Se ne fregaMeloni ha reso l’Italia marginale nello scacchiere diplomatico europeo

Mentre Zelensky parla col Papa e concorda una strategia con Macron, Merz, Starmer e pure con Trump, Roma è assente ingiustificata. Le dichiarazioni formali di Tajani non bastano a compensare l’irrilevanza politica del nostro paese

LaPresse

Andrij Sybiha, il ministro degli Esteri ucraino, ieri ha sentito i seguenti suoi colleghi: il francese Jean-Noël Barrot, il tedesco Johann Wadephul, il polacco Radek Sikorski, l’inglese David Lammy, l’americano Marco Rubio e l’alta rappresentante della Ue Kaja Kallas. Come al solito, l’Italia brilla per la sua assenza. Non è che a Kyjiv non abbiano il numero di telefono di Antonio Tajani: è che evidentemente la considerano una chiamata vana, un inutile colloquio, una perdita di tempo.

Ormai il governo italiano è out. Fuori dalla grande partita che si è riaccesa attorno alla possibilità, tuttora in forse – causa dei giochetti di Mosca – di avvicinare un primo risultato sul piano politico con il possibile incontro giovedì a Istanbul tra Zelensky e lo zar del Cremlino. Una partita a scacchi, delicatissima. Ma le cose si stanno muovendo e forse per la prima volta da tre anni Vladimir Putin è in difficoltà: «Io giovedì sono a Istanbul, spero ci sia anche lui», ha detto il presidente ucraino.

Zelensky ieri ha telefonato a Leone XIV invitandolo a Kyjiv: «Una conversazione molto calorosa e davvero significativa», per Zelensky. È una mossa dal grande significato che conferma che il nuovo Pontefice può giocare sulla scena mondiale un ruolo nuovo e molto più forte del suo predecessore, e segnatamente a difesa delle ragioni dell’Ucraina contro quello che in passato definì senza mezzi termini «l’imperialismo russo».

Come spesso avviene nelle dinamiche internazionali, certi fatti possono essere casuali o forse no: di certo colpisce la simultaneità dell’elezione di Robert Francis Prevost e lo scatto europeo che tutto il mondo ha visto nelle foto di Emmanuel Macron, Friedrich Merz, Keir Starmer e Donald Tusk insieme nell’ufficio di Zelensky.

Il povero Antonio Tajani ha detto che a Kyjiv «l’Italia c’era»: sì, per telefono. Perché Giorgia Meloni non era di quel treno? Non l’hanno voluta? È probabile. E d’altra parte, perché mai i volenterosi avrebbero dovuto portare con sé una premier che non ce la fa più, a fare due parti in commedia?

Certo, Meloni, anche ieri, ha ribadito la posizione italiana schierata con l’Ucraina. Era a Roma per parlare con il premier greco Kyriakos Mītsotakīs. Il Tg1 ha dedicato all’evento grande spazio, ma obiettivamente non è stato un incontro di un qualche peso in questo delicatissimo momento della politica internazionale. Nel quale Giorgia Meloni, semplicemente, non c’è. Non c’era nella Basilica di San Pietro, non c’era a Kyjiv. È fuori posizione, ormai, come si dice dei portieri che si fanno fare gol.

X