
Mi sento in colpa. Mi sembra di non essere stata abbastanza sensibile verso uno dei più terribili drammi del presente: quello di chi dovrebbe essere Pirandello ed è invece la vecchia pittata. Mi sembra di non aver solidarizzato a sufficienza con gli autori comici scarsi che, quando Checco Zalone decide di lavorare per qualche minuto, non hanno un mancamento causa invidia, come sarebbe sano e ovvio, ma ne hanno uno causa ideologia.
Da che parte sta Luca Medici, si chiedono costoro, convinti che far ridere ed essere ideologici siano due posizionamenti compatibili. Come la pensa, orsù, sia più chiaro. È con noi o contro di noi, ce lo dica prima che ci venga da ridere. Una volta c’era il partito, a dare istruzioni, ma di com’è ridotto il partito non c’è neanche bisogno di parlare, e adesso al povero aspirante giullare con pretese ideologiche resta l’autogestione, e quindi che fare, con Checco: ridere o indignarsi?
Cinque anni e mezzo fa, era praticamente tutto uguale. Il video s’intitolava “Immigrato”, serviva a lanciare il film “Tolo tolo”, che Luca Medici aveva scritto assieme a Paolo Virzì, e per fortuna che io uso gli articoli al posto dei diari così posso rileggere – nel primo pezzo che scrissi su Linkiesta: non è tenero? – com’era andata la polemica allora.
«Banale spazzatura per il mercato delle festività», leggo l’avesse descritto un centro di accoglienza romano, certo ancor prima d’aver visto il film che esso osasse collocarsi dalla parte ideologicamente opposta rispetto all’immigrazione. Riportavo all’epoca uno sbuffo di Paolo Virzì, «Una canzone che prende per il culo un omino ossessionato dagli immigrati, bruttino, vestito male, col piumino smanicato, una canzone che prende per il culo le sue ossessioni. Non era difficile da capire», ma vista dal 2025 temo che anche quella considerazione fosse fuori fuoco.
Giacché, scusate se mi cito di nuovo, «Il più stronzo trucco mai riuscito al diavolo è stato farci credere che la risata sia una questione culturale». La domanda giusta non era (non lo è mai) «è di sinistra o di destra?». La domanda giusta era quella che faceva Tognazzi a Trintignant in “La terrazza”: fa ridere?
Lo sceneggiatore interpretato da Trintignant ci finiva in clinica psichiatrica, con l’ossessione del produttore che gli chiedeva se la cosa che stava scrivendo facesse ridere; avanzamento veloce di quarantacinque anni, ed eccoci qui, coi più scarsi autori di successo che si chiedono: fa ridere per le ragioni giuste? Dalla parte giusta? Fa ridere essendo dei nostri? Non so se sia un modo di scansare la domanda vera, che sarebbe: come mai fa ridere più di me, e cosa posso imparare?
Quindi sabato mattina, festa della donna (termine su cui poi torniamo, ahinoi), ci svegliamo con questo video intitolato “L’ultimo giorno di patriarcato”. C’è Luca Medici sposato con Vanessa Scalera, hanno cinque figlie, vivono in un paesino del sud che si chiama San Masculo, il bar nella piazza si chiama Caffè Nerchia. Se posso usare i riferimenti facili: Checco Zalone negli ultimi attimi di patriarcato ha una vestaglia che ricorda quella del barone Cefalù in “Divorzio all’italiana”, Scalera nel portargli il caffè ha gli occhi bassi che Ferribotte esigeva dalla sorella nei “Soliti ignoti”.
Nella piazza del paese, dove di solito ci sono gli annunci mortuari, viene affisso un bando della Gazzetta Ufficiale. «U patriarcatu è vietatu, da domani chi fa u patriarcatu se busca la multa». Stacco, ed eccoci a Zalone che fa la massaia, brucia la lasagna, stinge i panni, Scalera rimpiange (o così piacerebbe pensare a lui) il patriarcato mentre lo cazzia, «Bianco e nero ’int’o bucat’, ‘ncul’a mammet’». A proposito. Bisognerà, a margine, notare analogie e divergenze tra il 2019 e oggi.
