L’Ucraina ha accettato la proposta degli Stati Uniti di un cessate il fuoco immediato di trenta giorni e di adottare misure per cercare una pace duratura con la Russia. Inoltre, gli Stati Uniti revocheranno immediatamente la sospensione della condivisione di informazioni di intelligence e riprenderanno l’assistenza alla sicurezza dell’Ucraina. Sono i segnali più incoraggianti emersi dalla giornata di colloqui tra Stati Uniti e Ucraina in Arabia Saudita. I due Paesi «hanno compiuto passi importanti verso il ripristino di una pace duratura per l’Ucraina», si legge nella dichiarazione congiunta di Kyjiv e Washington.
A Jeddah si è tenuto il primo colloquio ufficiale di alto livello tra una delegazione ucraina e una statunitense dopo la visita del presidente ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca del 28 febbraio, quella finita con un litigio a favore di telecamera orchestrato dal presidente statunitense Donald Trump e dal suo vice J.D. Vance. L’obiettivo era proprio quello di negoziare l’inizio di un cessate il fuoco tra Ucraina e Russia.
Al tavolo del centro congressi dell’Hotel Ritz Carlton, per l’Ucraina, c’erano il ministro degli Esteri Andriy Sybiha, Andriy Yermak, il più stretto collaboratore di Zelensky, e il ministro della Difesa Rustem Umerovto, tataro di Crimea, protagonista dei negoziati che hanno riportato in patria alcuni dei prigionieri di guerra ucraini. Per gli Stati Uniti invece c’erano Mike Waltz, Consigliere per la sicurezza nazionale, e il Segretario di Stato Marco Rubio. Quelli che avevamo descritto come i due volti della politica estera americana. A fare da padroni di casa sono stati il ministro degli Esteri saudita Faisal bin Farhan e il Consigliere per la sicurezza nazionale Mosaad bin Mohammad al-Aiban. Il dialogo è andato avanti per circa sei ore, che già di per sé è un segnale incoraggiante, come ce ne sono stati tanti durante la giornata: l’Afp ha tenuto i contatti con alcuni funzionari ucraini al tavolo e nel primo pomeriggio aveva scritto che la conversazione procedeva «bene», mentre lo stesso Yermak intorno alle 15 ha postato sui suoi social una foto con l’emoji di una stretta di mano.
«Siamo pronti a fare tutto per raggiungere la pace e l’Ucraina è pronta a negoziare per porre fine alla guerra», ha detto ai giornalisti Andriy Yermak durante una pausa. Ma questo non vuol dire che Kyjiv è disposta ad accettare le assurde pretese della Russia, o che è disposta a firmare un accordo senza uno straccio di garanzia di sicurezza per il futuro.
La delegazione ucraina è arrivata a questo incontro con l’idea di chiedere la fine dei bombardamenti dal cielo e in mare prima di parlare di un cessate il fuoco totale. In cambio poteva proporre di fermare gli attacchi con i droni in territorio russo e contro le navi russe in navigazione nel Mar Nero. In questo senso l’attacco notturno con cui l’esercito ucraino è riuscito a colpire la regione di Mosca e il Kursk con più di trecentotrenta droni è un chiaro segnale di quanto sia penetrabile la difesa russa in questo momento: un punto di forza negoziale non da poco per Kyjiv.
Ora però bisognerà provare a convincere i russi, ammesso che sia possibile. E di questo si sono fatti carico i funzionari statunitensi arrivati in Arabia Saudita: gli Stati Uniti si sono impegnati a discutere queste proposte con i rappresentanti di Mosca, mentre la delegazione ucraina ha ribadito che i partner europei saranno coinvolti nel processo di pace. Di certo, l’Ucraina ha fatto la sua parte e ha messo il Cremlino nella condizione di mostrare al mondo se la ricerca di una condizione di pace fa quanto meno parte della sua grammatica diplomatica.
