Voleva essere un ponteL’inadeguatezza del governo Meloni alla prova della politica estera

Nel gran caos della situazione internazionale l’Italia colleziona imbarazzi, sviste e scivoloni. La premier pensava di assumere un ruolo transatlantico, invece sta solo perdendo rilevanza in Europa

Lapresse

Che la situazione internazionale sia «un gran casino», come dice Romano Prodi, è sotto gli occhi di tutti. In Italia purtroppo è la regola, da tempo, e lo esportiamo in Europa. L’altro giorno a Strasburgo ci siamo fatti riconoscere con un florilegio di voti, con cinque posizioni diverse. È facile però ironizzare amaramente sull’armata Brancaleone delle opposizioni disunite. Diventa drammatico se si riproduce nell’area del governo. Come è successo l’altro giorno all’Europarlamento.

Drammatico è andare dietro al presunto sabotaggio europeo del dialogo Trump-Putin. Per carità, per quanto sia capestro, l’accordo per una tregua che apra la strada alla pace è auspicata da chi vuole far tacere le armi e fermare la mano assassina della Russia. Ma c’è un limite all’ingenuità, alla rappresentazione di un governo che si presenta in Europa con tre posizioni diverse.

C’è un limite all’ipocrisia che la prossima settimana nel Parlamento italiano metterà in scena la maggioranza che dovrà votare una risoluzione in vista del Consiglio europeo. Poche righe per approvare il discorso funambolico di Giorgia Meloni e via con un voto finto e ipocrita di tutta la maggioranza, mentre le opposizioni faranno la solita figura del campo di Agramante.

Intanto la premier domani, almeno così sembra finora, non parteciperà al “vertice dei volenterosi” in videocall voluto da Keir Starmer. Per la premier i soldati italiani possono mettere i loro scarponi in Ucraina solo con una missione di pace, sventolando le bandiere delle Nazioni Unite. Nello stesso giorno di domani a Roma, piazza del Popolo, si mescoleranno le bandiere dell’Unione europea, quelle arcobaleno dei pacifinti e blu giallo ucraino portate da Carlo Calenda. Sarà plasticamente rappresentata la desolante lontananza culturale. Molto più grave invece la finzione della maggioranza, il forfait (speriamo in un ripensamento dell’ultima ora) di Meloni all’appuntamento di Starmer, perché, se non ci sei, la prossima volta non ti invitano più.

È molto più pesante il voto in ordine sparso a Strasburgo dei partiti che sostengono il governo, istituzionalmente degradante quelle che sono state definite le “divergenze parallele”. Diamo, soprattutto per colpa di Matteo Salvini, un’immagine di un Paese inaffidabile, sempre in bilico.

Per fortuna ieri abbiamo avuto un sussulto di dignità: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l’ambasciatore russo per chiedere chiarimenti, dopo l’ennesimo attacco di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, al presidente Sergio Mattarella. Non può essere una giustificazione il ragionamento del ministro della Difesa Guido Crosetto per il quale l’Italia non vota contro gli Stati Uniti perché senza gli Stati Uniti non esiste possibilità di deterrenza.

È vero, come dice il ministro, che se oggi spendessimo il tre per cento avremmo una difesa paragonabile a quella che ci danno oggi gli Stati Uniti tra 8-10 anni. Senza, peraltro, la deterrenza nucleare degli americani che manca all’Europa. Ma se ci si mette sempre a sindacare per non dispiacere Trump e non si elabora il lutto del tradimento americano, non inizierà mai il percorso di un’Europa vero soggetto politico autonomo. Rimanendo inchiodati ai ventisette staterelli ininfluenti, facendoci massacrare di dazi. Forse è quello che vogliono i capi del centrodestra italiano. Sicuramente è quello che vogliono Donald Trump e Vladimir Putin.

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