Sposerò SanremoI Duran Duran, e la fine della nostra giovinezza

Molto più che dalle canzonette, siamo ossessionati dalla mistica di noi stessi, dei nostri zainetti Invicta, di quando la vita era più facile

LaPresse

Ho capito che la mia giovinezza era finita nel 2002, quando mi sono trovata seduta, su un Londra-Los Angeles, nella stessa sezione di aeroplano in cui viaggiava Nick Rhodes, e io vent’anni prima avevo in cameretta il poster degli Spandau ma comunque i Duran Duran erano un pezzo della mia mitologia e com’era possibile che ora la stessa hostess che porgeva a lui la salvietta calda chiedesse a me cosa volevo bere.

Ho capito che la mia giovinezza era finita nel 2004, quando a Milano mi spedirono a intervistarli, e il discografico mi fece trovare Nick e Simon, e io chiesi cosa me ne sarei dovuta fare dei Duran Duran senza John Taylor, e quello disse che dava per scontato m’importasse solo di Simon, ed era ventun anni fa e c’era già gente abbastanza giovane da non sapere che era sempre stata una balla: nessuna voleva sposare Simon LeBon, tutte volevamo sdraiarci John Taylor.

Ieri sera sul palco di Sanremo c’era una comica che ha accolto Simon vestita da sposa, e io lì per lì ho pensato certo, per questo non hai mai fatto ridere, perché non hai spirito d’osservazione, ma quella all’altezza del Sanremo di “Wild Boys” aveva nove anni, cosa vuoi che sapesse di sdraiabilità. Vista dall’oggi, aveva ragione lei: “Sposerò Simon LeBon” è un titolo che ricordano tutte, anche quelle che all’epoca tenevano per gli Spandau, anche quelle che all’epoca non erano nate, “Sposerò Simon LeBon” è spirito del tempo quanto Carlo Conti che ogni sera ha ospite un bambino mostro o ricorda un morto o ci dice quanto son simpatici i matti, e certo che rivorrei il Sanremo di Bongiorno e Chiambretti e Marini, ma la giovinezza è andata e non ritornerà.

Ho capito che la mia giovinezza era finita sempre in quel pomeriggio del 2004 al Principe di Savoia, lo stesso albergo dove i Duran Duran scendevano vent’anni prima ma con differenze non piccole. Vent’anni prima John stava con una modella stupendissima che ora fa la sceneggiatrice (perché spirito del tempo è che nessuna s’accontenti d’essere strafiga). La modella stupendissima fece un paio di film dei Vanzina. Enrico Vanzina mi raccontò poi che le ragazzine povere aspettavano fuori dall’albergo, e a quelle ricche le mamme pagavano la stanza perché potessero intercettare John in ascensore (oggi interverrebbe il tribunale dei minori, e qualche moralizzatrice social). Vent’anni dopo, John venne precettato a unirsi all’intervista e arrivò arrancando perché era bloccato da un’ernia. Chissà se la sera metteva la dentiera nel bicchiere.

Ho capito che la mia giovinezza era finita sempre nel 2004, ma qualche mese dopo: i Duran Duran suonavano a Roma e uno stilista dava una festa in loro onore, era la mia occasione, eravamo ormai pari, compagni non solo d’aereo ma addirittura di canapé, eccomi, John, mi puoi rimorchiare, mettiamo i bicchieri con le dentiere vicini. Gli dissi: avevamo tutte una cotta per te, tu non avevi una cotta per te? Rispose: effettivamente.

Ho capito che la mia giovinezza era finita quella stessa sera del 2004, quando John mi scansò senza dissimulare e andò dritto dove voleva andare: a rimorchiare la p.r. dello stilista, incidentalmente più giovane di me, più figa di me, più ereditiera di me.

Ho capito che la mia giovinezza era finita nel 2012, quando sotto la neve di sant’Ambrogio attraversai Milano per andare all’unico firmacopie a pagamento che abbia mai visto, in questo paese in cui per partecipare agli eventi culturali ci manca poco che siamo noi a pagare il pubblico, ma quel giorno se volevi la copia autografata dall’autore pagavi, e pagarono in centinaia, e il libro era l’autobiografia di John Taylor, che ovviamente non ho mai letto ma l’articolo che scrissi quel giorno mi strazia ancora a rileggerlo.