«Porteremo loro l’offerta, diremo loro: questo è ciò che c’è sul tavolo», ha detto il Segretario di Stato americano Marco Rubio dopo il confronto a Jeddah. «L’Ucraina è pronta a smettere di sparare e a iniziare a parlare, e ora toccherà a loro dire sì o no. Spero che diranno di sì. Se lo faranno, allora penso che avremo fatto grandi progressi. Se diranno di no, allora purtroppo sapremo qual è l’ostacolo alla pace qui».
La sicurezza di Kyjiv è anche la sicurezza dell’Europa intera. Per questo mentre in Arabia Saudita si teneva il colloquio tra Ucraina e Stati Uniti, a Parigi Emmanuel Macron presiedeva un vertice con i capi di stato maggiore dei Paesi Nato (esclusi gli Stati Uniti) e delle nazioni del Commonwealth e le potenze asiatiche, tra cui Giappone e Corea del Sud. Durante il summit, realizzato nell’ambito del Forum strategico e di difesa (Pdsf), si è parlato della creazione di una coalizione volta a scoraggiare una nuova aggressione russa, in funzione di peacekeeping dopo il cessate il fuoco. L’incontro parigini è la sintesi più significativa degli sforzi francesi e britannici per creare una coalizione dei volenterosi in grado di proteggere l’Ucraina, formando una forza di deterrenza a guida europea.
«La smilitarizzazione dell’esercito ucraino non è una delle opzioni sul tavolo», ha chiarito subito il ministro della Difesa francese Sebastien Lecornu aprendo i lavori del Forum di Parigi. L’esercito ucraino resta «la principale garanzia di sicurezza» per il Paese. Per il ministro della Difesa olandese Ruben Brekelmans, avvertendo che «l’Europa si trova a un bivio, dal momento che i vincoli imposti dalla Russia non fanno che aumentare e non abbiamo molto tempo per sistemare le cose, abbiamo una sola possibilità». Il riferimento in particolare è alle dichiarazioni di Donald Trump sulla possibilità di non rispettare l’articolo 5 della Nato. Non solo, l’Ucraina, ha ribadito ancora Brekelmans, ha bisogno di solide garanzie di sicurezza. «Il presidente Zelensky non dovrebbe essere costretto ad accettare un accordo che si tradurrebbe in una sorta di periodo di transizione tra le due guerre, con un’aggressione costantemente incombente all’orizzonte. Deve negoziare da una posizione di forza», ha detto.
L’intervento di Brekelmans ha raggiunto un apice di pathos e significato quando ha ricordato ai colleghi i reali obiettivi di Vladimir Putin. «Putin ha chiarito che l’Ucraina non è la tappa finale della sua campagna contro il passato imperiale», ha avvertito. «Continuerà i suoi sforzi aggressivi e decisi per aumentare l’influenza e il territorio dell’Impero russo, realizzando il suo sogno di ristabilire un Russkiy Mir, un mondo russo. È un sogno per Putin, un incubo per il resto d’Europa. È ora che Putin si renda conto che i suoi sogni non corrispondono alla realtà. Non importa quanto brutale sia diventata questa guerra, gli ucraini non possono essere ridotti al silenzio. Gli ucraini stanno combattendo in prima linea per la nostra libertà e sicurezza contro la tirannia e l’aggressione russa. È la prima linea per la libertà e la sicurezza dell’Europa».
È il messaggio più incoraggiante per gli europei. È il risveglio di leader e opinioni pubbliche del continente di cui parlava Gideon Rachman nel suo articolo sul Financial Times lunedì. Perché la stessa Europa che uscì rafforzata dalla fine della seconda guerra mondiale e dalla fine della guerra fredda, può trovare nuovo slancio in un altro grande shock geopolitico causato dalla convergenza dell’invasione dell’Ucraina, la presenza di Donald Trump alla Casa Bianca e un definitivo indebolimento della Nato.