Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha costretto le cancellerie europee a un brusco risveglio, scuotendole dalla loro illusione post-storica. D’un tratto, la prospettiva di un abbandono degli Stati Uniti appare reale e concreta. E in Europa, secondo le stime ufficiali del Pentagono, sono attualmente stazionati all’incirca ottantamila militari statunitensi.
In realtà, spiega a Linkiesta Giuseppe Spatafora, analista dello European Union Institute for Strategic Studies (Euiss), dalla fine della Guerra fredda l’approccio statunitense è sempre stato «paradossale», come un pendolo che oscilla tra «il desiderio di ridurre l’impegno nel continente, lasciando più responsabilità agli europei per la gestione della propria sicurezza» e l’apparentemente opposta «richiesta costante di rimanere legati alle sorti del continente sulla difesa». Da un lato, la volontà di spendere meno in Europa con la scusa del burden sharing tra alleati per concentrare altrove gli sforzi, come esemplificato dal pivot-to-Asia deciso nel 2011 da Barack Obama. Dall’altro, la ferma «opposizione a una difesa europea autonoma e indipendente», che ha radici molto antiche e fu condensata magistralmente, nel lontano 1998, dall’allora segretaria di Stato Madeleine Albright nel suo celebre discorso sulle cosiddette «3 D».
Gli sviluppi che gli Stati Uniti volevano evitare erano il decoupling tra le due sponde dell’Atlantico (cioè lo scollamento politico tra i processi decisionali di Washington e Bruxelles), la duplicazione delle strutture e la discriminazione verso i «membri non-Ue della Nato». Così, mentre esortavano i partner europei a investire di più nella propria sicurezza, gli americani hanno mantenuto un piede saldamente ancorato nel Vecchio continente, continuando a vendere agli alleati sistemi d’arma made in Usa.
Ora, osserva Spatafora, con il Trump-bis sembra si sia inaugurata una stagione di «pura ostilità», di «opposizione netta» all’idea stessa di Unione europea che, secondo il presidente americano, sarebbe stata creata «per fregare l’America». Vale dunque la pena di considerare analiticamente due distinti scenari per questo potenziale disimpegno dello zio Sam dall’Europa.
Un’opzione prevede solo la minaccia dell’abbandono da usare come leva politica per spingere gli europei a fare qualcosa nell’interesse di Washington. Ma cosa? La risposta più ovvia è «aumentare la spesa in difesa», secondo Spatafora, e magari, nel farlo, comprare americano. Tuttavia potrebbe anche trattarsi di un espediente per ottenere concessioni in altri ambiti.
Dopotutto, sarebbe un comportamento in linea con l’approccio puramente transazionale a cui ci ha abituati il presidente. Attenzione però, ammonisce Spatafora: «Questo potrebbe apparire come lo scenario preferibile, perché ci induce a pensare che per trattenere gli Stati Uniti in Europa basta esaudire i desideri di Trump». Il punto è che questo espone a un rischio enorme, perché può potenzialmente «costringere gli europei a fare concessioni sempre maggiori, spingendo contestualmente gli americani ad alzare costantemente l’asticella» e accampare richieste progressivamente più onerose. Sul lungo termine, osserva il ricercatore, «questa dinamica rischia di tradursi in una dipendenza ancora peggiore» nei confronti degli Stati Uniti.
Portando agli estremi questa ipotesi, e immaginando che i Paesi europei dimostrino livelli variabili di «adattabilità» alle richieste/imposizioni d’oltreoceano, si andrebbe incontro alla «dissoluzione del multilateralismo, sia in seno alla Nato che all’interno dell’Ue», che sfocerebbe in un «bilateralismo spinto» tra Washington e le cancellerie europee più «obbedienti». Un’applicazione in chiave trumpiana (cioè mafiosa) del classico divide et impera. La sospensione degli aiuti militari e della condivisione delle informazioni d’intelligence ai danni di Kyjiv è solo uno degli esempi di quanto lontano questa amministrazione può spingersi per raggiungere i propri scopi.
Nel secondo scenario, l’abbandono del Vecchio continente rappresenta invece «un obiettivo strategico in sé», qualunque ne sia la motivazione. In questo caso «non c’è nulla che gli europei possano fare per trattenere gli americani», prosegue l’analista dell’Euiss. Per quanto possa apparire a prima vista come un’eventualità meno preferibile, tuttavia, «in realtà è quella che offre maggiori sicurezze, perché se non altro gli attori coinvolti sanno cosa aspettarsi e possono organizzarsi di conseguenza».
Intendiamoci: non sarebbe una passeggiata. Allo stato attuale, i Paesi europei non sono attrezzati per colmare la voragine che un ritiro di Washington aprirebbe nel continente, il cui impatto viene valutato dagli esperti come equivalente ad un attacco nucleare da parte della Russia. «Per ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti servirebbero diversi anni, e probabilmente non riusciremmo a eliminarla completamente», concede Spatafora.
Ovviamente giova considerare che al di là delle astrazioni accademiche tenderanno a presentarsi elementi spuri di entrambi gli scenari, anche considerando la natura erratica e imprevedibile della presidenza Trump 2.0. Ma allora, quali strategie possono mettere in campo le cancellerie di qua dell’Atlantico per non farsi cogliere completamente impreparate?
