Containment 5.0L’ascesa tecnologica cinese obbliga gli Stati Uniti a cambiare strategia sull’IA

La crescita di DeepSeek e di altri modelli sviluppati da Pechino dimostrano che il primato americano e occidentale nel settore non è scontato

AP/Lapresse

Il lancio di Deepseek, il modello linguistico basato sull’intelligenza artificiale sviluppato in Cina, aveva sorpreso tutti, sembrava l’inizio di una nuova era. Poi con il passare delle settimane l’eco si è affievolita, è diventata solo rumore di fondo, come se il suo impatto sul mercato tecnologico si fosse esaurito nel clamore di quei primi giorni. Ma non è così. DeepSeek ha stravolto il mondo dell’intelligenza artificiale, ha cambiato l’ecosistema tecnologico internazionale ed è diventato il simbolo della rapidità con cui Pechino ha potuto accorciare la distanza con l’Occidente in questo campo. DeepSeek aveva creato scompiglio inizialmente anche perché aveva praticamente raggiunto le performance dei migliori modelli americani, ma con una spesa molto minore – solo il cinque per cento dei costi rispetto a Gpt-4 di OpenAI. Era la dimostrazione che, nonostante le restrizioni sugli hardware, la Cina era riuscita a innovare lo stesso.

L’esplosione di DeepSeek è stata accompagnata dalla crescita di Alibaba Cloud, Baidu e Tencent, suggerendo che il divario tra Stati Uniti e Cina si sta riducendo e che la supremazia americana nel settore è tutt’altro che assicurata. E l’intelligenza artificiale è il cuore pulsante della corsa al primato tecnologico del ventunesimo secolo: chi è in testa può dettare le regole – dalle norme sull’uso dei dati ai limiti sull’IA in ambito militare o all’etica dei modelli –, ha un vantaggio competitivo in tutti i settori in cui questa tecnologia avrà impatto (sanità, finanza, logistica, energia, educazione), e probabilmente potrà controllare i flussi informativi globali con motori di ricerca, chatbot e simili.

Guardando Stati Uniti e Cina emerge soprattutto la differenza di approccio tra i due principali attori di questa nuova sfida, ciascuno con una visione strategica differente.

Negli Stati Uniti, il modello di sviluppo dell’intelligenza artificiale si fonda su una logica di mercato aperto, con una forte competizione tra attori privati, un po’ come tutto il resto del settore tecnologico. Questo ha prodotto grandi innovazioni, ma anche una certa frammentazione e vulnerabilità strategica. Mentre la Cina non deve tener conto di molte regole se suo modello di governance ibrido, in cui convivono innovazione privata e controllo statale. «Le economie occidentali hanno prosperato grazie all’approccio capitalista aperto, ma bisogna riconoscere che attori come la Cina hanno un vantaggio nel coordinare risorse pubbliche e private su scala», ha detto George Lee del Goldman Sachs Global Institute in un’intervista a Foreign Policy.

È vero infatti che Pechino ha avuto gioco facile nel mettere a sistema tutte le sue risorse per recuperare terreno. Le aziende cinesi stanno investendo in infrastrutture, data center, e chip (come quelli sviluppati da Huawei). Questi ultimi, pur meno performanti rispetto a quelli statunitensi, stanno rapidamente migliorando. Gli Stati Uniti invece hanno puntato molto sui controlli alle esportazioni, cercando di limitare l’accesso della Cina ai chip più potenti e ai software necessari per sviluppare intelligenza artificiale. Ma la crescita di DeepSeek mostra come Pechino sia riuscita a ottimizzare l’efficienza dei suoi sistemi, aggirando i limiti imposti dalla carenza di componenti fondamentali.

Nella stessa intervista a Foreign Policy in cui ha parlato Lee è intervenuto anche Jared Cohen del Goldman Sachs Global Institute, spiegando che l’approccio statunitense è stato efficace, ma solo in parte: «La precedente amministrazione ha puntato tutto sulla prevenzione, mentre quella attuale sta cercando di bilanciare con politiche di promozione: per esempio, facilitando la diffusione di tecnologie intelligenza artificiale in regioni alleate come il Medio Oriente».

