Arte urbanaJoshua Harris e il messaggio radicale di “The Air Bear Project”

Joshua Harris è un artista e creativo americano noto per le sue sculture innovative e per i progetti di arte pubblica che affrontano con sensibilità temi sociali e ambientali. La sua carriera lo ha portato a collaborare con realtà iconiche come Sesame Street, inserendo le sue opere in contesti capaci di unire educazione, gioco e creatività

Air Bear, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

Harris si distingue per un’arte profondamente legata all’esperienza urbana e all’interazione spontanea con il pubblico, riuscendo a sorprendere e ispirare persone di ogni età. La sua fama internazionale è legata soprattutto a “The Air Bear Project”, un corpo di installazioni iconiche in cui Harris creò per soli due anni sculture gonfiabili a forma di animali o draghi. Queste opere prendevano vita grazie all’aria che fuoriusciva dalle grate della metropolitana di New York, trasformando sacchetti di plastica da rifiuto urbano in un potente atto artistico di denuncia contro il cambiamento climatico. Il progetto attirò l’attenzione di televisioni, giornali e dell’opinione pubblica globale, diventando virale, in un’epoca in cui i social media non esistevano ancora.

Air Bear, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

Nonostante il grande interesse, Harris decise di non commercializzare mai “The Air Bear Project”. Mosso da un idealismo forte e controcorrente, l’artista scelse quasi improvvisamente di interrompere bruscamente il progetto dopo soli due anni. Questa intervista vuole rendere omaggio a un approccio radicale e genuino all’arte, in un mondo in cui essa viene sempre più spesso ridotta a status symbol e per tale copia di se stessa. Harris si è opposto a questa logica, pagando il prezzo di un progetto così grandioso da rimanerne schiacciato e rendergli difficile proseguire su altre strade altrettanto valide.

Oggi, a quasi vent’anni di distanza, Harris rimane il fiero custode “morale” di quel progetto e dei suoi principi. Forse, proprio ora, potrebbe essere pronto a riportarlo in vita. Ci auguriamo che ciò accada, non solo per lui, ma anche per noi e per le nuove generazioni, che hanno bisogno di esempi positivi e di storie in cui il bene e l’integrità trionfano. In un’epoca in cui il mercato spesso sovrasta il significato dell’arte, “The Air Bear Project” rappresenta una rara testimonianza di autenticità, capace di lasciare un segno profondo e duraturo. Questa storia merita un lieto fine che, forse, deve ancora essere scritto.

Air Bear, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

 Puoi raccontare come è nato “The Air Bear Project”?
Stavo camminando lungo la ventitreesima strada quando, all’improvviso un sacchetto di plastica è volato in aria, sospinto dall’aria calda che fuoriusciva dalla grata della metropolitana proprio davanti a me. Ho trovato la scena molto interessante e mi sono chiesto: «Come potrei lavorare con questo vento?». C’era qualcosa di magico in quel movimento improvviso, come se l’oggetto si sollevasse con leggerezza e proseguisse il suo viaggio. Non so spiegare perché, ma quell’energia mi ha attratto. Ho sentito il desiderio di capire come poterci interagire, come poter collaborare con quella forza invisibile o scoprire cosa volesse esprimere. Mentre continuavo a camminare ho incontrato un uomo che vendeva VHS lungo la strada. Ne ho comprata una, sono tornato alla grata e ho srotolato parte del nastro, fissandolo in alcuni punti. Il vento l’ha sollevato creando una lunga linea ondeggiante, quasi un arcobaleno di nastri che si librava nell’aria. Ho ancorato l’altra estremità e mi sono fermato a osservare come il nastro si contorceva, si avvolgeva su sé stesso e disegnava forme nell’aria. In quel momento ho pensato: «C’è qualcosa di visivo qui. Queste linee si stanno formando, e il vento sta scolpendo. Poi mi sono chiesto: E se invece di una semplice linea creassi qualcosa di tridimensionale?». Ho tenuto un sacchetto di plastica sopra la grata e l’ho visto gonfiarsi come una mongolfiera. Ho capito che potevo dare forma e struttura.

