Forza MerzLa Germania resiste in un Occidente impantanato nelle sabbie mobili del populismo

Il primo voto al Bundestag per eleggere il nuovo Cancelliere tedesco ha fatto barcollare per una mattina tutta l’Europa, attaccata in ogni Paese dalle forze di estrema destra che vogliono minare le fondamenta delle istituzioni liberali

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Ieri l’Europa ha barcollato. Poi, solo alla seconda votazione (non era mai successo), Friedrich Merz è diventato il decimo Cancelliere tedesco, ma per qualche ora la Germania e dunque l’Europa hanno camminato sul filo del rasoio, dopo che in mattinata al Bundestag diciotto franchi tiratori avevano affossato temporaneamente la sua nomina. Dopo ore di frenetico lavorio, il voto decisivo è arrivato nel primo pomeriggio. Sospiro di sollievo. A Berlino, a Bruxelles, a Parigi. Invece magari a Roma, dalle parti del governo, qualcuno sperava andasse a finire male. Certamente Matteo Salvini. Altrettanto certamente, non Antonio Tajani. Giorgia Meloni, come al solito a mezza strada, ma capirà da sola che un governo tedesco in sella è una buona cosa anche per l’Italia.

Al Bundestag si è verificato qualcosa di molto italiano, sono arrivati i franchi tiratori (però da noi la fiducia al governo, cioè il voto parlamentare più importante, si esprime con voto palese), segno nel migliore dei casi di malesseri politici e nel peggiore di messaggi obliqui e oscuri. Forse qualcuno della sinistra della Spd ha tradito, forse qualcuno della destra della Cdu: è molto probabile che non lo sapremo mai.

Merz ha resistito, ha chiesto una seconda votazione subito, ha messo il Parlamento tedesco dinanzi alla responsabilità storica di far naufragare un governo di coalizione mentre AfD prende a spallate la democrazia tedesca. Ha vinto ma il livido resta. Certo, se Merz fosse caduto tutto sarebbe stato possibile. Anche il peggiore degli scenari, cioè una nuova campagna elettorale egemonizzata dai neonazisti contro l’inconcludenza delle formule democratiche, gli accordi di potere dei politici di professione volti a ignorare la volontà delle masse, masse arrabbiate contro l’Europa, la democrazia, gli stranieri, le élite: l’Afd punta a incarnare questi sentimenti portandoli sul palcoscenico della politica democratica per distruggerne dall’interno le fondamenta.

Di qui l’arduo dilemma se la democrazia possa tollerare chi la vuole annientare: problema apertissimo proprio in Germania, dove l’Ufficio federale per la protezione della Costituzione ha classificato l’Afd di Alice Weidel (ieri raggiante dopo l’iniziale bocciatura di Merz) come un partito estremista di destra che viola i principi costituzionali, dunque un pericolo per le istituzioni.

Se Merz fosse caduto sarebbe apparso lo spettro di Weimar, della consunzione rapida di quella Repubblica democratica poco meno di cent’anni fa. E questo nel bel mezzo di una situazione mondiale in cui le democrazie sono in difficoltà. La Francia regge, ma ha un governo debole assediato da estremisti di destra e di sinistra. In Gran Bretagna l’ottimo Keir Starmer deve guardarsi dal nuovo arrembaggio di Nigel Farage, che ha qualche punto in comune con Weidel.

Da noi c’è un governo di destra appena appena mitigato da Forza Italia, ma guidato da una premier trumpiana che lunedì si è subito complimentata con il probabilissimo vincitore delle elezioni in Romania, il come lei trumpiano George Simion, che non pare esattamente un centrista visto che tra l’altro vuole imbarcare nella sua avventura di governo il fascistone Calin Georgescu. E poi Viktor Orbán in Ungheria, Robert Fico in Slovacchia: tutto un cappio nero che stringe il collo della civiltà politica europea.

Questa è l’Europa che deve fare i conti con l’America di Donald Trump, questo è l’Atlante occidentale del primo quarto del ventunesimo secolo: persino la Chiesa Cattolica vive giornate di brinquebale, alla francese, cioè di traballamento alla ricerca di nuovi equilibri.

Nelle sabbie mobili di questa fase, il popolo ucraino regge miracolosamente dinanzi alla tempesta di bombe russe e la saggezza di Volodymyr Zelensky – l’accordo sulle terre rare – forse riporterà l’instabile-in-chief a non mollare Kyjiv. Vedremo se lo Sceriffo della Casa Bianca si muoverà per Gaza, ormai sull’orlo dell’abisso per volontà disumana di Benjamin Netanyahu.

In tutto questo la sinistra non si capisce bene come intenda rimettersi in moto, se lungo le coordinate liberaldemocratiche, come insegnerebbero le vittorie in Canada e Australia, o intabarrandosi nella ridotta del populismo come in Francia e in buona misura in Italia. Sarebbe ora di fare chiarezza, mentre si avvertono i ruggiti di una destra reazionaria aggressiva e pronta a tutto, il che rende il terreno friabile sotto i piedi della politica. Ieri il pericolo di cadere è stato molto serio e grazie a Friedrich Merz la vecchia Europa è ancora in piedi. Ma non c’è da stare allegri.

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