Labour WeeklyL’intelligenza artificiale e le emozioni dei dipendenti 

L’Ai Act vieta l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale in grado di desumere le emozioni di una persona sul luogo di lavoro, fatta eccezione per i casi in cui sussistano motivi medici o di sicurezza.

(Unsplash)

Lo sviluppo dei sistemi di intelligenza artificiale è al centro del dibattito e sembra volerci restare. Mentre Stati Uniti e Cina si contendono il ruolo di leader nel mercato, l’Unione europea sta cercando di regolamentare il settore per evitare che il nostro futuro somigli sinistramente a una distopia. La Commissione ha recentemente adottato delle linee guida riguardanti le pratiche vietate ai sensi dell’Ai Act approvato lo scorso 13 giugno 2024.

Per quanto riguarda l’occupazione, l’Ai Act vieta l’utilizzo di sistemi di intelligenza artificiale in grado di desumere le emozioni di una persona sul luogo di lavoro, fatta eccezione per i casi in cui sussistano motivi medici o di sicurezza. Il processo di determinazione delle emozioni dei dipendenti può condurre a esiti discriminatori ed è molto invadente rispetto alle libertà fondamentali degli individui in un contesto asimmetrico quale è il rapporto di lavoro.

La Commissione europea chiarisce che rientrano nel concetto di emozione felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, disgusto, imbarazzo, vergogna, disprezzo, soddisfazione e divertimento, soltanto per citare le più importanti. Il divieto non può essere aggirato facendo riferimento agli atteggiamenti dei lavoratori. Tuttavia, in determinati casi, i sistemi di intelligenza artificiale possono supportare i datori di lavoro nell’analizzare lo stato fisico dei dipendenti. Ad esempio, è possibile verificare la fatica di piloti e autisti al fine di evitare incidenti.

Il divieto si applica in ogni spazio, fisico o virtuale, in cui le persone fisiche i svolgono compiti assegnati dal datore di lavoro. Ad esempio, è vietato l’utilizzo di webcam e di sistemi di riconoscimento vocale da parte di un call center per inferire le emozioni dei propri operatori. Lo stesso divieto, inoltre, si applica anche ai liberi professionisti e ai candidati durante un processo di selezione per una posizione lavorativa.

Le linee guida confermano la volontà di limitare l’arbitrio dei nuovi giganti tech all’interno del nostro continente. Il successo di questa iniziativa dipenderà da molti fattori come la capacità di sanzionare le aziende che violano il regolamento o la destrezza con cui Bruxelles riuscirà a intercettare le continue innovazioni tecnologiche. Per il momento, se il vostro datore di lavoro vuole conoscere le vostre emozioni, vi deve ancora chiedere «come stai?». Sappiate che poteva andare peggio.

 

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni settimana. Qui per iscriversi

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