Ambiguità non strategicheL’Ucraina difende l’Europa, l’Italia pensa all’America

Proprio come sulla difesa comune, anche sui dazi alla Russia, nel parlamento europeo, la maggioranza si è divisa in tre, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

AP/Lapresse

Ancora una volta, su una decisione del Parlamento europeo che riguarda, direttamente o indirettamente, il confronto con la Russia di Vladimir Putin, i tre partiti della maggioranza che sostiene il governo di Giorgia Meloni hanno preso tre posizioni diverse. In aprile si trattava della difesa comune europea, ieri dei nuovi dazi sui prodotti agricoli russi e bielorussi, approvati dal parlamento di Strasburgo a larga maggioranza (411 sì, 100 no e 78 astensioni), ma la scena è sempre la stessa. Ancora una volta, in ordine crescente di putinismo, Forza Italia vota a favore, Fratelli d’Italia si astiene, la Lega vota contro. La logica non potrebbe essere più trasparente, e conferma anzitutto il cauto ma costante riavvicinamento di Meloni alla Russia, sulla scia della Casa Bianca di Donald Trump. Sarebbe un errore però considerarla solo una mossa tattica. Tattica, semmai, era la posizione nettamente pro-ucraina, dunque atlantista ed europeista, da lei assunta al tempo in cui alla Casa Bianca c’era ancora Joe Biden. In quel caso si trattava solo di una convergenza di interessi. Con Trump c’è una condivisione ben più profonda, una spontanea adesione a una politica e a una visione del mondo, come testimonia da ultimo anche l’astensione sul piano pandemico globale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Ancora una volta, confermando un’ingloriosa tradizione nazionale, il governo italiano sembra assai riluttante a finire una guerra dalla stessa parte da cui l’ha cominciata, specialmente quando gli equilibri internazionali, come è avvenuto con l’elezione di Trump, cambiano a sfavore dei primi alleati. D’altra parte, come appare ogni giorno più evidente, almeno a chi non si faccia ipnotizzare dall’interminabile gioco dell’oca delle grandi iniziative diplomatiche, delle telefonate e delle mediazioni, trumpismo, putinismo e antieuropeismo si implicano reciprocamente. E come scrivono Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura nel loro libro “Perché l’Ucraina combatte”, edito da Linkiesta, la guerra dell’Ucraina non è solo una guerra di difesa, «è anche qualcos’altro e molto di più: è una guerra d’indipendenza attraverso l’integrazione con l’Unione europea. In altri termini, è una guerra per una sopravvivenza nazionale che si intende realizzare attraverso l’integrazione sovranazionale. Non è solo una guerra in Europa: è una guerra d’Europa». Questo è il motivo per cui l’Ucraina combatte da tre anni armi in pugno, difendendo anche noi, e per cui molti di noi, paradossalmente, non vedono l’ora che si arrenda, togliendoci dall’imbarazzo.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

 

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