Quel venerdì pomeriggio di tredici anni fa non eravamo ancora ossessionati dalla carne giovane quanto ora, ora che il sindaco di Sanremo dice garrulo «Voi vi ricorderete che i ragazzini non guardavano Sanremo, adesso abbiamo Sanremo invasa dai ragazzini», e vorrei sapere quand’è che non la guardavano, considerato che ieri sera era una gigantesca celebrazione del Sanremo di quando avevo dodici anni, e il più bel Sanremo della storia è forse quello di quando ne avevo quindici, e sindaco non so come dirglielo, ma lo guardavamo per la stessa ragione per cui leggevamo i romanzi: perché non c’era altro.

Uno dei ricordi più nitidi del mio secondo anno di liceo riguarda quel Sanremo, e una compagna di classe che non solo tutti i giorni prendeva il treno da Faenza per venire a scuola a Bologna, e a me che faticavo a svegliarmi dieci minuti prima delle lezioni pareva un’eroina, ma si assentò una settimana per andare a fare la groupie al festival. Tornò millantando un’orgia alla quale c’era Terence Trent d’Arby. Oggi arresterebbero i genitori e i cantanti e gli sponsor e un po’ tutti, e poi farebbero un processo culturale alla quindicenne che al Sanremo al quale è ospite Paul McCartney pensa agli ormoni invece che alla storia della musica.

Quel venerdì pomeriggio di tredici anni fa c’erano quarantenni che mi facevano vedere i loro diari di Snoopy con le foto dei Duran, altre che chiedevano a John gli auguri di compleanno, e una che, ricopio dal mio articolo d’epoca, al liceo aveva la fortuna d’avere un’amica che viveva a Londra e «rubò, dalla Porsche parcheggiata davanti a casa di John, un paio di occhiali da sole. Come segno d’amicizia glieli lasciò tenere per un giorno: “Era come avere la sindone in casa”».

Tredici anni fa come ieri sera, la nostra mistica della giovinezza è in realtà una mistica di noi stessi, dei nostri zainetti Invicta, di quando la vita era più facile e si potevano mangiare anche le fragole. Delle canzoni non gliene frega niente a nessuno, e infatti invitiamo a fare i loro inascoltabili pezzi i Duran Duran, mica gli Spandau con quel canzoniere squarciagolabilissimo (questo è il punto in cui tutti i miei amici che sulla musica si danno un tono m’insultano, ma la mia battaglia d’elezione è questa: gli Spandau avevano pezzi migliori dei Duran).

Delle canzoni non glien’è mai fregato niente a nessuno, e solo così spiego la sciura che nel 2012 rispondeva stizzita alla mia sorpresa per il suo andare a vedere il suo fu idolo d’adolescenza dicendomi «A mia madre piace ancora Paul McCartney, perché a me non dovrebbe piacere lui?».

Delle canzoni non gliene frega niente a nessuno se non come pretesto di polemica: ieri sera Bennato cantava «Non potrò mai diventare direttore generale delle poste o delle ferrovie, non potrò mai far carriera nel giornale della sera anche perché finirei in galera», e io pensavo ai derelitti in sala stampa che si sentono giornalisti d’assalto a rivendicare il diritto di fare domande scomode a Federico Lucia, perdincibacco.

Come pretesto di polemica, o come madeleine. E infatti per parlare di canzoni aspettiamo domani, ché stasera a Sanremo si fanno i pezzi vecchi, stasera Sanremo finalmente diventa karaoke, diventa “Furore”, diventa compilation, stasera finalmente al festival della canzone ci importerà qualcosa delle canzoni. Come quando la giovinezza non era finita, e a Sanremo c’erano “Dopo la tempesta” e “Perdere l’amore” – cioè gli stessi cantanti di adesso che, come noi, erano carne più giovane di ora.

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