Come hai poi sviluppato quest’idea?
A quel tempo, i sacchetti di plastica non erano ancora vietati a New York. Come molti, avevo una borsa piena di sacchetti sotto il lavandino o in un angolo della cucina, da usare per la spazzatura o per il nostro cane. Ne avevo davvero tanti. Ho iniziato a tagliarli, assemblarli e combinarli in diversi colori, dando vita a delle figure che sembravano quasi Muppet o marionette. Le loro forme prendevano vita: il petto si gonfiava, così come le braccia, la testa, il naso e le orecchie. In quel momento ho capito che l’idea poteva funzionare. Tuttavia, i colori che avevo scelto per le prime sculture non mi convincevano. Avevo usato sacchetti di plastica vivaci, mescolando e abbinando tonalità diverse, ma il risultato sembrava più un ornamento da giardino o una piccola decorazione da parata. Mi piaceva l’elemento sorpresa del sacchetto che, da sgonfio, prendeva vita. Ho pensato che dovessero mimetizzarsi meglio nella città, apparendo come spazzatura a terra per poi sorprendere chi li osservava quando si gonfiavano. Ho iniziato quindi a lavorare con sacchetti totalmente bianchi o neri, così da renderli meno visibili fino al momento della trasformazione.

Air Bear, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

C’è quindi un qualche riferimento ambientalista?
Quando ho cominciato era il 2007 e in quel periodo si cominciavano a vedere molte immagini di orsi polari su lastre di ghiaccio spezzato. Si cominciava a parlare anche per strada di cambiamenti climatici, energie rinnovabili e risorse sostenibili: ora è scontato, ma all’epoca era l’inizio di questa rivoluzione di consapevolezza. Quei temi mi ronzavano in testa e piano piano tutto ha cominciato a prendere forma: l’orso polare mi è sembrato l’avatar perfetto per rappresentare quei concetti. Così, ho iniziato a modellare un orso con sacchetti di plastica bianchi e l’ho lasciato per strada.

Come hai fatto a farlo diventare un fenomeno di massa? A chi l’hai presentato?
Il caso o il destino. All’epoca non c’erano ancora gli iPhone, e proprio in quei giorni si discuteva di cosa fosse “virale” e cosa no. Quella sera qualcuno ha scattato una foto del mio orso – sia da sgonfio che da gonfio – con il proprio cellulare a conchiglia (flip phone) e l’ha inviata a un amico con cui aveva appena cenato. Questo amico era legato a Wooster Collective, il sito di riferimento per l’arte di strada in quel periodo, gestito da Marc e Sara Schuster. Il giorno dopo Wooster Collective ha pubblicato un articolo su una nuova forma di street art tridimensionale vista a New York la sera precedente. Un mio amico mi ha inviato l’articolo, e da lì è nata l’ispirazione per creare nuove opere.

A livello tecnico come hai poi sviluppato il progetto, una volta “diventato” virale?
Ho iniziato utilizzando una forma di orso tassidermico, che ho ricoperto con sacchetti della spazzatura. Per sigillare le giunture ho usato una sigillatrice termica, cercando di mantenere la struttura il più leggera possibile, riducendo al minimo la quantità di materiale impiegato. Era fondamentale che le sculture restassero leggere per poter muoversi e prendere vita. Ho trovato anche modelli di peluche e papercraft su Internet, che ho adattato creando i miei cartamodelli. Successivamente, ho ritagliato i sacchetti della spazzatura seguendo questi schemi. Per testare le sculture, ho utilizzato piccoli ventilatori che collegavo alle gambe, sperimentando per capire quanta aria fosse necessaria per sollevare e animare ogni pezzo. Questo processo mi ha permesso di perfezionare i progetti e garantire che le sculture potessero sollevarsi e muoversi con il minimo flusso d’aria.

