E ora?Succession vince gli Emmy e chiude l’era d’oro della tv (e, forse, l’anno dei Tom)

Abbiamo una televisione sempre più scema fatta per gente sempre più scema, e non ci rendiamo conto che il venticinquennio brillante aperto da “I Soprano” è durato un attimo

AP/Lapresse

Poiché la vita è sceneggiatrice, è evidente che lo sciopero degli attori e degli sceneggiatori che fino a qualche mese fa non ha permesso che il calendario delle premiazioni dello spettacolo americano fosse il solito, e ha fatto quindi slittare gli Emmy, i premi televisivi, da settembre all’altroieri, è evidente che è stato un espediente narrativo.

È evidente che quel che la serata di lunedì ci voleva ottimisticamente dire, e ce lo poteva dire solo a gennaio 2024, è che è – màmmagàri – finito l’anno dei Tom. E a questo punto dovrei spiegarvi cosa intenda con «l’anno dei Tom», ma prima di farlo mi attarderò nelle solite quattrocento divagazioni.

Venticinque anni e una settimana fa, su Hbo andò in onda la prima puntata dei “Soprano”, lo sceneggiato televisivo di più difficile compitazione per gli italiani, ai quali questa cosa che in inglese i cognomi si pluralizzino ma in italiano no proprio non entra in testa.

“I Soprano” ha lo stesso nucleo di “Mad Men”, di “Succession”, di “House of Cards”: c’è un protagonista intelligentissimo (nel quale io ovviamente m’immedesimo con tutta la mitomania che posso) circondato da gente grandemente inadeguata ch’egli non può sterminare perché sono i suoi parenti, i suoi colleghi, i tizi di cui gli serve avere i voti per tenersi il potere, e quindi gli tocca arginare i danni che quella gente fa.

Durante i festeggiamenti per il venticinquennale, David Chase, il tizio che s’inventò Tony Soprano, ha raccontato come siamo messi. In un’intervista al Times, ha stabilito subito il tono della ricognizione del presente, di questo anno dei Tom che sta durando ormai da un po’. «Non dovremmo festeggiare i venticinque anni, dovremmo fare un funerale. E non sto parlando solo dei “Soprano”».

Sta parlando d’una tv sempre più scema per gente sempre più scema, dello streaming con cui guardi dieci puntate senza ricordarti niente perché non c’è niente da ricordare, delle piattaforme che assecondano la bulimia di gente che è allo stesso tempo piena di consumi culturali e completamente priva di strumenti culturali. Sta parlando di quel che abbiamo pensato tutti vedendo gli ultimi Emmy a “Succession”: una serie così non ce la faranno mai più, a noi quattro che la guardavamo.

Finge di stare parlando di allora e delle reti generaliste, che «ti chiedevano sempre di togliere da una puntata la scena su cui si reggeva tutto il senso della puntata», ma sta parlando di noi, di adesso, dell’anno dei Tom che forse è un decennio e forse è un secolo. Sta parlando di quella che Will McAvoy, sulla Hbo di dodici anni fa, chiamava «la peggior generazione di sempre», gli universitari di allora, i trentaequalcosenni di oggi.

Quando voglio piangere e ridere insieme, io guardo un video che qualche prezioso archivista ha salvato dalle storie di Instagram, un video in cui una tizia – che conosco pure, e che fino a quel video mi era pure sembrata normodotata – guarda perentoria la telecamera del telefono e ci spiega che “Succession” è brutto.

Il diritto societario, dice la tizia evidentemente convinta di svelare la nudità del re, non è una trama. Spero che la tizia non legga quest’articolo, appartenendo ella alla generazione che trova gravissimo essere irrisa e non volendo io ch’ella perda tempo a offendersi; spero che nessuno le sveli mai le ipotesi che faccio ogni volta che vedo quel video. La immagino al liceo, compilare la sua brava scheda di lettura dell’“Odissea”, un manuale sul cazzare la randa. All’università, riassumere “Macbeth” come un trattatello sull’ereditarietà nelle case regnanti.

Che tv puoi mai fare – ma pure che cinema, che romanzi – in un secolo in cui le adulte istruite (pensa le altre) guardano “Succession” e pensano parli di diritto societario? Chase racconta un altro mondo, un mondo in cui la tv era meno prestigiosa del cinema, in cui non gli facevano fare i film perché era uno di quella serie B che era la tv, e la tv doveva essere fatta a modino. «Se pensi che tua nonna non voglia correre rischi, dovresti conoscere i dirigenti delle reti generaliste». Era venticinque anni fa, sembrano duecentocinquanta.

