Scrivo questo articolo nonostante il messaggio che mi ha inviato una delle mie scrittrici preferite ieri mattina, quando sui telefoni di tutte noi, al risveglio, è comparso il penzierino della sera prima di Donald Trump, di mestiere troll e per hobby presidente degli Stati Uniti, che diceva che avrebbe messo i dazi sui film americani girati all’estero.
La signora mi ha scritto «Ommamma adesso tutti gli risponderanno, da Hollywood e dal Salento, a ’ste stronzate che non hanno fondamento e che spara per conquistare l’attenzione», e lo ha fatto nonostante non mi legga mai, e quindi ignara che io ieri avessi scritto, con meno sintesi, proprio quel che mi stava messaggiando lei.
Scrivo questo articolo nonostante ieri avessi appunto scritto che insomma, basta, sarete mica scemi ad abboccare come tonni a qualunque amo di Trump, a qualunque arma di distrazione di massa, a qualunque sua sparata, sarete mica scemi che lui vi vuole fregare e voi vi fate fregare, essù, eddài, siamo seri.
Ormai va così: un momento sei lì che fai la morale a quelli che abboccano ai trucchi che usa la classe dirigente del secolo dei cicli continui di notizie, del secolo della disattenzione, del secolo con la concentrazione dei moscerini, del secolo con la memoria dei pesci rossi, un momento sei lì che dici ma sarete scemi, ma com’è possibile che ci caschiate, e il momento dopo eccoti che ci caschi tu per prima, eccoti che sgrani gli occhioni e dici: ma veramente il Donald vuole che dall’anno prossimo producano “Emily in Memphis”?
«L’industria del cinema in America sta MORENDO di una morte assai rapida. Altri Paesi offrono ogni genere d’incentivi per attirare i nostri autori e produttori fuori dagli Stati Uniti. Hollywood, e molte altre zone negli Stati Uniti, ne risultano devastate. È uno sforzo organizzato dalle altre nazioni ed è dunque una minaccia alla sicurezza nazionale. E, in aggiunta a tutto il resto, è propaganda! Perciò, autorizzo il ministero del Commercio e il Coordinatore del commercio estero ad avviare immediatamente il processo per istituire un dazio del cento per cento su ogni e qualunque film in entrata nel nostro paese prodotto in Terre Straniere. VOGLIAMO CHE I FILM SI FACCIANO IN AMERICA, DI NUOVO!».
Ora, ci sono molti dettagli meravigliosi in queste righe trumpiane, e so che anche voi vi state chiedendo se le maiuscole a “terre straniere” indichino che il Donald ha depositato il marchio. Dopo i cappellini “Make America Great Again”, il merchandising di governo metterà in vendita “Fuori le Terre Straniere da Hollywood”? Chissà.
È bella anche la minaccia alla sicurezza nazionale, che mi fa sperare nello spettacolo delle irruzioni di non so quali corpi speciali nel bilocale della cassiera del New Jersey che pensava di non fare niente di male buttandosi sul divano di lunedì sera e cliccando “play” su una puntata del “Gattopardo”, e invece eccola lì che è terrorista.
Il dettaglio migliore, però, è «cento per cento». No, non perché è uno slogan arrubbato a Diego Abatantuono (il Donald copia dai migliori). Perché la percentuale ha bisogno, per esistere, d’una cifra di partenza. La maglietta prodotta in India o il telefono prodotto in Cina entrano in America (o altrove) con un prezzo, e in base a quel prezzo si stabilisce la tassa doganale, che è il tot per cento di quel prezzo. Ma un film non ha un cartellino del prezzo, per la ragione che sapeva William Goldman e che vi ho ripetuto tante di quelle volte che ormai spero la sappiate anche voi: nobody knows anything.
Nessuno sa quanto incasserà un film, nessuno sa se un film sarà un successo, nessuno sa se quel titolo valga un miliardo di dollari o una bancarotta. Nessuno si aspetta l’inquisizione spagnola, ma neanche nessuno si aspettava gli incassi di “Barbie”. Quindi il cento per cento di cosa, di grazia? Del budget? Delle aspettative?
