Giorgia Meloni bifronte come Giano. Meno trumpiana in politica estera, più trumpiana in politica interna. È il suo modo di essere ondivaga: oggi un po’ di qua, domani un po’ di là, e del diman non v’è certezza. La Presidente del Consiglio si rende conto che, da Emmanuel Macron a Keir Starmer fino a Friedrich Merz, la pressione europea è sempre più forte. Ieri alla Casa Bianca il Cancelliere tedesco, definito da Donald Trump «un grand’uomo», non ha usato giri di parole: «Vogliamo che la guerra in Ucraina finisca. Parleremo con il presidente su come possiamo contribuire a questo obiettivo. Stiamo tutti cercando misure e strumenti per porte fine a questa terribile guerra». Quindi Meloni ha un pochino raddrizzato la postura anti-europea, quella in linea con lo Sceriffo d’America, facendo gran mostra di sorrisi nel vertice con il cordialmente detestato Macron, con il quale ha sottoscritto impegni importanti.
Il rientro europeo, che con una come lei è sempre legato a un filo, è stato un po’ il cuore della pace siglata con il presidente francese, dovuta alla necessità di fare fronte comune in Europa davanti ai timori di fuga di un Trump spaventato dalla durezza che ormai Vladimir Putin gli sbatte dall’altra parte del telefono ogni volta chi i due si parlano.
Ad ogni modo, in vista del summit della Nato del 24 e 25 giugno all’Aja, Meloni si sta impegnando per il raggiungimento del famoso due per cento della spesa militare che annuncerà nella capitale olandese – e su questo ha isolato Matteo Salvini grazie all’intesa con Antonio Tajani e ovviamente Guido Crosetto, senza contare che il Quirinale è attentissimo a tenere il governo italiano dentro il quadro degli impegni europei e Nato.
Se sul versante internazionale la premier sembra unirsi agli europei in funzione anti-Trump, sul fronte interno ha ormai definitivamente scelto la linea dura sul fronte non tanto della sicurezza, ma dei rapporti civili. Il decreto sicurezza passato in Parlamento in un clima che non ha molti precedenti in quanto a contrapposizione fra maggioranza e opposizioni segnala un preoccupante salto di qualità nella direzione securitaria della vita sociale.
Se n’è parlato molto sui giornali ma forse non abbastanza sul punto sollevato in Senato da Matteo Renzi, e non solo da lui (per esempio anche da Laura Boldrini). L’articolo 17 della legge sull’Intelligence richiamato nel decreto prevede che siano «scriminati», cioè non punibili e coperti da una speciale causa di giustificazione, gli agenti dei servizi d’informazione che pongano in essere «condotte previste dalla legge come reato, legittimamente autorizzate di volta in volta in quanto indispensabili alle finalità istituzionali». Sono operazioni «legittimamente autorizzate» quelle per cui il presidente del Consiglio dei ministri, oppure l’autorità delegata, abbia emesso un atto autorizzativo motivato. È una norma, in sostanza, che autorizza i servizi a fare praticamente qualunque cosa.
Secondo la giurista Vitalba Azzollini, su Pagella Politica, «Boldrini ha torto nel dire che il decreto consente ai servizi segreti di “creare” organizzazioni terroristiche: la norma parla solo di organizzazione e direzione, non di creazione. Ha però ragione nel segnalare che il decreto amplia i reati per cui gli agenti dei servizi possono agire senza essere puniti, includendo anche reati molto gravi come la direzione di gruppi terroristici e la fabbricazione di esplosivi, se autorizzati nell’ambito di operazioni di intelligence». In generale, è un decreto molto pesante anche dal punto di vista del diritto a manifestare il dissenso. Il mix tra tendenze repressive e libertà assoluta di movimento per i servizi segna un punto di non ritorno molto serio. Interverrà mai la Corte Costituzionale?
È la faccia feroce di Giorgia Meloni, forse necessaria per compensare gli inediti sorrisi in politica estera. Ma sulla prima faccia si può star sicuri che non cambierà perché è quella della destra venata da pulsioni antidemocratiche, sulla seconda è lecito nutrire dubbi: metti che Trump si arrabbia, vedi Giorgia come cambia faccia.