«È andata un po’ tanto in fretta, cazzo», scriveva Martin Amis sintetizzando la reazione di noialtri che invecchiamo; ma è una buona sintesi anche di com’è andata col pop: ci sembra che finisca un mondo perché quel mondo lì è durato tutti gli anni della nostra formazione, ma è durato solo quegli anni lì. I nostri nonni non compravano i dischi, i nostri genitori non guardavano le serie tv.

Chase, che è più bravo di me con le parole, dice che questi venticinque anni d’epoca d’oro della tv sono stati uno sfarfallio sullo schermo, e adesso è finito tutto.

Adesso Chase sta provando a far produrre una serie su una mignotta d’alto bordo che entra nel programma di protezione testimoni, ma gli dicono che è troppo complessa. «Il telefono è uno dei sintomi: chi è più in grado di concentrarsi? Magari tua madre sta morendo e al suo capezzale tu rispondi al telefono. Siamo confusi, il pubblico non è più in grado di dedicare la propria attenzione alle cose, e quindi non possiamo fare niente che abbia troppo senso, che catturi la nostra attenzione, che richieda che il pubblico si concentri». I dirigenti delle piattaforme, dice, stanno diventando com’erano venticinque anni fa quelli delle generaliste.

«Sono arrivato quando sta finendo tutto», dice Tony Soprano all’analista, e potrebbe stare parlando dell’America, della mafia, della tv, della comprensione del testo, dell’utilità della scolarizzazione. Lo dice in una puntata di venticinque anni fa, quindi forse hanno ragione quelli che dicono che siamo, noi vegliardi che ci lamentiamo in questo secolo, taleqquali ai nostri nonni che pensavano quei capelloni dei Beatles fossero l’inizio della fine.

Lunedì sera l’ultimo erede dei “Soprano”, “Succession”, ha vinto tutti gli Emmy che doveva, tra cui quello per Tom. Matthew Macfayden, inglese come l’autore della serie, è salito sul palco a ringraziare per il premio all’interpretazione del personaggio più intriso di spirito del tempo che ci fosse, il mediocre arrampicatore del Minnesota che sposa la figlia del patriarca, è servile coi forti, disprezzato dai nati ricchi e persino dagli arricchiti nordeuropei, e alla fine sbaraglia tutti nonostante non abbia alcuna qualità: non come il Gatsby fattosi da sé del nuovo secolo, ma come trionfo della pochezza. Otto giorni prima, prendendo il Globe per lo stesso ruolo, Macfayden aveva detto «Rendiamoci conto: Tom Wambsgans, amministratore delegato».

L’ultima puntata di “Succession” è andata in onda lo scorso maggio, e abbiamo tutti, noi adulti alfabetizzati, passato settimane a cercare di renderci conto; a dire mannò, ma come, non esiste un “Re Lear” (quella vecchia tragedia notarile che parlava d’asse ereditario) che finisca col trionfo del genero servile, com’è possibile. È stato forse l’ultimo momento in cui la tv è stata più intelligente di noi, e ci abbiamo messo un po’ a metterci in pari.

Ci abbiamo messo settimane a capire che Jesse Armstrong la sapeva più lunga di noi: era l’anno dei Tom. Per tutta la seconda metà del 2023 noialtri stronzi, noialtri felici pochi, noialtre Anna Carla Dosio abbiamo osservato avanzamenti di carriera e trionfi grandi e piccini, sempre dicendoci tra noi «è l’anno dei Tom», che è diventata la frase in codice che indica il primato della mediocrità, il «signora mia» d’una generazione graziata dagli ultimi lampi d’un mondo in cui si potevano raccontare cose d’una qualche complessità.

E adesso? Eh, adesso non lo so. Cosa si fa, quando finisce tutto? Si guardano le repliche? Si va nei negozi di modernariato a comprare un juke-box? Ci si sforza di mettersi in pari con la contemporaneità e ci si appassiona a “Emily in Paris”? Si diventa il vecchio brontolone che non capisce di cosa parlino questi giovinastri perché sta rileggendo Proust? Oppure, in una botta d’ottimismo, si spera che l’ultimo e più importante premio a Macfayden segni davvero la fine dell’anno dei Tom?