis, portinaio del Convento dei Cappuccini di viale Piave, da 65 anni l’Opera a fianco delle persone fragili (con un servizio quotidiano di mensa, docce, guardaroba, poliambulatorio, sostegno psicologico e psichiatrico e supporto nella ricerca di una casa e di un lavoro), coerentemente con gli insegnamenti del santo di Assisi autore del Cantico delle Creature (1224 circa).
L’evento, organizzato in collaborazione con Identità Golose, è ormai giunto alla sua tredicesima edizione e accoglie migliaia di persone che vengono da tutta la città per consumare un pasto caldo, buono, abbondante e familiare, e dove per l’occasione diversi giovani chef (under 35, stellati e non) si adoperano con entusiasmo ed energia nella preparazione di un menu ricercato da servire a un pubblico di ospiti paganti che, a fronte di questa esperienza d’eccezione, compiono un’offerta libera (a partire da 130 € a persona) a sostegno delle attività di OFS. Quest’anno hanno partecipato all’evento e alla realizzazione del menu Arianna Gatti (Forme Restaurant, Brescia); Davide Marzullo (Trattoria Contemporanea*, Lomazzo), Riccardo Merli (Ristorante Olmo, Cornaredo), Richard Abou Zaki (Retroscena*, Porto San Giorgio), Giada Riverso (Identità Golose Milano, Milano) e Aurora Zancanaro (Le Polveri – micropanificio, Milano).
Gustare piatti gourmet su un tavolo di formica, apparecchiato con tovagliette e tovaglioli di carta e circondato da sedie di plastica, in un ambiente anonimo (senza studio dell’insonorizzazione né sottofondo musicale o studio dell’illuminazione) fa impressione a chi è abituato all’esperienza della ristorazione intesa come lusso. E il senso dell’aprire i propri spazi a un pubblico tanto diverso da quella che è la “solita” utenza, per Opera San Francesco è proprio questo: creare un’immersione stridente in una realtà “altra”, dove cibo significa innanzitutto bisogno per la sopravvivenza e dove tutto il resto è un contorno trascurabile.
Coloro che ogni giorno si recano alla Mensa (in media 2.400 in corso Concordia e altri 550 nella sede di piazzale Velasquez) sono uomini e donne di tutte le età, provenienti da 130 Paesi (l’Italia è al quarto posto, con il dieci per cento delle presenze, una percentuale in lenta e costante crescita) e con alle spalle storie simili seppur diverse: c’è chi ha perso il lavoro in tarda età e non è riuscito a ricollocarsi, chi si è indebitato durante la pandemia e ancora fatica a risollevarsi, chi è caduto in depressione dopo una separazione coniugale o l’interruzione dei rapporti con la famiglia e oggi vive in uno stato di emarginazione psico-sociale, chi è malato e non può accedere alle cure; ci sono anche pensionati che non arrivano a fine mese, migranti arrivati dai Balcani o con i barconi, rifugiati e richiedenti asilo, vittime di violenze intenzionali e di tratta; donne incinte di tutte le provenienze che non sanno a chi altro rivolgersi.
Presso Opera San Francesco, la strada dei meno fortunati si intreccia con quella degli oltre 1.300 volontari (più altri settecento già in lista d’attesa) che ogni giorno mettono a disposizione il loro tempo, la loro professionalità (molti sono assistenti sociali, medici, educatori professionali), ma anche il loro sorriso e il loro buonumore, con l’obiettivo di creare momenti piacevoli di condivisione, offrire conforto e sostegno concreto, favorire l’emergere delle risorse individuali anche in chi si sente all’ultimo posto della scala sociale, per comporre – dove possibile – un progetto di rinascita, riscatto e ripartenza.
Entrare in una mensa solidale e conoscerne i frequentatori serve a capire che chiunque potrebbe potenzialmente trovarsi nella condizione di essere un ospite in fila all’ingresso, con la tessera, perché spesso quello che fa la differenza sono le relazioni sociali stabili, gli affetti, le famiglie, le condizioni di salute, l’inserimento in una rete solidale e la coltivazione di una resilienza che porta a credere in sé stessi nonostante tutto.
Si può rendere il mondo un posto più giusto e più equo semplicemente cucinando e mangiando? Forse sì se il tema della cucina solidale, lo scorso giugno, è arrivato fino all’Onu con un side event che ha visto le associazioni italiane che si occupano di inclusione lavorativa (Rulli Food, PizzAut, Tortellante, Break Cotto, Luna Blu e Rurabilandia) cucinare per la prima volta per i membri della diciassettesima Conferenza annuale degli Stati parte alla Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità, dimostrando come proprio il cibo e la cucina possano rappresentare un mezzo per valorizzare i talenti e le competenze delle persone con disabilità e assicurare loro un futuro dignitoso e sereno.
Nel frattempo, a livello più locale, continuano a moltiplicarsi le occasioni che confermano il ruolo del cibo come aggregatore e che ne fanno anche il punto di partenza per riflettere sui temi di solidarietà e sostenibilità sociale. Ciò che ancora manca, forse, è una proposta di condivisione senza barriere sociali, in cui tutti possano prendere parte alla stessa mensa. Ancora oggi c’è una distinzione netta tra chi “mangia per beneficenza” (spesso con un menu raffinato, pensato per soddisfare il palato e la mente più che lo stomaco) e chi mangia per fame senza pretese gourmet. Insomma, anche quando si tratta del pretesto potenzialmente più democratico di tutti quale è il cibo, esiste una divisione classista della società.
