Toccherà ancora una volta a questo instancabile custode della democrazia, il nostro presidente della Repubblica Sergio Mattarella, elevare il discorso pubblico ed estrarre il succo della ragione dai frutti acerbi delle polemiche. Oggi è a Genova, per tutti noi. Di gran lunga il miglior ragionatore sulla scena politico-istituzionale, ma forse ormai anche l’unico. E Genova, città medaglia d’oro della Resistenza che ottant’anni fa seppe liberarsi da sola, diventa la sede ideale per ripulire il cielo dalle nuvole grevi che si sono addensate in questi giorni, e certo non solo in Italia.
Il presidente della Repubblica, con il suo senso della storia, saprà individuare il filo che lega il terrificante ricatto di Donald Trump al popolo ucraino, al doveroso encomio a Papa Francesco, la cui salma è in queste lunghe ore salutata da migliaia di persone, e infine all’ottantesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo.
Qual è questo filo? È nel nesso tra passato e futuro, tra memoria e speranza. Ottant’anni fa gli italiani, con il sostegno decisivo degli Alleati, recuperarono la dignità di un popolo che era stata calpestata da Benito Mussolini, che – ha scritto Antonio Scurati nell’ultimo volume di “M” – nelle stesse ore cercava scampo, intabarrato in «un pesante pastrano di un sergente della Luftwaffe scelto per il vecchio dittatore in disgrazia di due taglie troppo grande».
Ieri, a ricordare il 25 aprile in Parlamento, erano quattro gatti, diversi dei quali, a destra, distratti se non infastiditi. Oggi un’identica libertà va cercando il popolo ucraino, che resiste da tre anni come noi resistemmo dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945. È la stessa cosa.
Trump intima agli ucraini di cedere un pezzo del loro Paese, rubatogli con i carri armati dall’autocrate di Mosca, e nessuno in Europa sta dicendo niente, più o meno. Anzi, ci si divide. La destra, boh. La sinistra, quella che in teoria dovrebbe avere più a cuore concetti come la libertà di un popolo umiliato e offeso, sta disertando, più o meno. Polemizza invece di convincere gli italiani smarriti da che parte stare.
Ha perfettamente ragione Ernesto Galli della Loggia, che ieri invitava ad «andare oltre la pancia» e richiamava la politica «a spiegare come realmente stanno le cose». E sulla base di questo scegliere la strada giusta, anche ove essa risulti sgradita nei sondaggi.
Purtroppo invece la classe politica italiana è sempre al livello dei talk show. E scambia il Parlamento per Ballarò, o come si chiama. Come purtroppo si è ascoltato mercoledì alla Camera, dove si è celebrato Francesco in alcuni interventi, come quelli di Elly Schlein e Maurizio Gasparri: nulla di più sgradevole delle polemiche fuori contesto. E forse, da Genova, il Capo dello Stato potrebbe stoppare questa penosa corsa ad accaparrarsi ognuno il pezzo di Francesco che più gli aggrada.
Domani, nel giorno dell’ultimo, solenne e definitivo addio a Jorge Mario Bergoglio, si dovranno piegare tutte le bandiere ideologiche e politiche che sono state sventolate in questa lunga settimana di lutto, spesso senza ritegno. I funerali, nel loro terribile mulinare i sentimenti di dolore, rappresentano infatti il momento del silenzio: l’ultima pausa prima che tutto finisca.
Non sapremo mai cosa passerà nella mente di Donald Trump in quei minuti. Se in un lampo gli capiterà di osservare quel popolo contrito, forse comprenderà che c’è qualcos’altro di più alto che volteggia sopra i suoi affari. Ma Trump lo sa davvero cos’è il popolo? C’è da dubitarne. Altrimenti non immaginerebbe di spostare i palestinesi per fare costruire agli americani una Riviera davanti al mare di Gaza; e non sarebbe pronto a svendere l’Ucraina e il suo eroico popolo a un altro autocrate.
Ecco il popolo di Roma, dei pellegrini giunti da ogni dove per l’estremo saluto a Papa Bergoglio: lo guardi, il presidente americano, non è dissimile da quello di Kyjiv o di Gaza, o di Philadelfia o di Buenos Aires o di Pietroburgo. Non merita, questo popolo, il buio della ragione che Donald Trump e Vladimir Putin stanno facendo calare sul mondo.
La guerra è figlia di questo buio. Papa Francesco, questo lo aveva ben compreso, ma non ha avuto modo, per tante ragioni, di rischiarare il mondo. Se ne discute e se ne discuterà a lungo, dei limiti di questo pontificato. Non c’è bisogno di fare il tifo a favore o contro, tantomeno in queste ore. Lasciamo che Bergoglio incontri per l’ultima volta il suo popolo di vecchi e giovani, di poveri e ricchi: e che da quella bara esali, con l’ultimo incenso, una spira che illumini i potenti, lì, sul sagrato.