
Si è conclusa l’indagine sui motivi per cui l’esercito israeliano non è riuscito a prevedere né a contenere il letale attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. Il motivo principale è stato l’errata valutazione della pericolosità del gruppo terroristico palestinese durante un arco di tempo che va dall’operazione militare a Gaza “Margine di protezione” del 2014 fino, appunto, all’ottobre del 2023.
Durante quel periodo, Hamas è stato considerato progressivamente sempre meno pericoloso rispetto alle minacce portate da Hezbollah e dall’Iran, su cui l’Idf riteneva fosse più urgente e importante concentrarsi. L’esercito, soprattutto a partire dal 2021, ha maturato la convinzione che Hamas non avesse l’intenzione di programmare un attacco su vasta scala in Israele, perché principalmente interessata a mantenere il suo potere a Gaza; e se questo era l’interesse prioritario, quello di attaccare Israele non risultava compatibile con il primo.
I continui attacchi mirati dell’Idf contro il movimento armato islamico che governava Gaza erano ritenuti sufficienti a indebolirlo e a scoraggiarne gli eventuali piani di aggredire Israele. Su questo punto, l’esercito aveva la stessa posizione del primo ministro Benjamin Netanyahu, che permise il trasferimento di un flusso enorme di denaro qatariota a Gaza, assieme all’indebolimento dell’Autorità Palestinese in Cisgiordania.
Netanyahu era certo che, migliorando le condizioni di vita a Gaza, Hamas avrebbe abbandonato l’idea di distruggere Israele pianificando attacchi letali. Per le medesime convinzioni, le unità di intelligence addette a controllare i movimenti dell’organizzazione terroristica vennero dimezzate a partire dal 2022; così come, a partire da allora, non venne dato peso alle sue esercitazioni militari, come quella più volte ripetuta di simulare uno sfondamento del confine israeliano.
La dottrina assunta dall’Idf nei riguardi di Gaza divenne quella della “Dottrina della forza minima”, che reputava sufficiente la tecnologia di sorveglianza per controllare il confine e uno schieramento ridotto delle forze di azione rapida di intervento. Inoltre, c’era la convinzione che l’intelligence avesse il pieno controllo di quanto avveniva a Gaza e che in caso di attacco avrebbe lanciato in tempo l’allerta. Invece, nella notte tra il 6 e il 7 ottobre i servizi segreti interni, lo Shin Bet, e quello militare, Aman, non lanciarono alcun allarme, nonostante i segnali di movimenti insoliti da parte di Hamas, come quello delle attivazioni delle sim israeliane sui cellulari di Gaza (in verità era già accaduto in passato).
Si verificarono anche strani spostamenti dei capi di Hamas (si rifugiarono nei bunker di emergenza), trasferimenti di razzi e un certo dispiegamento di uomini nella Striscia. Nonostante il numero significativo di questi segnali, non si reputò che fossero la spia di un attacco immediato.
Il 7 ottobre, quindi, l’Idf fu colta alla sprovvista e non riuscì a fermare i cinquemilaseicento terroristi di Hamas e della Jihad Islamica, che – disattivato il muro di protezione “Iron wall” – travolsero avamposti come quelli di Nahal Oz e di Kerem Shalom in una manciata di minuti. La divisione di Gaza aveva solo settecentosessantasette soldati a guardia e sessantacinque chilometri di confine, cioè un militare ogni ottantacinque metri.
Per di più, una volta partito l’attacco, le unità di reazione non riuscirono a coordinarsi, le reti di comunicazione si interruppero e gli ordini arrivarono in ritardo, lasciando comunità come Be’eri e Kfar Aza in balia dei terroristi per ore e ore. Tra le 6:39, inizio dell’attacco, e le 12:30, l’Idf non aveva il controllo dell’area attaccata da Hamas e ci mise dieci ore per riprenderlo.
I risultati di questo clamoroso fallimento li sappiamo: millecentotrentanove israeliani uccisi, duecentocinquantadue ostaggi e migliaia di morti a Gaza dopo il 7 ottobre. L’Idf ha anche confermato l’uso della celebre “Direttiva Hannibal”, il protocollo che permette l’uso della forza letale per bloccare il rapimento di cittadini in caso di attacco. Il 7 ottobre, gli aerei, nel tentativo di evitare la presa di ostaggi, colpirono dei veicoli che trasportavano sia militanti che ostaggi, e purtroppo ci furono «tragiche perdite collaterali».
Israele non può perdere nemmeno una guerra. Una sola sconfitta potrebbe segnare la sua fine. L’esercito si è assunto la responsabilità del fallimento il 7 ottobre 2023: ora ha imparato la lezione e sa come stringersi in difesa dei cittadini israeliani.