
C’era una volta l’aperitivo all’italiana e c’è ancora, in un alternarsi di abitudini che sono state scalfite non nel risultato, ma che hanno cambiato modalità e ambientazioni. Perché tra le tante tradizioni e contraddizioni che uniscono il Bel Paese, senza dubbio, c’è quello di ritrovarsi tra amici o tra colleghi dopo il lavoro, per raccontarsi la giornata, o magari dimenticarla, davanti a un bicchiere. Anche i numeri fotografano un’Italia che senza aperitivo davvero non sa stare: lo scorso anno una ricerca di TradeLab ha contato oltre ottocentomila aperitivi serviti a quattordici milioni di italiani per una spesa complessiva di oltre quattro miliardi e mezzo di euro. E se oggi la scelta nella carta dei cocktail è talmente vasta da perderci la testa, un tempo l’aperitivo era racchiuso in una sola parola: Vermouth.
Le origini dell’aperitivo italiano risalgono, infatti, al diciannovesimo secolo, quando iniziarono a diffondersi le prime bevande amare. Bevande, come appunto il Vermouth o il bitter, che venivano consumate prima dei pasti per stimolare l’appetito, in un momento che all’inizio, come tutte le nuove mode, era riservato alle classi più agiate, riunite nei caffè storici delle città, ma che con il passare del tempo si è diffuso trasversalmente nella comunità, diventando una tradizione democratica, popolare e radicata nella cultura italiana. Oggi l’aperitivo è considerato un momento quasi irrinunciabile di socializzazione e relax, simbolo dell’ospitalità e della convivialità italiane. Ma quasi mai pensiamo a quanto quel gesto, che compiamo quasi in automatico prima di tornare a casa o durante il fine settimana, faccia parte della nostra identità culturale, grazie a un viaggio che attraversa i secoli e le storie di uomini e donne vissuti molto prima di noi.

Tra origini e mito
La storia del Vermouth è interessante, proprio perché ripercorre le tappe stesse della vita dell’uomo. Si narra che l’origine del Vermouth risalga al diciottesimo secolo, quando l’alchimista Antonio Benedetto Carpano creò una miscela di vino bianco, erbe aromatiche e spezie. La bevanda fu chiamata “vermut” in onore dell’artemisia, una delle erbe utilizzate nella sua preparazione, il cui nome tedesco era wermut. Il Vermouth divenne, però, popolare come aperitivo in Italia nel diciannovesimo secolo, grazie alla sua capacità proprio di stimolare l’appetito e migliorare la digestione. E, nel corso degli anni, ha subito diverse evoluzioni, con l’introduzione di nuove varietà e stili.
In realtà, se proprio volessimo tracciarne il suo viaggio attraverso i secoli, dovremmo andare molto più indietro nel tempo. Sembra, infatti, che la sua origine risalga addirittura ai primi secoli dopo Cristo, quando veniva utilizzato, già all’epoca, come rimedio per i disturbi digestivi. Ovviamente, come per tutte le cose, nel corso dei secoli, la ricetta si è evoluta, grazie anche all’influenza delle spezie orientali che sono arrivate in Europa durante il Rinascimento: cannella, chiodi di garofano e rabarbaro hanno arricchito l’aroma di questa bevanda straordinaria.

Nel quindicesimo secolo, il Piemonte, però, si è distinto per la sua abilità nella distillazione e nel Settecento i produttori di liquori di Torino hanno guadagnato una fama tale, da aver messo il proprio sigillo di riconoscimento in questo campo. Proprio in questa città, il Vermouth di Torino è diventato un aperitivo conviviale anziché una medicina, dando così origine a distillerie, liquorifici e farmacie specializzate.
Nel 1736, un manoscritto chiamato “Pharmacopoea Taurinensis” svelò un elisir stupefacente chiamato Vinum Absinthites, una miscela perfetta di assenzio e calamo aromatico: fu questo il punto di partenza per la creazione del primo Vermouth imbottigliato. E nel cuore di Torino nacque persino una realtà unica nel suo genere, l’Università dei Confettieri e Liquoristi della Città di Torino, che ospitava maestri nell’arte di creare diversi elisir per rendere celebre questa tradizione tutta piemontese.
Fu proprio grazie a loro che cominciarono a prendere piede ricette innovative per vini aromatizzati e i primi Vermouth imbottigliati sono nati proprio da qui, con una bevanda che allo stesso era capace di incarnare dolcezza, balsamicità, vitalità alcolica e longevità. A metà dell’Ottocento a Torino c’erano più di quaranta negozi di distillati e circa una trentina di produttori di liquori che hanno contribuito significativamente al prestigio e alla prosperità della città piemontese, tanto da essere esportato anche all’estero, in Francia e Spagna all’inizio, per poi conquistare altri paesi al di là dell’Europa come, ad esempio, l’America Latina dove molti emigranti piemontesi si erano stabiliti e gli Stati Uniti dove è diventato una componente centrale della cultura dei cocktail.
Dal Vermouth a Carlo Alberto
È in questo contesto storico, vivace e curioso, che nacque anche il Vermouth Carlo Alberto (distribuito in Italia da Compagnia dei Caraibi). Nel 1837 venne messa a punto una ricetta, ispirata alla bevanda che il cuoco di corte preparava appositamente per il re Carlo Alberto e in quegli anni un commerciante di vini, Tumalin Bartolomé Baracco de Baracho, riuscì ad avere quella ricetta, cominciando una produzione esclusiva, in essere ancora adesso che chiamò, in onore del Re, Riserva Carlo Alberto. Fu un momento storico importante, proprio per quella frenesia culturale di quel periodo, con i caffè torinesi e la nobiltà che mettevano le basi per una nuova società, che a Torino faceva rima con libertà di pensiero e fermento politico.

Oggi la ricetta conta ventisette erbe e per il Riserva Carlo Alberto prevede l’utilizzo di vini piemontesi Docg: vengono infatti impiegati solo Erbaluce di Caluso e il Moscato D’Asti. Un inchino alla tradizione torinese che si ritrova anche nella bottiglia, ispirata anch’essa alla città e ai suoi palazzi più rappresentativi: il Palazzo Madama nella parte centrale, accenni all’Art Nouveau sul collo e nella parte superiore a cupola della bottiglia, e nella parte inferiore il colonnato della Gran Madre.
Ecco perché il Vermouth è diventato un ingrediente fondamentale nell’arte della mixology, proprio grazie al suo sapore complesso e alle note aromatiche, che lo rendono perfetto nella creazione dei molti cocktail classici e contemporanei, che continuano ad avere un ruolo fondamentale durante l’ora dell’aperitivo. Un esempio famoso è il Martini, a base di gin e Vermouth, icona della cultura del bere internazionale, o anche il Negroni o l’Americano. Una versatilità che lo rende indispensabile per continuare a sperimentare nuove ricette e abbinamenti. Che si tratti di gustare un bicchiere di Vermouth da solo o preparare un cocktail creativo, il Vermouth rappresenta l’ospitalità italiana e il buon vivere. «L’aperitivo è una cosa semplice» spiega anche Filippo Sisti, mixology specialist di Compagnia dei Caraibi. «Sono a casa, apro la credenza e trovo un Vermouth bianco. Cosa posso fare? Scorzetta di arancio, un goccio di succo di limone e abbiamo il nostro aperitivo». Semplice, no?

