
«Se la guerra si conclude male, avremo almeno vent’anni di minaccia alla stabilità dell’Europa, di vera minaccia alla nostra pace, e non capisco i molti sonnambuli che girano per l’Europa e non capiscono questo punto». Non è che tra i molti sonnambuli di cui parla Paolo Gentiloni c’è anche il Partito democratico? Lui, nella lunghissima intervista al Foglio, non lo dice, ovvio, così come non spiccica mezza parola contro il partito di Elly Schlein, non lo farebbe mai, e tuttavia gli accenti sono diversi, lo spartito è un altro. Nel mondo della politica certe volte le dissonanze sono più evidenti che nella musica contemporanea, fa parte del gioco negarlo, ma è pur sempre un gioco.
La verità è che il “manifesto” dell’ormai ex commissario europeo sui punti concreti, a partire dall’Ucraina, è più chiaro dei testardi ghirigori piddini disegnati per non scontentare nessuno. Non i Marco Tarquinio o i Paolo Ciani o le Laura Boldrini, fossero quello il problema, ma il cuore del gruppo dirigente o i brussellesi contro-le-armi-a-lungo-raggio.
Ecco, la “pace secondo Paolo” non ha nulla dei barocchismi da relazione al comitato centrale: «Se finisce male in Ucraina, finisce male per tutti noi», dove quel finire male viene spiegato in termini che vanno dritto al punto: «Se la sostanza è una tregua purchessia, perché così finisce la guerra, e se la distanza non è un modo per dimostrare che chi ha invaso l’Ucraina è stato fermato, il rischio che episodi del genere si ripetano è notevole».
La guerra si deve concludere essendo chiaro che Vladimir Putin ha perso. Niente pasticci, per evitare altri guai forse peggiori dentro casa nostra. Nettezza morale, certo, ma anche linearità strategica. Ora, siamo sicuri che il Partito democratico, per tacere di Alleanza Verdi-Sinistra o dell’oggettivamente filorusso Giuseppe Conte, siano su questa linea, definiamola così, di intransigente chiarezza? Non è una questione filosofica o di definizioni linguistiche. È un problema politico. Che chiama direttamente in causa alcune discriminanti utili per verificare la fattibilità delle alleanze: «Non possiamo essere unitari se si pensa che sia l’Occidente a chiedere scusa a Putin». E già. A Conte, l’uomo che alla platea di Atreju ha detto che «è la Nato che vuole perseguire il confronto militare con la Russia» saranno fischiate le orecchie.
Ma quanta gente, nel Partito democratico, teorizza una pax putiniana che regali a Mosca come minimo la Crimea e chi si è visto si è visto, cioè un esito di tre anni di massacri che si conclude con una specie di pareggio con lo zar del Cremlino che alla fine avrebbe ottenuto più o meno quel che voleva, e cioè la possibilità di spadroneggiare in Europa?
Su queste cose non si può giocare con le parole. Anche perché a tutto questo è legata la questione dei finanziamenti per la difesa europea, cioè proprio il fumo negli occhi per i contiani e gli Avs di Nicola Fratoianni, e questo è facile, ma che ne pensano i Peppe Provenzano e la stessa leader del Partito democratico? Ecco dove bisogna fare chiarezza.
Ma il sasso gettato con gesto morbido da Gentiloni, se come al solito non produrrà grandi riflessioni al Nazareno, dove si aspettano gli eventi più che provare a determinarli, sarà interessante capire se provocherà qualche stimolo, qualche iniziativa dell’area riformista in grado di scrollare Schlein per le spalle e chiederle come la pensa su tutta questa roba. Senza ghirigori: condivide il gruppo dirigente dem tutte le parole di Gentiloni? Ecco, mentre sull’Ucraina piovono missili ogni giorno, sarebbe importante saperlo adesso. Prima del cenone di Natale. Ma conoscendo i polli è lecito dubitare che questo regalo di chiarezza la sinistra e i suoi alleati non lo farà.