E poi: un film non è un bene materiale che entra nel territorio, non lo puoi fermare in dogana, è come la musica in quella canzone che Fossati non ne poteva più di cantare: «Ci vedrete alla frontiera con la macchina bloccata, ma lui ce l’avrà fatta: la musica è passata».
Va bene che il Donald è abbastanza vecchio da ricordarsi di quando il film era fatto di pellicola e in effetti se non la facevi passare alla frontiera non potevi proiettarlo, ma è stato nel mondo dello spettacolo fino all’altroieri, escludo che non sappia che ormai da un bel pezzo è tutto digitale. Con le pizze di pellicola c’è rimasto giusto Tarantino, che comunque l’ultimo film l’ha girato a Los Angeles.
Los Angeles che mi sembra più devastata dagli incendi che dal fatto che la “Emily” di Netflix si giri a Parigi o a Roma, e che Parigi o Roma non vengano ricostruite nei capannoni di Burbank. Forse basterebbe che il Donald copiasse da noialtri dell’Europa fondata sugli incentivi l’idea delle film commission. Qualcosa del genere c’è anche lì, ma non in California, e uno potrebbe pensare fosse ragionevole: perché devo detassare le produzioni californiane, se in California c’è l’intero cinema statunitense e ci producono comunque anche se non li detasso? Perché alla gente piace essere detassata, Donald, e infatti noialtri mica abbiamo solo la Apulia Film Commission o la Film Commission Vallée d’Aoste: abbiamo anche la Roma Lazio Film Commission, nonostante a Roma ci sia Cinecittà e insomma dove altro vuoi che ricostruiscano gli ambienti anni Cinquanta per i film in costume che mandano in rovina i produttori sebbene detassati?
È sempre questione di soldi, Donald, e nessuno dovrebbe saperlo più di te: non si gira a Toronto fingendo che sia New York perché Toronto somigli davvero a New York, si gira a Toronto perché si risparmia. Si gira in Italia perché fino a un attimo fa c’era un tax credit che era praticamente il bonus facciate del cinema. E sì, certo, lo so che un set sono posti di lavoro, e sono posti di lavoro che tu hai promesso di restituire agli americani sennò che conservatore sei, però ci sono due problemi, Donald.
Uno è quello che riguarda tutti i dazi. Perché funzionino, devono rendere antieconomico continuare a produrre all’estero. C’è una percentuale di ricarico che possa rendere conveniente alla Apple produrre un iPhone negli Stati Uniti d’America invece che in un paese con salari da terzo mondo? Io temo di no.
C’è una punizione fiscale che possa convincere i produttori di “Lonely Planet” (film Netflix in cui Laura Dern è una scrittrice in crisi d’ispirazione) a mandare la protagonista a ritrovare sé stessa in Nevada invece che in Marocco? C’è un orizzonte tariffario che renda sensato mandare la Julia Roberts di “Mangia, prega, ama” a Chattanooga invece che a Roma? Ai produttori non frega granché dell’integrità artistica, ma forse c’è un limite passato il quale il pubblico ti ride in faccia e finisci per rimetterci pure con tutti i tax credit del mondo.
L’altro problema è Checco Zalone. Non come esempio di successo cinematografico: come entelechia del posto fisso. Quello che in Italia è più sacro della mamma e della squadra di calcio, e in America assai meno. Quella che qui chiamiamo “macelleria sociale” è quella per la quale tu ti sei messo in casa Elon Musk e gli americani si son messi in Casa Bianca te.
Gli incentivi sono una forma di welfare, e tu e i tuoi elettori di welfare ne volete di meno, no? I dipendenti statali fancazzisti, licenziabili, pesi morti: tutta quella propaganda lì, per cui le mie tasse di cittadino americano non pagano uno stipendio superfluo per scavare buche e poi riempirle a gente incapace di trovarsi un lavoro che abbia un mercato, tutta quella propaganda lì mica può diventare «diamo degli incentivi perché il ragazzino dell’Ohio, che normalmente dovrebbe accontentarsi d’un lavoro non dei sogni, possa invece realizzare il suo: lavorare sul set di “Emily in Memphis”» – no?