Il 12 ottobre 2023, a pochi giorni dal pogrom compiuto dai macellai criminali di Hamas, ero a Torino per manifestare insieme all’Associazione radicale Adelaide Aglietta, alla Comunità ebraica e a pochi altri, in onore e in ricordo delle migliaia di vittime innocenti del 7 ottobre.
La morte di ragazzi che ballano, che si amano, che si vestono come vogliono per mano di feroci assassini non portò in piazza le masse, non mobilitò le coscienze, malgrado non solo la ferocia degli assassini, ma le caratteristiche delle vittime sembrassero fatte apposta per suscitare la solidarietà del mondo alternativo e pacifista. Non successe, perché già allora su quelle morti in Italia gravava l’ipoteca cosiddetta antisionista. L’ipoteca che portava a considerarle, se non direttamente, almeno indirettamente colpevoli della colpa di esistere di Israele.
Un’altra cosa era già chiara, immediatamente dopo il 7 ottobre: che Israele avrebbe dovuto rispondere e che c’era il rischio che rispondesse esattamente secondo i programmi di Hamas, interessata ad allagare del sangue dei martiri – civili di cui progetta a tavolino il sacrificio – gli occhi e la coscienza dell’opinione pubblica occidentale.
Nel mio intervento auspicavo che Abu Mazen prendesse coraggio e dicesse parole nette, chiare, definitive. Occorreva staccare, distruggere, il cordone ombelicale che lega Hamas ai palestinesi che sono le vittime designate ed essenziali di una politica terroristica e criminale.
Qualche giorno fa Abu Mazen, di fronte alla immane tragedia di Gaza, ha finalmente detto con molto ritardo quelle parole e sono scolpite nella pietra: «Figli di cani! Liberate gli ostaggi, centinaia di persone muoiono ogni giorno perché non li volete rilasciare. Lasciate il dominio e deponete le armi! Vi invito a trasformarvi in partito politico e a dialogare con noi».
Dal 2005, dopo che Israele ha lasciato Gaza nelle mani dei palestinesi, dopo la salita al potere dei tagliagole, che hanno innanzitutto fatto fuori tutte le organizzazioni palestinesi moderate, Abu Mazen ha dovuto lasciare il campo e Gaza è divenuto altro dalla Cisgiordania.
Alla follia omicida di Hamas si somma il disegno della destra suprematista israeliana, che tira i fili del governo Netanyahu e che mira a trasformare una guerra di difesa non solo legittima, ma sacrosanta, contro il terrorismo di Hamas e per la liberazione degli ostaggi in una strategia di occupazione, ricolonizzazione e in prospettiva di annessione di Gaza e della Cisgiordania, nonché di trasferimento forzato della popolazione palestinese.
La proposta demenziale di Donald Trump di trasformare in una enorme area turistica di lusso la costa di Gaza, risuona nelle parole del ministro degli Esteri israeliano Israel Katz sulla Cisgiordania come una lugubre eco.
In Occidente, in Europa, la strumentalizzazione della crisi umanitaria a Gaza in funzione anti-israeliana è al massimo livello, basta leggere le dichiarazioni e le decisioni letteralmente folli dei presidenti dell’Emilia-Romagna e della Puglia, Michele de Pascale e Michele Emiliano. Tutto porta a fare un parallelo indissolubile tra la denuncia delle gravissime responsabilità del governo di Netanyahu e la contestazione di Israele, della sua legittimità e della sua stessa esistenza, fino a considerare Hamas e il terrorismo islamista come uno scandalo da addebitare allo Stato ebraico e come una conseguenza delle sue colpe.
Con questa consapevolezza aderiamo convintamente alla manifestazione «Due popoli, due Stati, un destino», convocata a Milano il prossimo 6 giugno da Azione e Italia Viva. Aderiamo con lo stesso spirito con cui Edith Bruck ha invitato inutilmente la sinistra a sfilare il 7 giugno con le bandiere israeliane accanto a quelle palestinesi, con la chiarezza di una posizione pro stato di diritto, pro libertà e pro democrazia per tutti, israeliani e palestinesi.
Come Europa Radicale abbiamo da mesi lanciato l’iniziativa “Offensiva di pace” per chiedere innanzitutto alla comunità internazionale e alle opinioni pubbliche occidentali di farsi portatrici di una proposta che dica chiaramente e senza ambiguità che la pace (non la tregua!) passa dalla completa marginalizzazione dei terroristi di Hamas, i quali hanno come obiettivo la distruzione di Israele, e delle frange estremiste e intolleranti in Israele, dove Netanyahu utilizza la guerra anche per conservare il proprio potere.
Dalla unione delle piazze israeliane che contestano Netanyahu e di quelle eroiche a Gaza che condannano Hamas passa il futuro di convivenza di due popoli e due democrazie, che non può che derivare da un reciproco riconoscimento. La guerra a Gaza deve finire, ma perché finisca davvero bisogna eliminare le condizioni per cui possa avvenire in futuro un altro 7 ottobre.
Vogliamo due popoli liberi e due Stati democratici; c’è addirittura chi finalmente parla di una possibile federazione israelo-palestinese, che è una proposta pannelliana vecchia di decenni. La retorica contro «l’entità sionista» e per la liberazione della Palestina «from the river to the sea», scandita da gruppi che si definiscono pacifisti o Pro-Pal, è letteralmente guerrafondaia e suicida. Lo è perché è a essa sotteso che scompaia dalle carte geografiche Israele e, giocoforza, crea come risposta la continuazione e l’aggravamento della guerra.
Riconoscere oggi la Palestina con Hamas che domina su tutto è una scelta suicida, una scelta di guerra. Preservare la prospettiva dei «due popoli, due Stati» non significa affatto dare ad Hamas oggi un premio per il 7 ottobre, ma significa anche contrastare senza infingimenti un «from the river to the sea» uguale e contrario, quale è quello perseguito ufficialmente oggi dal governo Netanyahu.
Rivendico insieme ai miei amici e compagni di Europa Radicale che il vero movimento Pro-Pal, a sostegno della nascita di uno Stato palestinese che viva in pace con i suoi vicini, è rappresentato da chi, come noi, vede la priorità di cacciare Hamas e la liberazione degli ostaggi, e da chi difende la democrazia ferita di Israele dagli attacchi feroci che subisce dalla sua nascita, pur contrastando in ogni modo la deriva fascista di Benjamin Netanyahu insieme alle centinaia di migliaia di israeliani che manifestano continuamente e liberamente il loro dissenso all’attuale governo.
La sicurezza di Israele è il presupposto per la nascita di una Palestina libera; la lotta all’antisemitismo, che dilaga a casa nostra, è la premessa per la nascita di una Palestina libera; la conquista della possibilità di manifestare liberamente a Gaza è la premessa per la nascita di una Palestina libera; la marginalizzazione degli estremisti intolleranti e razzisti israeliani è la premessa per la nascita di una Palestina libera.