Semi resilienti Piante che salveranno il mondo (forse)

Secondo l’ultima indagine annuale sul clima della Banca Europea per gli Investimenti, otto italiani su dieci riconoscono la necessità di prepararsi e adattarsi agli effetti del riscaldamento globale. Ragionare su cosa mettiamo nel piatto è un ottimo punto di inizio

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Il riscaldamento globale pone diverse sfide all’agricoltura e alle coltivazioni; le più diffuse, infatti, quelle che forniscono quasi la metà del fabbisogno calorico mondiale, ovvero riso, grano e mais, richiedono molta acqua per crescere. Rispettivamente 2.500 litri per un chilo di riso, 900 per un chilo di grano e 1.400 litri per uno di mais. E l’irrigazione è un problema, anzi può diventare il problema principale, insieme all’aumento delle temperature, ed è destinato ad aggravarsi con l’estendersi di lunghi e gravi periodi di siccità in aree tradizionalmente temperate.

In Italia, negli ultimi anni la siccità, a volte alternata a fenomeni atmosferici imprevedibili come violente piogge e alluvioni, sta causando gravi danni al territorio e all’economia. La Sicilia, la regione finora più colpita – le precipitazioni sono al di sotto del cinquanta per cento rispetto alla media degli ultimi vent’anni – vive da tempo una crisi nella filiera degli agrumi. Le superfici coltivabili e i raccolti sono sempre meno, le arance sempre più piccole. In Sardegna, in un mese, la risorsa idrica negli invasi è scesa dal 44 per cento di fine agosto al 41 per cento di fine settembre. E così via: nelle cinque regioni più colpite, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna, i dati dell’Osservatorio Siccità curato da Consiglio Nazionale per le Ricerche-Istituto per la BioEconomia (Cnr-Ibe), indicano una siccità severo-estrema nel 29 per cento del territorio. Le situazioni più critiche in Calabria e in Sicilia, dove la percentuale sale, rispettivamente, al 47 e al 69 per cento.

Questo cambia, inevitabilmente, il tipo di coltura: in Piemonte arrivano le arachidi, in Sicilia e Calabria piante tropicali come avocado e mango. Ma non basta. Secondo gli esperti, è tempo di cominciare a selezionare le specie più adatte ai cambiamenti climatici in corso. Lo suggerisce, indirettamente, anche l’ultima indagine annuale sul clima della Banca Europea per gli Investimenti (Bei), secondo la quale otto italiani su dieci riconoscono la necessità di prepararsi ed adattarsi ai cambiamenti climatici.

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Il quotidiano inglese The Guardian ha dedicato un approfondimento a cinque raccolti che gli agricoltori di tutto il mondo stanno coltivando «nella speranza di nutrire il pianeta mentre si riscalda».

Ecco allora l’amaranto, commestibile dalla foglia al seme, uno pseudocereale come il grano saraceno o la quinoa. Resiste al clima secco e alla mancanza di acqua anche per lunghi periodi ed è una proteina completa, con tutti e nove gli aminoacidi essenziali, oltre che una buona fonte di vitamine e antiossidanti. In Europa il maggior produttore è l’Ucraina.

Il fonio è tra i cereali più antichi utilizzati dagli esseri umani per la loro alimentazione ed è stato coltivato dagli agricoltori dell’Africa occidentale fin dal 5000 a. C. È una specie di miglio, il sapore assomiglia a quello del couscous e della quinoa con un leggero sentore di nocciola e contiene in media l’85 per cento di carboidrati, il 10 per cento di proteine e il 4 per cento di grassi,. Storicamente, è il cereale più antico dell’Africa e in alcune culture era riservato ai capi e ai re. In Senegal, Burkina Faso e Mali veniva servito nei giorni festivi, ai matrimoni e durante il Ramadan. La sua resilienza e la capacità di crescere in terreni poveri ne fanno un raccolto straordinario nelle regioni con scarsità d’acqua. Ha poi un basso indice glicemico ed è senza glutine, caratteristiche che lo rendono una buona fonte di aminoacidi per diabetici e intolleranti al glutine. L’azienda italiana Obà Food ha contribuito a introdurre il fonio nell’Unione europea nel dicembre 2018.

