In un colpo solo, Giorgia Meloni sta rivelando due facce: liberale quando le fa comodo, statalista quando le torna utile. Se la doppiezza, in politica, può avere una qualche giustificazione tattica, in economia non regge proprio. Evidentemente, la presidente del Consiglio ha consiglieri di rito diverso che le sussurrano all’orecchio, e lei, che di queste cose per formazione umana e politica mastica poco, non si accorge delle sue contraddizioni, così che, quando si presenta in pubblico, si salva solo perché usa discretamente bene una serie di formule retoriche per beccarsi l’applauso. Non dice niente, ma lo dice in modo assertivo: una Forlani arrogante.
Eccola, ieri, alla fine del discorso all’Assemblea di Confindustria a Bologna: «Questo governo ha da poco superato il giro di boa della legislatura. Se penso a tutto quello che vogliamo ancora realizzare, ragiono come se avessimo appena iniziato». In effetti, sulla politica economica non ha proprio iniziato. Un governo di un Paese che, da più di due anni, vede la produzione industriale ferma, agli industriali dovrebbe chiedere scusa.
Come ha scritto ieri Veronica De Romanis, «i recenti dati dell’Istat sulla produttività mostrano chiaramente solo segni meno. Lo scorso anno si è registrata una flessione della produttività del lavoro (-2 per cento), del capitale (-0,2) e di quella residuale, che misura l’efficienza del sistema (-1,3)».
Il ministro Adolfo Urso ha messo in campo un fallimento come Transizione 5.0, e non è in grado di esprimere una posizione seria sull’ex Ilva né su Stellantis. Ma la presidente del Consiglio pensa di guidare un Paese vivo, bello, invidiato, ricco. E lo ha detto persino con toni aulici: «Il sistema Italia ha dimostrato la sua solidità, la sua capacità di reagire anche quando la tempesta sembrava troppo forte, e il vento talmente impetuoso che pareva fosse impossibile riuscire a mantenere la barra dritta».
La nave va – diceva Bettino Craxi, ed era abbastanza vero – malgrado i bastoni tra le ruote. Di chi? Ma dell’Europa, ovviamente, dimenticando che, se il governo ha tra le mani un certo numero di miliardi da spendere, lo deve proprio all’Europa (che poi Raffaele Fitto prima e Tommaso Foti adesso non sappiamo come gestirli, non è, evidentemente, un problema di Bruxelles: in termini di spesa effettiva, siamo solo al cinquantotto per cento dei fondi ricevuti).
La colpa del mancato decollo dell’economia, per Meloni, sarebbe dei «dazi interni» dell’Ue, ma non risulta che lei, da buona sovranista-statalista, sia una sostenitrice dell’economia libera.
Consiglia a questo riguardo un draghiano come Benedetto Della Vedova: «Meloni ratifichi il Mes per dare il via all’Unione bancaria, tassello di un’integrazione dei mercati finanziari, oggi frammentati e quindi poco efficienti». Ma invece cosa fa il governo? Si comporta come parte in causa, mentre dovrebbe essere arbitro, nel gran Risiko bancario che si sta giocando in questi mesi: «Cancelli il Golden Power per il riassetto bancario, usato politicamente dal suo governo per mettere gli interessi politici suoi e della sua coalizione davanti ai criteri di efficienza di mercato. Il Golden Power che lei usa per operazioni tra banche italiane è un super dazio interno antinazionale», dice ancora Della Vedova.
Le cose non vanno? Giorgia batte il piedino, come se fosse all’opposizione, ha ironizzato Matteo Renzi. Non si assume mai la responsabilità dei problemi: mette il broncio, e forlaneggia.