Cosa ha concesso Recep Tayyip Erdoğan ai curdi del Pkk per ottenere non solo lo scioglimento del loro partito, ma anche il loro disarmo? La domanda resta senza risposta, perché le trattative sono condotte da mesi nel più rigoroso silenzio dal Millï Istihbarat Teškilâti (Mit), il servizio segreto turco, sotto la regia del potente Hakan Fidan, ora ministro degli Esteri ed ex direttore dei servizi, con l’intermediazione del partito curdo legale Dem. Un ruolo capitale poi è giocato dalle trattative che conduce, sempre col Mit, Abdullah Öcalan dalla cella nell’isola di Imrali in cui è rinchiuso da ventisei anni.
Quel che è certo è che il Pkk ha deliberato nel suo congresso – tenuto in una località segreta – di fare un passo da gigante, definitivo, perché, a differenza della tregua ufficiale siglata sempre con Öcalan nel 2013 e poi denunciata dal Pkk nel 2015, oggi si arriva non solo all’autoscioglimento del gruppo armato, ma perfino alla consegna delle proprie armi. Al termine del suo congresso è stata infatti approvata una risoluzione, voluta da Öcalan, che dice: «Il Pkk ha compiuto ed esaurito la sua missione storica e portato la questione curda a un punto in cui può essere risolta attraverso la dinamica democratica, in tal modo, le attività condotte sotto il nome del Pkk sono concluse».
Di conseguenza – questa è la svolta più rilevante – tremilacinquecento peshmerga attestati nel nord dell’Iraq, in accordo con emissari delle Nazioni Unite, consegneranno le loro armi in tre circoscrizioni del Kurdistan iracheno, Dhuok, Erbil e Suleymaniye, a emissari della Turchia.
Una decisione definitiva, che peraltro non è conseguente a una piena sconfitta militare dei curdi, ma, appunto, è la conclusione di un processo contrattuale di cui però non si conoscono i termini. Il Pkk, infatti, pur essendo in difficoltà sul piano militare a seguito dei sessanta avamposti dell’esercito turco impiantati nel nord dell’Iraq e dei continui bombardamenti dell’aviazione turca, era comunque in grado di mantenere i suoi presidi armati lungo le pendici del monte Qandil nel Kurdistan iracheno.
Se si arrende ora, così platealmente, significa che deve avere avuto garanzie serie su un processo di autonomia reale, sulle condizioni di detenzione o addirittura sulla liberazione di centinaia di suoi dirigenti o militanti imprigionati nelle carceri turche, incluso (forse) lo stesso Öcalan.
Tutte condizioni indicate, sia pure in modo generico, dalla stessa risoluzione di scioglimento e disarmo del Pkk: «La concretizzazione di queste risoluzioni richiede che il leader Apo (Abdullah Öcalan) diriga il processo politico, che sia riconosciuto il diritto alla politica democratica e che sia messa in funzione una garanzia giuridica solida. Ci appelliamo in questo senso al Parlamento della Turchia perché corrisponda alla sua responsabilità storica».
È invece più chiaro cosa può aver chiesto loro Recep Tayyip Erdoğan, oltre all’abbandono della lotta armata: il voto parlamentare del partito curdo Dem, indispensabile per superare la soglia della maggioranza qualificata, a favore della modifica costituzionale che gli permetta di ottenere un terzo mandato presidenziale.
Questo clamoroso accordo, che non riguarda i curdi siriani, pur di fatto affiliati al Pkk, cade negli stessi giorni in cui Erdoğan si mostra per l’ennesima volta diabolicamente capace di costruire una propria alta statura internazionale ospitando, se così sarà, il vertice di Istanbul tra Ucraina, Russia e Stati Uniti – nel caso, sarebbe il segno di una possibile ripresa di una trattativa.
Un alto prestigio internazionale che è, comunque, un ottimo viatico per aiutare a vincere, come fa dal 2002, le prossime elezioni, che lo vedono in vantaggio dopo che una magistratura asservita al regime ha arrestato con accuse pretestuose Ekrem Imamoglu, il suo principale sfidante. L’autocratura turca si rafforza.