I fagioli dall’occhio, i cowpeas o black eyed peas, erano molto coltivati negli anni Quaranta negli Stati Uniti, soprattutto come cibo per il bestiame, ma molto prima che arrivassero fino nelle Americhe venivano coltivati per il consumo umano nell’Africa occidentale, dove restano una voce importante dell’agricoltura: la Nigeria è il più grande produttore mondiale di questo legume. In Europa, durante il Medioevo, costituivano una delle principali fonti di proteine delle classi povere, tanto che la specie rientra tra quelle raccomandate da Carlo Magno nel “Capitulare de villis”.
Dopo la scoperta del Nuovo Mondo, con l’arrivo in Europa del fagiolo comune, la coltivazione dei fagioli dall’occhio ha perso d’importanza e oggi in Italia sopravvive solo in alcune zone di Calabria, Piemonte, Puglia, Toscana e Veneto. Si consumano soprattutto i semi, i caratteristici piccoli fagioli bianchi con una macchia nera, ma anche le foglie e i baccelli sono una buona fonte di proteine. Sono altamente resistenti alla siccità, quindi perfetti in tempi di mutamenti climatici.

Ai tropici, nel Sud-Est asiatico e in Polinesia, il taro è stato a lungo coltivato come ortaggio a radice, con usi simili a quelli della patata, a cui assomiglia un po’ anche nel sapore delicato, leggermente terroso e dolciastro, piuttosto neutro, adatto quindi sia per piatti dolci che salati. Poiché le temperature in aumento ne minacciano la coltivazione nel suo habitat naturale, negli Stati Uniti gli agricoltori stanno cercando di adattarla al freddo degli inverni statunitensi. All’Utopian Seed Project, nella Carolina del Nord, il fondatore Chris Smith e il suo gruppo hanno sperimentato colture tropicali, alla ricerca di modi per aiutare le piante a sopravvivere all’inverno. Oggi coltivano otto varietà di taro, comprese quelle provenienti da Corea, Filippine, Hawaii, Cina e Porto Rico, e insegnano anche come cucinarlo.

Molte colture alternative sono piante che sono state coltivate da qualche parte nel mondo nel passato, o che lo sono tuttora, ma ce ne sono altre che sono state selezionate specificamente per resistere ai cambiamenti climatici. È il caso della kernza, un’erba simile al grano, ma perenne, e che quindi non deve essere ripiantata ogni anno, con un notevole risparmio di suolo e di uso di diserbanti. Gli esperimenti per la sua selezione risalgono al 2008 e inizialmente veniva coltivato come cibo per il bestiame; poi nel 2019 The Land Institute, un’organizzazione americana di ricerca senza scopo di lucro focalizzata sull’agricoltura sostenibile, con sede in Kansas, l’ha introdotta ufficialmente in commercio con un marchio registrato per garantire che gli agricoltori sappiano di aver acquistato semi dal programma di allevamento ufficiale.

Oggi tra Minnesota, Kansas e Montana ci sono quasi 1.618 ettari coltivati a kernza, mentre i ricercatori sono ancora al lavoro sul progetto per migliorare la varietà. Secondo il Land Institute potrebbe davvero rappresentare una svolta perché è estremamente sostenibile, ricco di proteine e antiossidanti e ha otto volte la quantità di fibre insolubili del grano, il che lo rende un’opzione estremamente salutare. Nonostante non sia un alimento senza glutine, ne contiene meno rispetto al frumento e ha un sapore dolce e nocciolato, che lo rende adatto sia a essere usato come cereale intero che macinato e ridotto in farina. Inoltre, i grani perenni proteggono il suolo dall’erosione e generalmente migliorano la struttura del suolo grazie alle loro radici profonde che riescono ad assorbire il carbonio dannoso dall’aria e lo intrappolano nel sottosuolo, aiutando a contrastare in modo diretto il cambiamento climatico.

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