Vanessa Scalera è con ogni evidenza la donna dell’anno. I critici strabiliano per “Storia della mia famiglia”, il pubblico si affolla per “Imma Tataranni” e per “Diamanti”, è persino riuscita a vivacizzare una conferenza stampa della Rai – praticamente la donna dei miracoli. Checco Zalone (in questo caso dovrei dire Luca Medici, c’è sempre quel problema di sovrapposizione tra autore e io narrante, non lo risolveremo certo oggi qui), che a questo ultimo giorno di patriarcato lavora da un po’ (una versione la fece al concerto con De Gregori a Caracalla, il giugno scorso), ha un certo qual occhio per le donne del momento.
Con Emanuela Fanelli arrivò tra i primi: era la donna che lo cornificava con l’immigrato nel video che mandò in crisi gli autori e gli spettatori d’impianto ideologico nel 2019. Sabato, dopo aver visto il video, ho guardato i giornali, e su Repubblica c’era una lunghissima intervista a Vanessa Scalera nella quale non c’era traccia della notizia del giorno: il suo essere la moglie che, abolito il patriarcato, «tutti i giorni apericena c’a cummare Filumena» mentre il tapino si smazza la prole, o va a giocare a tennis col toy boy mentre il marito stinge lavatrici.
Una volta non sarebbe successo. Una volta, per quanto uno ci tenesse a fare l’uscita a sorpresa, nessun ufficio stampa si sarebbe azzardato a far prendere un buco del genere a un giornale: escono lo stesso giorno, a loro dobbiamo dirglielo, non possiamo farle fare l’intervista senza parlare di ciò di cui tutti parleranno quella mattina, non possiamo farli uscire con un’intervista che sembra subito stantia. Una volta – ma sto parlando del 2019 o di molto prima? – i giornali contavano qualcosa. Lo so: a raccontarlo oggi, non sembra neanche vero.
La risposta alla domanda «da che parte sta?» è «dalla parte di chi pensa a far ridere», naturalmente, ma io il dramma delle vecchie pittate lo capisco. È un dramma diffuso. Per dire, a Sanremo a un certo punto Alessia Marcuzzi – che ha la mia età ma ha dei figli dei quali, come tutti i tragici genitori della mia generazione, ambisce a percepirsi coetanea – continuava a parlare di quando si ha una cotta dicendo «crush», e a un certo punto Carlo Conti, che beato lui è immune a certe smanie giovaniliste, ha detto «Poi mi spieghi cos’è la crush», e io ho sofferto per lei in un modo che, se avessi l’assenza di senso del ridicolo dei miei coetanei smaniosi, definirei in neolingua «cringe» (in italiano, in carlocontese, in adultese: imbarazzo).
Non è la risposta, il punto: è la domanda. Non c’è bisogno di chiedere da che parte stia uno che fa un siparietto intitolato “L’ultimo giorno del patriarcato”, perché sta dalla parte logica: quella di chi sa che parlare di patriarcato nell’emancipato occidente del 2025 – quello in cui le donne non portano il velo, votano, lavorano – fa ridere. Se non vi fa ridere avete un problema, e il problema non è né di destra né di sinistra: è di sviluppo della corteccia prefrontale.
Non vi fa ridere perché le ventenni vivono di slogan instagrammabili e quindi cianciano di patriarcato senz’avere idea di cosa fosse (determinatissime a non capirlo, hanno visto il film della Cortellesi e l’hanno considerato sovrapponibile alla realtà in cui vivono ottant’anni e migliaia di diritti più tardi); non vi fa ridere perché a governare voi teoricamente adulti è il terrore che qualche ventenne vi dica «boomer», un’eventualità per scongiurare la quale siete disposti a mancare di senso del ridicolo in ogni modo.