Innanzitutto bisognerebbe poter contare su capacità di difesa quantomeno credibili, il che «consentirebbe all’Europa di declinare determinate richieste, almeno quello più fuori luogo», dice Spatafora. Per questo al vertice europeo di giovedì scorso «si è parlato davvero di soldi»: perché si parte sempre dalle risorse finanziarie. Il mastodontico piano di riarmo continentale targato Ursula von der Leyen, quel ReArm Europe che vale ottocento miliardi, è teso ad allargare il consenso politico intorno alle necessità strategiche dell’Unione. Un successo, sotto questo punto di vista, se nemmeno l’Ungheria di Viktor Orbán si è sfilata.
Ma quale ruolo può giocare Bruxelles in un simile contesto? La difesa rimane un ambito di competenza squisitamente nazionale – costituisce del resto, per definizione, uno degli aspetti più immediatamente visibili della sovranità statale – e qualcosa di simile a una vera e propria difesa comune continua a essere una chimera, se non altro perché sarebbe impossibile mettere d’accordo ventisette cancellerie o più su chi dovrebbe impartire gli ordini ad eventuali forze armate che operassero sotto insegne a dodici stelle.
Tutto vero, certifica il nostro interlocutore. Ma ci sono altre cose che possiamo chiedere all’Ue di fare. «Il primo passo è quello di aumentare le risorse a disposizione degli Stati membri», concedendo loro un più ampio spazio di manovra e sospendendo in modo mirato gli stringenti vincoli comunitari in materia di spesa. Cioè lo scorporo degli investimenti per la difesa dal calcolo del deficit ai fini del Patto di stabilità e crescita (Psc). Se suona familiare è perché è uno dei punti principali del piano von der Leyen. Un’altra idea che andrà scandagliata è l’emissione di nuovo debito comune: «una partita politicamente molto delicata» ma su cui si registrano già le aperture di alcuni Paesi tradizionalmente contrari, Germania in testa.
Il passo successivo è come si spendono i soldi. «Qui occorre vedere cos’hanno fatto gli Stati Uniti in Europa nel contesto della Nato: sono stati il trait d’union tra i vari eserciti europei», ricorda l’analista, «mettendo a disposizione quel “tessuto connettivo” che permette di trasformare la forza militare potenziale in effettiva capacità di combattere». Vale a dire i «facilitatori strategici» senza i quali gli eserciti non vanno da nessuna parte: aerei per il trasporto truppe, capacità d’intelligence, reti di comunicazione satellitare, sistemi per la guerra elettronica e cibernetica, difesa aerea, missili a lungo raggio e così via.
Stiamo parlando di «capacità che nella maggior parte dei casi gli europei hanno rinunciato a sviluppare poiché sono state storicamente fornite dagli Stati Uniti». Nell’ottica di un abbandono – brusco o graduale – americano, è utile che siano ora prodotti in casa. Ma «siccome sono cose parecchio costose, fuori dalla portata di armate nazionali di dimensioni medio-piccole, andrebbero sviluppate collettivamente». Il secondo ruolo dell’Unione europea, dunque, è diventare «un centro nevralgico dove sviluppare tali facilitatori» in modo che «tutti i pezzi dell’ingranaggio continentale lavorino insieme». Ovviamente, andrebbero incluse anche Kyjiv (che dopo tre anni di guerra dispone ora dell’esercito continentale più forte d’Europa), Londra e Oslo.
Terzo, l’Unione dovrebbe «costruire scala», cioè portare la produzione dal livello nazionale a quello continentale. Il che significa anche ridurre le duplicazioni. Su questo punto le statistiche si sprecano, ma tutte indicano che i Ventisette spendono male perché non spendono in maniera coordinata (l’esempio classico è quello dei carri armati: un solo modello negli Usa, almeno una dozzina in Ue). Oltre alla tecnologia, è la scala a permettere di confrontarsi con un esercito come quello di Mosca, che punta molto sulla quantità. «A lungo termine, significa anche un aumento delle dimensioni delle forze armate» degli Stati membri.
Un’ulteriore dimensione riguarda poi la società. Per Spatafora bisogna lavorare «sulla propensione dei cittadini a fare la propria parte», soprattutto in Paesi come l’Italia o la Spagna che sono fisicamente distanti dalla Russia e dunque non si sentono in prima linea come invece i baltici o gli scandinavi. «Bisogna pensare a come mettere insieme la società», spiega, «a come metterla all’erta e coinvolgerla in questo sforzo condiviso senza provocare allarmismi ingiustificati». Piuttosto che avviare coscrizioni e leve di massa, meglio «ragionare sulla relazione tra disastri naturali e rischi militari» per fare in modo che la cittadinanza sia pronta, «che sappia come reagire in caso di urgenza: dove cercare rifugio, come comportarsi quando le infrastrutture non funzionano, banalmente come sopravvivere» in caso di eventi calamitosi. Anche qui, dunque, «l’Ue può svolgere un ruolo di coordinamento con le autorità nazionali e sub-nazionali per preparare l’intera popolazione comunitaria, magari in maniera differenziata a seconda delle peculiarità locali».