Air Bear, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

Qual è stata la soddisfazione più grande?
Il successo mediatico mi ha colpito profondamente. Il progetto è stato presentato a Istanbul e Amsterdam ed è apparso in numerose pubblicazioni di rilievo. Abbiamo anche realizzato un breve video per Sesame Street, che invitava i bambini a esplorare la loro creatività. Tuttavia, devo ammettere che la parte più emozionante è stata lavorare direttamente per strada con le sculture. Avevo una piccola videocamera con cui registravo le reazioni delle persone mentre osservavano le installazioni. A dire il vero, all’epoca non sapevo nemmeno con esattezza cosa stessi facendo. Tutto era nuovo, accadeva rapidamente e in modo spontaneo.

Molti si lasciavano trasportare da un mix di emozioni – sorpresa, incanto e malinconia. C’era qualcosa di struggente nel vedere l’orso che, alla fine, crollava e si afflosciava al suolo. Sembrava quasi di assistere a una piccola metafora della vita: una sensazione di morte e decadenza, come se la scultura si riavvicinasse alla terra. Poi, al passaggio del treno successivo, l’orso si rialzava, ripetendo il ciclo ancora e ancora. Le persone si fermavano ad aspettare, affascinate da quel ritmo ipnotico – osservavano l’orso salire, poi cadere, e poi risorgere, come in un’eterna danza che rifletteva il ciclo della vita. L’animazione dell’orso era sorprendentemente realistica. Quando crollava, sembrava toccare qualcosa di profondo e universale. Quello che mi ha dato più soddisfazione, però, è stato vedere la genuina meraviglia dipinta sui volti dei newyorkesi, proprio lì, in mezzo alla strada. Per me, è stato il momento più gratificante di tutto il progetto.

Come sceglievi le forme delle sculture?
Avevo bisogno di forme che garantissero stabilità: spesso servivano quattro gambe, oppure una o tre. Animali con due gambe non offrivano abbastanza supporto, quindi alcune sculture sono state determinate proprio da questa esigenza strutturale. Mi piaceva lavorare con animali perché pensavo potesse essere magico trovare qualcosa di leggermente diverso da ciò che vediamo abitualmente, ma comunque familiare. Questo contribuiva all’effetto sorpresa. Come ho detto in precedenza, l’orso polare è diventato un’icona, una sorta di avatar per rappresentare il cambiamento climatico e il riscaldamento globale. In quel periodo si parlava molto di questi temi e l’orso sembrava perfetto per incarnare l’idea delle energie rinnovabili e del riciclo – elementi espressi dal vento e dai sacchetti di plastica riutilizzati nelle prime sculture. Successivamente, ho iniziato a sperimentare con creature più magiche, come draghi, centauri e scimmie. Volevo semplicemente che il progetto fosse giocoso e portasse un senso di meraviglia.

Air Bear, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

Come hai proposto commercialmente questo tuo progetto di strada?
Quel progetto ha sempre occupato un posto speciale per me, dalla sua nascita spontanea al modo in cui prendeva vita per strada e veniva accolto con entusiasmo dalle persone. Provare a monetizzarlo per fini commerciali, legandolo al marchio o al logo di qualcun altro, mi è sembrato di tradirne l’essenza e il percorso che lo aveva reso unico. Ho tentato solo una volta con un piccolo progetto commerciale, ma l’esperienza non mi ha lasciato una buona sensazione. Non volevo utilizzare quella capacità in quel modo. Ho preferito impiegarla per cause che sentivo più affini, come la lotta contro il riscaldamento globale e le collaborazioni con Sesame Street. Questi progetti, al contrario, sono stati esperienze meravigliose.

Di cosa vivevi allora?
Durante quel periodo vivevo con prestiti e lavoravo come stilista freelance e stylist. Ero anche sposato, e il lavoro a tempo pieno di mia moglie ci ha aiutato molto.