C’è poi il tema delle terre rare, cioè quei minerali fondamentali per il settore, usati nella produzione di chip e microprocessori. La Cina ha una posizione dominante nella lavorazione delle terre rare: il novantadue per cento della raffinazione e della trasformazione di questi minerali in metalli avviene in Cina. Anche quelli estratti altrove vengono lavorati in Cina, mentre l’Occidente ancora fatica a imporsi in questo mercato ed è rallentato dalle normative ambientali che vorrebbero limitare l’espansione di nuove filiere industriali altamente inquinanti.

È per questo che Washington non può e non deve aspettarsi che il suo primato duri per sempre. Anzi, un articolo pubblicato su Foreign Affairs da Adam Segal e Sebastian Elbaum suggerisce agli Stati Uniti di pianificare un possibile futuro in cui il primato è passato nelle mani della Cina, o quantomeno un futuro in cui i modelli di intelligenza artificiale cinesi sono alla pari di quelli americano. Per non perdere la sfida più importante di quest’epoca, gli Stati Uniti iniziare a considerare l’intero settore come se fosse composto di segmenti più piccoli, e concentrarsi sul mantenere una forma di primato globale su alcuni aspetti della costruzione di modelli di intelligenza artificiale.

Un buon esempio arriva da OpenAI, che a gennaio ha annunciato un progetto di investimento infrastrutturale di intelligenza artificiale da cinquecento miliardi di dollari, noto come Stargate, sviluppato in collaborazione con SoftBank e Oracle. Stessa cosa per Amazon, Meta, Microsoft e Google, che continuano a investire miliardi di dollari in startup, laboratori di intelligenza artificiale e giovani talenti. Infrastrutture, know how, startup innovative, sono tutte componenti cruciali di un enorme settore in cui la Cina, per quanto destinata a diventare un colosso, non potrà avere un primato totale.

Segal e Elbaum su Foreign Affairs spiegano che gli Stati Uniti dovrebbero cercare nuovi modi per dimostrare i vantaggi dei propri modelli rispetto a quelli cinesi. Un esempio: «Il National Institute of Standards and Technology (Nist) statunitense, attraverso l’AI Safety Institute e i partner del settore, potrebbe promuovere nuovi framework di valutazione per i modelli di intelligenza artificiale fondamentali». E ancora: «Nuovi framework di valutazione che integrino queste misure potrebbero essere usati per attrarre nuovi mercati e utenti, mantenendo le aziende statunitensi competitive anche se i loro modelli non riescono più a superare stabilmente i modelli cinesi nei benchmark standard.

Con l’emergere di nuovi modelli, gli utenti vorranno evitare di dover scegliere tra (e quindi di rimanere vincolati) l’offerta attuale degli Stati Uniti o della Cina. In questo futuro mondo di scelta dei consumatori in materia di IA, ridurre al minimo i costi di migrazione tra i modelli diventerà un argomento di vendita interessante. L’industria statunitense dell’IA può ridurre i costi e la complessità della transizione ai propri modelli abbassando i prezzi di acquisto e riducendo la quantità di modifiche software, aggiornamenti hardware e formazione del personale necessari per la migrazione tra i modelli».

Gli accorgimenti da prendere sono tanti. Il caso DeepSeek ha dimostrato che, anche senza accesso ai chip più avanzati, è possibile ottenere risultati di altissimo livello – soprattutto per il sistema cinese, che ha una capacità di coordinamento e pianificazione impossibile per le democrazie liberali aperte.

Gli Stati Uniti mantengono un vantaggio tecnologico e possono contare su una schiera di Paesi alleati che la Cina non ha. Ma rischiano di perdere terreno se continuano ad adottare un approccio difensivo e conservatore, basato solo sul contenimento dell’espansione tecnologica cinese. Il futuro della leadership nell’intelligenza artificiale si giocherà sulla capacità di adattamento e sulla visione strategica a lungo termine: chi saprà investire, innovare e cooperare, avrà tra le mani un capitale economico, politico e tecnologico con pochi precedenti nella storia.

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