L’8 marzo lo abbiamo trascorso a leggere ogni fantasia su cosa fosse una donna. Ricopio dal profilo di un «divulgatore scientifico»: «Donna è un termine che usiamo per identità di genere ed è una costruzione culturale e sociale», dice quello per merito del quale prenderò a coppini il prossimo che sospira «credo nella scienza». Aggiunge anche che è, «donna», una di quelle «categorie che inventiamo per descrivere la realtà e relazionarci». Io, se dal prossimo otto marzo non la chiamate «festa della categoria che abbiamo inventato», vi riterrò incoerenti.
Ora, il mestiere del divulgatore scientifico non è far ridere, ma conosciamo tutti moltissimi autori comici che aderiscono alla posizione ideologica per cui donna è chi donna si sente, e quindi, diversamente da Zalone o da chiunque altro sia capace di fare quel mestiere lì, non riderebbero mai di una cosa della quale, in assenza di patologie della psiche, è impossibile non ridere: l’idea che le donne abbiano il cazzo. Anzi, mi correggo: l’idea che un’intera società decida che il modo per essere persone perbene sia fingere serissimamente di credere che le donne possano avere il cazzo. Che la «categoria che abbiamo inventato» per descrivere metà del mondo non sia «gente che il cazzo perlopiù l’ha preso ma non l’ha mai avuto».
Il video di Checco Zalone non è ambientato per caso in un paesino del sud di quelli in cui la vita sembra ferma agli anni Cinquanta, e non a caso Vanessa Scalera è vestita come in un film d’epoca: perché, se parli di patriarcato a Roma o a Milano (ma pure a Bologna o a Napoli), se ne parli in posti in cui le donne stanno nei consigli d’amministrazione e gli uomini accompagnano i bambini a scuola, diventa fantascienza. Per dare un senso a quella parolina fin qui buona solo per le didascalie di Instagram, devi ricostituire l’Italia di Pietro Germi. E, già che ci sei, ripescare una definizione di donna superata ma che almeno è prima o poi esistita nella realtà fuori da Instagram (diversamente da quelle attuali): quella che sta in cucina, quella a occhi bassi, quella cornuta.
Poi ci sarebbe da dire, nell’epoca in cui la parola “cultura” si usa un po’ per tutto, di che fine abbia fatto la cultura maschile e di che fine abbia fatto la cultura omosessuale, nelle città emancipate e piene di dibattito postmodernista. I maschi etero, terrorizzati gli si dica che non sono di sinistra perché lasciano alle mogli il lavoro di cura, sono diventati le colf di casa («com’è bello a fare l’omm’ emancipat’, com’è bello a ffa’ ’o cornut’»). Quelli gay, in preda a una sindrome di Stoccolma parecchio grave, fingono che la causa trans, cioè la deriva sociale più omofoba che si sia mai vista, sia anche la loro.
E ci sarebbe da dire dei comici non professionisti, ovvero del Partito democratico che, quando un retroscena riporta che la Meloni avrebbe detto a Salvini «Sulle armi parli come il Pd», pensa bene di farci le card social (quelle scemenze con cui si fa la comunicazione politica nell’era della soglia d’attenzione da pesci rossi), aggiungendo «Bravo Matteo, adesso ascoltaci anche su sanità e salario minimo». Poveri autori comici scarsi, superati in una corsia dal fuoriclasse Medici, e nell’altra dagli autori comici involontari della comunicazione Pd. Ma non divaghiamo, e torniamo a Checco Zalone.
Mi piace immaginarmelo, Luca Medici, che gira quella scena finale, in cui il suo io narrante rimpiange quel patriarcato in cui poteva lasciare gocce di piscio sul bordo della tazza, tanto c’era la moglie che puliva, mi piace immaginarmelo che gongola pensando a quelli che, timorosi di ridere per la ragione sbagliata, guarderanno la scena chiedendosi da che parte stia: se rido sono di destra? Rido di lui o con lui? Mi piace immaginarmelo, Checco Zalone, come l’Ugo Tognazzi di sé stesso, che si chiede solo «Fa ridere?», ma anche come la Britney Spears di Capurso: ooops, l’ho fatto di nuovo.