Come mai e quando a un certo punto hai concluso un progetto, che ti aveva dato tanta visibilità?
Col tempo, però, mi sono reso conto che continuare a usare plastica e materiali tossici per parlare di ambiente e di energie alternative era una contraddizione. Il progetto si è concluso in modo naturale, seguendo il suo corso. Ha avuto il suo spazio e il suo tempo, e non ero sicuro di come condividerlo ulteriormente, se non nei modi che mi sembravano autentici – come lo spot per Sesame Street. Non volevo che diventasse un’idea troppo commercializzata e, quando le sculture sono state esposte nei musei, ho percepito che mancava quella magia sorprendente che si provava vedendole in strada o in uno spazio pubblico. È stato un progetto che ha avuto il suo percorso e sono felice di averne fatto parte.

Qual è stata l’ultima scultura?
L’ultima scultura che ho realizzato risale probabilmente alla fine del 2009: fu un progetto di Sesame Street.

Air Monster, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

Una scelta coraggiosa. Non ti manca nulla?
Per me, il momento più speciale resta l’incontro con il pubblico in strada, ma vedere che oggi i giovani scoprono il progetto per la prima volta con lo stesso entusiasmo e stupore iniziale è la vera magia dell’arte. Questo è il dono più grande del progetto. Sono grato di averne fatto parte e di poter condividere questa esperienza con altri.

E per il futuro?
Ora il futuro del progetto non è più nelle mie mani. Mi sento quasi un custode di questa esperienza e sono grato di aver contribuito alla sua nascita. Ho sempre cercato di preservare quell’emozione autentica e spontanea che scaturiva dall’incontro inaspettato con le sculture in strada. Proteggere quel senso di sorpresa, evitando che fosse soffocato da troppe influenze esterne, è sempre stata una mia priorità. Credo che il progetto abbia mantenuto la sua purezza ed è stato portato avanti nei contesti giusti, al momento giusto. Mi riempie di gioia sapere che, ancora oggi, viene scoperto e continua a suscitare emozioni. Ricevo lettere da studenti, domande da insegnanti e curiosità da universitari che scrivono saggi sul progetto. È straordinario constatare come, anche a distanza di tempo, riesca ancora a toccare le persone.

Air Monster, Joshua Allen Harris. Courtesy of the artist

Hai mai pensato a riproporre dopo anni questo progetto?
Devo ammettere che l’idea di realizzare nuove sculture e riprendere il progetto continua a tornarmi in mente. Magari potrei riportarle a New York. Chissà come sarebbe rifarlo ai tempi dei social. Forse questa estate sarà l’occasione giusta per rimettermi all’opera. Tuttavia, da quando ho smesso di utilizzare la sigillatura termica, non è stato semplice ricrearle. Di recente, però, ho scoperto una colla che potrebbe fare al caso mio – forse è la soluzione che stavo cercando. Restate sintonizzati, perché rivisitare questo progetto potrebbe essere davvero entusiasmante. E sembra che l’interesse sia ancora vivo.

Ultima domanda: come si collega “The Air Bear Project” con i tuoi tanti lavori successivi?
È una domanda interessante, perché non sono certo di come si colleghi esattamente. Ho lavorato a molti progetti diversi e questo si distingue per essere piuttosto lontano dalla maggior parte delle mie altre opere. Ho avuto esperienze come fotografo, stilista, pittore e scultore. Ho diretto video e spot pubblicitari, realizzato illustrazioni, disegni meditativi a lunga durata e ritratti fotorealistici. Ma forse non ho ancora trovato la mia vera strada. Se dovessi individuare un filo conduttore, direi che è il mio amore per la natura a emergere costantemente, insieme alla figura del trickster – quell’archetipo che gioca tra due mondi, creando sorpresa e spiazzamento. Questo senso di meraviglia è qualcosa che cerco sempre di integrare nei miei lavori. C’è anche una ricerca di essenzialità, una predilezione per la semplicità delle forme e delle linee. Mi affascina ciò che riesce a trascendere i confini e a toccare chiunque, parlando un linguaggio visivo universale – lo stesso che cerco di esprimere attraverso le mie fotografie e illustrazioni.

X